L'europarlamentare Pd
Intervista a Brando Benifei: “Ben Gvir diverso da Netanyahu? Ipocrisia, governo Meloni complice”
«È questa la battaglia: il contrasto alle vecchie e nuove disuguaglianze, che nell’accelerazione che subiscono oggi diventano fattori di impedimento alla libertà e alla democrazia»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Brando Benifei, europarlamentare del Partito democratico. “Israele alla sbarra. Condanna da Francia, Italia, Germania e Gran Bretagna. La Procura di Roma indaga per sequestro, stupro e tortura”. Così l’apertura di questo giornale. Con l’aggiunta: “Dopo le follie di Ben-Gvir gli Stati europei tolgono la benda dagli occhi”. Gli Stati europei. E l’Europa in quanto tale?
L’Europa purtroppo arranca per via dei veti dei singoli Stati a prendere misure nette di fronte alle gravi violazioni dei diritti umani in atto, misure che passano dalle scelte di politica estera che richiedono un accordo all’unanimità. Una strada che stiamo provando ad aprire è quella di usare la strada delle competenze commerciali dove la decisione può essere presa a maggioranza bypassando quella ormai minoranza di Paesi che bloccano le decisioni sanzionatorie, ma ovviamente è solo uno strumento parziale e ci sono resistenze di vario tipo. È una battaglia quotidiana quella che facciamo in tante e tanti all’Europarlamento per smuovere le acque negli spazi angusti che ci sono ma è la modalità decisionale che rende faticose scelte di questo tipo, è un impianto costruito per tempi diversi da quelli di oggi. Per questo ritengo opportuno che alcuni Paesi facciano autonomamente dei passi ulteriori per isolare politicamente e colpire gli interessi del governo israeliano, col sostegno di un’ampia parte dei parlamentari europei.
Si sanziona un ministro ma si fa finta di dimenticare il Governo di cui continua a far parte, visto anche che Netanyahu non ha alcuna intenzione di dimissionarlo.
Trovo surreale questa ipocrisia che vuole dipingere Ben-Gvir come fosse qualcosa di diverso dal governo Netanyahu, perché ne è invece un pilastro fondamentale. Se non è un ministro a rappresentare il proprio Paese chi dovrebbe farlo? Dire queste cose è un modo per lavarsi la coscienza di fronte agli orrori che vediamo continuare: in Libano c’è una situazione sempre più drammatica e molti sembrano dimenticarlo, mentre a Gaza continuano silenziosamente morti e distruzione. Il governo italiano ha fatto qualche piccolo passo per timore dei sondaggi, che sono sempre più chiari nell’ indicare lo sdegno degli italiani, ma rimane complice di quanto accaduto ed accade, avendo scelto di appoggiare le azioni di Netanyahu senza alcun limite per moltissimo tempo. Mi auguro che dopo tante parole e proclami la presidente Meloni si decida perlomeno ad appoggiare finalmente la sospensione dell’Accordo di Cooperazione Ue-Israele, ma sinceramente ne dubito. Ugualmente appare davvero sconcertante l’appiattimento di fatto sulla politica trumpiana sull’Iran e su Cuba, prossimo possibile obiettivo di un attacco.
- Israele alla sbarra, dopo Ben Gvir l’Europa si sveglia: i big Ue contro l’espansione illegale delle colonie in Cisgiordania
- Israele non è una democrazia, Meloni ha paura di denunciarlo e chiede sanzioni per il solo Ben Gvir…
- Caso Ben Gvir, crisi tra Italia e Israele: perché Meloni ha convocato l’ambasciatore
Anche alla luce dei balbettii su Israele, continuare a sostenere la Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen non risponde al detto latino errare è umano perseverare è diabolico?
Su questo ho una opinione chiara: la Commissione Europea ha molte responsabilità ma su questa vicenda le principali sono in capo ai governi europei di cui è indirettamente espressione, essendo i Commissari nominati dai governi in carica. Devo dire che Von der Leyen in un momento di raro coraggio ha rilanciato alcuni mesi fa la proposta di sanzioni più forti ma ha trovato un muro invalicabile da parte di alcuni governi, fra cui quello italiano e quello tedesco. Credo che oggi con questo quadro politico l’alternativa a questa Commissione certamente solo in parte vicina ai nostri valori, penso per esempio all’importante impegno per avere un vero piano-casa europeo, sia avere una Commissione molto più a destra, perché purtroppo oggi sia in Consiglio Europeo sia in Europarlamento una maggioranza di destra-destra si può costruire. La strada maestra per noi, inevitabile, è vincere le elezioni negli Stati chiave dell’Unione.
In Germania l’AfD cresce nei sondaggi; in Francia il Front National guarda all’Eliseo; in Inghilterra Starmer e il Labour Party sono in caduta libera e cresce Reform di Farage, e alla luce delle recenti elezioni in Andalusia neanche i socialisti spagnoli di Sánchez se la passano bene. L’Italia sembra in controtendenza. È un paradosso politico?
Io credo che l’Italia possa fare da apripista a un nuovo ciclo politico che si può aprire, dopo anni, quelli post-Covid, in cui con poche eccezioni come quella di Pedro Sanchez la paura e il sentimento ultra-individualista hanno dato la spinta a parlamenti e governi sempre più a destra in varie parti del mondo, non solo in Europa. Oggi il fallimento del sovranismo in salsa trumpiana mostra tutta la sua debolezza rispetto agli obiettivi dichiarati: prendersela con migranti e minoranze non ha prodotto un miglioramento delle condizioni di vita degli americani della classe lavoratrice e dei nuovi esclusi, che speravano di trovare in Trump una riscossa e una risposta ai loro problemi. Perfino Orban deve cedere il passo, ma non pensiamo che questo cambio di fase sia un fenomeno fisiologico, quasi inevitabile. Si tratta di una possibilità aperta che va coltivata e che in Italia può trovare sostanza nell’alternativa a un governo che ha fallito sotto ogni punto di vista, lasciando l’Italia più povera, con lavoro di minor qualità, bloccata da dipendenze energetiche e tecnologiche, con uno stato sociale in estrema difficoltà. Il nodo è uno solo al fondo delle cose, vale per il contesto italiano ma è un tema anche per la costruzione di una vera alternativa sovranazionale progressista: il contrasto alle vecchie e nuove disuguaglianze, che nell’accelerazione che subiscono attualmente diventano fattori di impedimento alla libertà e alla democrazia. Su questo dobbiamo lavorare, con politiche fiscali, sociali, del lavoro in grado di rispondere a questa sfida, e con un’Europa che deve finalmente diventare potenza democratica e di pace.
Visto da Strasburgo, come si vive l’allucinante dibattito tra riformismo/massimalismo nel Pd?
A meno che mi sia sfuggito qualcosa nel Partito democratico tutti sono riformisti poiché non propongono sovvertimenti rivoluzionari. Certamente i tempi in cui viviamo ci obbligano a una radicalità non parolaia, non ideologica, non di posizionamento, ma concretamente calata nella realtà: pensiamo alle parole del Papa sull’intelligenza artificiale, che da relatore della normativa europea in materia non posso che sottoscrivere appieno. Serve battersi per una nuova giustizia sociale per il mondo del ventunesimo secolo: di fronte a queste grandi trasformazioni serve una politica all’altezza.