Parla al germanista
Intervista ad Angelo Bolaffi: “Germania tra Trump e Putin: non sa cosa fare, Afd unico partito operaio”
«La Spd ha lavorato contro il proprio elettorato, gli operai si sentono abbandonati. La coalizione a due è stata una scelta sbagliata, Merz è un pessimo politico: senza carisma e senza visione. Alternative für Deutschland è forte perché gli altri sono deboli»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
La “locomotiva tedesca” rischia di deragliare sul binario AfD. Con ricadute pesanti sul futuro dell’Europa. L’Unità ne discute Angelo Bolaffi. Filosofo della politica e germanista.
L’estrema destra di Alternative für Deutschland torna a essere il primo partito a livello nazionale nei sondaggi mentre il cancelliere Friedrich Merz cola a picco nel consenso fino a diventare il «premier più impopolare del mondo», come rileva Morning Consult, la società di ricerca Usa leader nell’analisi della pubblica opinione. Secondo l’istituto Wahlen nelle intenzioni di voto per il prossimo Bundestag l’AfD ha superato di nuovo la Cdu-Csu registrando il record storico: 26% contro 25%. Tutti segnali allarmanti.
Intanto bisogna tener conto che in Germania si voterà tra un anno e mezzo, un arco temporale molto ampio. Sicuramente Merz e la coalizione di governo di cui è cancelliere sono molto deboli. È una coalizione debole e divisa a cui manca una figura carismatica. Questo sarebbe il secondo cancelliere debole dopo Scholz. Per la Germania, un Paese fondato sul cancellierato, è una contraddizione in termini, nel senso che tutta la storia della Germania del dopoguerra, tranne un brevissimo periodo tra il ’66 e il ’67, ha avuto sempre cancellieri di grande carisma, sia democristiani che socialdemocratici. Questo indica una debolezza programmatica e culturale dei partiti tedeschi, come del resto avviene in tutta Europa. I partiti in Europa faticano, basti pensare alla realtà francese. Prima della Germania voterà la Francia, dove il Partito socialista, nonostante alcuni accenni di ripresa versa comunque in condizioni non ottimali, dove il partito di Macron, En march, è debolissimo. E qui c’è un paradosso molto forte…
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Quale, professor Bolaffi?
Mentre si sta indebolendo la capacità di attrazione del populismo di destra, al tempo stesso la fragilità dei partiti democratici, liberali, progressisti, rafforza ex negativo. L’AfD non è forte di per sé, è forte perché gli altri sono deboli. È come se fosse il rifugio in ultima istanza di persone che non sapendo più che pesci prendere, in Germania fanno un po’ quello che hanno fatto gli italiani con la Meloni, proviamo pure questi.
Detto questo, vanno mantenute le debite proporzioni, nel senso che la Meloni è la Meloni, e l’Italia è l’Italia. La Germania con quella storia e quel peso è tutta un’altra cosa. Io penso che ci sia ancora tempo per un ravvedimento operoso dell’elettorato tedesco. Dubito molto che la Germania voti come un sol uomo o una sol donna la AfD, tanto più che questo partito si è legato fortemente a due cavalli perdenti, cioè Trump e Vance. Quello di Vance, in particolare, si è rivelato un appoggio tossico, basti vedere cosa ha fatto con Orbán. La Germania fatica a trovare un ruolo all’altezza del suo peso geopolitico in questa costellazione del mondo dopo la fine dell’Occidente storico.
Per restare ai sondaggi. Non si salva nemmeno il vicecancelliere della Spd, Lars Klingbeil, ministro delle Finanze, il cui operato viene percepito negativamente da sei cittadini su dieci. Sono le condizioni perfette, stando agli analisti tedeschi, per AfD, il terreno ideale per preparare l’assalto finale alla socialdemocrazia che si concretizzerà nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento della Sassonia-Anhalt il prossimo settembre. Le cose stanno così?
Direi proprio di sì. Klingbeil, come dire, è un bravo ragazzo che prova a tenere a galla una barca che fa acqua da tutte le parti, cioè la Spd. La metto così, supportato anche da recenti ricerche di autorevoli sociologi e politologi tedeschi: la Spd rimprovera se stessa di non aver difeso, preservato la sua missione storica, cioè quella di essere un partito operaio, ma ha lavorato contro il proprio elettorato, favorendo un elettorato di piccola borghesia impiegatizia e di fruitori dello Stato sociale, lontanissimo da quello che è l’elettorato operaio. La metto giù dura: l’unico partito operaio, come in Italia fu un tempo la Lega, è la AfD. Gli operai tedeschi si sentono in qualche modo abbandonati a favore, come dire, di un wokismo dei diritti che favorisce l’immigrato, la comunità LGBTQIA+, ma non la classe operaia in difficoltà. E per questo vota la AfD. Come ha fatto la classe operaia francese votando il Front National. Il dramma di questo governo nasce dall’errore esiziale commesso da Merz all’inizio, quando ha escluso un governo a tre, per evitare lo stesso errore fatto dal suo predecessore Scholz, che dette vita a un governo liberali, verdi e socialdemocratici che è finito male. Merz ha pensato, male di dare vita a una coalizione a due, come una Grosse Koalition dei bei tempi andati. Una scelta sbagliata, fuori dai tempi.
Perché, professor Bolaffi?
Perché la Spd non ce la fa ad uscir fuori dal dilemma del proprio ruolo, e quindi piomba le ali al governo. In più va aggiunto che Merz è un pessimo politico, privo di carisma, di visione e di quella professionalità politica senza la quale non si governa un Paese come la Germania, e non solo.
Su tutto questo come pesa uno scenario internazionale fortemente perturbato?
Pesa molto, in negativo. La Germania del secondo dopoguerra è cresciuta sotto l’ala protettiva degli americani. In Germania esiste ancora il più forte stanziamento di militari americani al mondo di americani. In Germania ci sono ancora circa 80mila soldati americani. La Germania è cresciuta, è uscita dalla sua colpa storica, è diventata la terza potenza economica al mondo, approfittando della copertura americana e facendo finta di essere un Paese pacifista, pacifico, fuori dai conflitti internazionali. Sul piano della difesa ha potuto vivere di rendita. Questo non funziona più. Gli Stati Uniti hanno voltato le spalle alla Germania e la Germania dovrebbe avere un ruolo in Europa che non è in grado di svolgere. Ci ha provato, quando era solo economia, la Merkel, ma quando si è trattato di affrontare il nodo militare, della difesa, anche la Merkel ha fallito. E oggi, nell’epoca “muscolare” dei Trump, dei Putin e via elencando, questi limiti sono ancora più dirompenti. A ben analizzare, la stessa debolezza della von der Leyen è una proiezione della debolezza della Germania. Oggi la Germania sarebbe chiamata a svolgere un ruolo economico, politico, strategico, che non è in grado di fare. D’altro canto, non va dimenticato che è un paese che sta sul fronte, perché direttamente minacciato dalla Russia di Putin. È stretta dalla tenaglia Trump-Vance e Putin, e balbetta non sapendo che fare.
In nostre precedenti conversazioni, lei ha sempre sostenuto che senza una forte Germania il progetto europeista è destinato al fallimento. È sempre di questo avviso?
Io continuo a pensare che non esista Europa senza o contro la Germania. Potrebbe esserci qualche elemento di novità con la formazione dei “Volenterosi”. La Germania, aiutata a uscir fuori dal proprio guscio, dalla Francia, dall’Italia e dal Regno Unito. Una triade in cui l’Italia ha il ruolo dello junior partner, ma la Gran Bretagna e la Francia che sono due potenze nucleari, che hanno una storia politico di Stato nazionale molto forte, molto decisa rispetto alla Germania, potrebbe aiutare a delineare un nucleo di resistenza dell’Europa in attesa di tempi migliori.
Oggi da sola la Germania non ce la fa, non ha proprio gli strumenti.
Le crescenti difficoltà delle due grandi forze storiche della Germania, la Cdu-Csu e la Spd, sono anche il prodotto di una profonda crisi di identità culturale, ideale son ideologica?
Direi di sì. Vede, oggi ci vorrebbe un nuovo Sartori o un nuovo Duverger. Questi due grandi scienziati politici analizzarono in profondità, i grandi partiti del secondo dopoguerra che hanno fatto l’Europa e l’Occidente dal ’45 in poi. La Democrazia cristiana, la socialdemocrazia, il Labour party. Sono tutti partiti dissolti, o in profonda e forse irreversibile crisi. La crisi della democrazia è crisi dei partiti e viceversa. Il fatto paradossale, è che dopo dieci anni, dal 2016 con la Brexit e la prima elezione di Trump, noi assistiamo ad un declino dell’attrazione della grande illusione del populismo, ma al tempo stesso siamo alle prese con l’afasia dei partiti storici. C’è un’alternativa seria oggi al populismo e alla crisi dei partiti storici? Io francamente non la vedo. Questa è una crisi soprattutto europea, in parte americana, che avviene in un mondo in grande trasformazione: i media, la nuova opinione pubblica, l’intelligenza artificiale…Tutto questo ha bisogno di un nuovo linguaggio politico. Io non lo vedo.