L'intervista

Ivano Fossati: “Abbiamo sognato la rivoluzione e abbiamo perso, mai amato gli artisti che non si schierano”

“La politica? Come quelli di sinistra spero sempre in uno scatto. Schlein mi piace, ed è in gamba anche Salis. Ma le primarie no! Se abbiamo due figure valide, perché non le mettiamo insieme invece di farle combattere tra loro?”

Cultura - di Graziella Balestrieri

17 Maggio 2026 alle 17:04

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©Fabio Bucciarelli/LaPresse 28-07-2009 Venaria (Torino) concerto Concerto Ivano Fossati – Venaria Real Music Nella foto: Ivano Fossati ©Fabio Bucciarelli/LaPresse 28-07-2009 Venaria (Turin) concert Ivano Fossati – Venaria Real Music In the picture: Ivano Fossati
©Fabio Bucciarelli/LaPresse 28-07-2009 Venaria (Torino) concerto Concerto Ivano Fossati – Venaria Real Music Nella foto: Ivano Fossati ©Fabio Bucciarelli/LaPresse 28-07-2009 Venaria (Turin) concert Ivano Fossati – Venaria Real Music In the picture: Ivano Fossati

Lo scriveva Italo Calvino in Le Città Invisibili: di una città apprezzi la risposta che dà a una tua domanda. Ed è una domanda appesa al muro del James Joyce Center di Dublino: “Che cosa stavi facendo durante la grande Guerra?” “Io ho scritto Ulisse e tu?” Che basta a riaprire un portale temporale nella propria memoria e per trovare la risposta. Noi non siamo James Joyce e non è la Grande Guerra che abbiamo vissuto, anche se la guerra c’è e c’entra sempre. C’entrano gli anni che passano, però; c’entra la musica, che è la risposta, a ricordarti non ciò che si è stati, ma ciò che si è. Al voltarsi indietro ma senza soffermarsi, alle illusioni, alla lotta, alla politica, alle prese di posizione, ai sogni gettati per aria come le poltrone di un cinema di Genova. Alle guerre di ieri e di oggi, al passaggio davanti allo specchio, all’amore, al respiro profondo del non doversi vendere. Alla madre più di ogni altra cosa, al padre pezzo mancato e alla distrazione che per radice e origine separa. In tutta questa distrazione sono passati trent’anni da quel 9 maggio 1996 che vide l’uscita di Macramè, quattordicesimo album di Ivano Fossati, cantautore e autore per gli altri, musicista. Ora privato cittadino, come lui stesso ama definirsi e come ci racconta in questa intervista

Trent’anni fa usciva Macramè, un album complesso ma che ha avuto tantissimo successo: si ricorda il momento in cui ha pensato a come costruire l’album?

Sì, me lo ricordo. Me lo ricordo abbastanza bene. Soprattutto mi ricordo che avevo le idee piuttosto chiare sul tipo di lavoro che volevo fare. Lei diceva “complesso”; in effetti, teoricamente dovrebbe stare nella categoria degli album non facili. Tuttavia, quando uscì nel 1996, ebbe un notevolissimo successo. Io non me lo aspettavo, anche perché era un album che non conteneva il solito singolo da mandare alla radio per cercare di strappare i consensi. Pensavo: “Sì, va bene, funzionerà bene, ma in maniera abbastanza media”. Invece vendette molto bene, diventò disco d’oro. Tutto questo non me lo aspettavo. Però, adesso, riprendendolo un po’ in mano dopo tanto tempo, mi rendo conto di una cosa: è un album che potrebbe uscire domani, nel senso che è molto attuale dal punto di vista della scrittura, ma molto anche dal punto di vista della realizzazione, che è una cosa di cui non si parla più. Fino agli anni Novanta certi dischi, compresi i miei, si facevano con una grandissima cura. I dischi costavano molto, poi le case discografiche spendevano moltissimo per farli. Però tutto questo ritorna, perché ascoltando Macramè oggi, ha una qualità tecnica alla quale non siamo più abituati. Una qualità sonora, una qualità anche musicale, però c’è un lavoro talmente profondo che adesso difficilmente si ritrova. Ho iniziato a pensarlo in questo modo, cioè, volevo che fosse un album rivolto verso il futuro. Ma non che fosse – attenzione – non che fosse in anticipo sul tempo, perché è una cosa che non ha quasi senso, ma che guardasse in avanti. Credo che Macramè guardi qui, guardi verso qui, guardo verso di noi.

Macramè uscì nel periodo in cui era finita la guerra nell’ex Jugoslavia, e si sente tanto in questo album l’orrore e il dolore della guerra. Se pensiamo a un brano come Bella Speranza o L’abito della sposa.

Certo, è vero. Ci sono dei brani come Bella Speranza o Speakering, dove addirittura avevo preso le voci dei commentatori giornalistici di allora e le avevo montate su una musica. Era quel momento lì … non si poteva non guardare in giro. D’altro canto, gli artisti, se vogliono essere veramente degli artisti, devono guardarsi intorno. Non si può passare attraverso i giorni, attraverso la storia guardando altrove. Non è possibile. Macramè non è tutto permeato dai fatti che accadevano sulla guerra in Jugoslavia, però, ne tiene conto, per forza, come facciamo ad essere indifferenti? Non è possibile. L’abito della sposa è un quadro, sembra un frammento di una scena di guerra, dove i colori non sono vivi, ma la realtà era quella e bisognava raccontarla per come era.

L’amore in Macramè viene affrontato in maniera diversa: da questo album in poi, cambia il modo in cui viene descritto: questo cambiamento è dovuto alla sua sfera personale o sbaglio?

No, non sbaglia. Forse è più aperto, più solare, più fiducioso. Da Macramè in poi diventa un approccio fiducioso. Ma sarà … è dovuto al fatto che, per esempio – lei non l’ha detto ma lo dico io – Macramè è stato l’occasione di incontrare mia moglie, Mercedes, che legge i frammenti delle lettere portoghesi. È dovuto a quello, sicuramente. E poi però è un amore raccontato anche in maniera letteraria. Il fatto che abbia scelto di utilizzare i frammenti delle Lettere di una monaca portoghese, romanzo di Gabriel Joseph de Lavergne. Ecco, quella vicenda, averla inserita fra le canzoni dell’album, mi dava il modo di fare qualcosa di più rispetto alle canzoni e basta. Perché in quegli anni, in quel momento, credevo davvero che la forma canzone si potesse ampliare un po’. Senza esagerare, ma un pochino sì. E che in qualche modo diventasse minimamente teatro, minimamente letteratura. Ci credevo. E visto poi il successo del disco, devo dire che evidentemente il pubblico questa cosa l’ha anche capita bene.

Nel disco c’era anche la collaborazione con il bassista Tony Levin (Peter Gabriel, King Crimson, David Bowie, Dire Straits).

Sì, c’è Tony, con cui dopo abbiamo collaborato un po’, abbiamo anche suonato dal vivo insieme e lui è entrato nell’idea del disco completamente bene. Abbiamo lavorato felicemente insieme e non è stata una collaborazione di facciata come spesso avviene. Ho cercato sempre di avere vicini dei musicisti che potessero portare un materiale umano diverso, anche diverso da me perché è importante questo: il non essere autoriferiti musicalmente. Avere delle personalità forti intorno che in qualche modo ti fanno un po’ deviare o ti fanno ripensare per me è sempre stato prezioso, e Tony Levin in questo senso lo è stato.

Le collaborazioni non sono sempre facili, specie fra grossi nomi: le sarebbe piaciuto anche collaborare con altri artisti o quelli con cui ha collaborato erano quelli con cui voleva collaborare?

Devo dire proprio chiaro e schietto che le collaborazioni non è che mi siano mai piaciute tanto, perché ho lavorato piuttosto in armonia con me stesso, almeno sul piano della scrittura. Quando c’erano le idee, volevo che fossero le mie. Non ho mai creduto fino in fondo alle collaborazioni, le ho sempre trovate faticose. Insomma, le collaborazioni qualche volta le ho fatte, ma non è che avrei voluto farne altre sinceramente

Se le capitasse Paul McCartney direbbe di no?

Ma è chiaro, se lei spara così in alto! Se spara così è un po’ scorretto! (sorride)

No, non è scorretto perché in termini di paragone collaborare con Paul McCartney sarebbe la scelta giusta.

Sono molto grato di questo immeritato paragone. Direi di sì, ovviamente.

Però lei ha scritto un sacco di canzoni per interpreti diversissimi.

Sì, ma quello è un altro fatto: erano canzoni che scrivevo io, come dire, in autonomia, e poi in molti casi è stato veramente interessante vedere come questi interpreti, questi cantanti, le leggevano, come ci entravano dentro. Perché poi, se c’è una cosa che non puoi fare, è obbligare un interprete a essere te, specialmente se sono interpreti che hanno una personalità forte. Mi è talmente piaciuto fare l’autore che, inizialmente, intorno ai vent’anni, volevo fare l’autore e basta. Mi piaceva moltissimo. Quando ho cominciato a capire che le canzoni che scrivevo piacevano ai cantanti, alle cantanti, e le cantavano volentieri e le riprendevano volentieri, ho pensato per un periodo di fare solo quello. Mi sembrava il mestiere più bello del mondo, perché mi piaceva l’idea di non apparire. Mi piaceva questa cosa. Mi piace l’idea che le mie canzoni siano conosciute al posto mio, mi piace l’idea di ascoltare le mie canzoni alla radio cantate da altri e di non esserci … poi invece come sappiamo le cose sono andate diversamente.

Però poi è successo, quasi tornando alle origini e alla voglia di non apparire, che ha smesso di esibirsi dal vivo.

In realtà ho smesso di fare tutto, salvo poi questa ripresa che è venuta dopo insieme a Mina. Ho fatto quest’album con lei, che è stata una di quelle collaborazioni che mi sono piaciute, però poi basta, non ho più scritto, anche perché ho scritto talmente tanto …

Ma davvero ha finito le parole come ho letto in un’intervista sul Corriere della Sera?

No, veramente non è che abbia finito le parole. Non ho finito le parole, ma ho finito la voglia. Poi, quando mi chiedono di interpretare peraltro … insomma ci sono più di 500 canzoni mie che sono lì, se volete cantarle, cantatele. Io non vedo motivo di aggiungerne.

A parte la questione della scrittura, non le piaceva più fare concerti, esporsi dal vivo perché c’era una stanchezza anche fisica?

Facciamo chiarezza: non è una questione di stanchezza. Quando ho lasciato il palco e tutto quanto non ero per niente stanco. Oggi che sono passati tredici anni non mi ricordo, potrei benissimo andare in giro e fare i concerti; non sono stanco per niente, ho tutta l’energia possibile per fare lo stesso lavoro che facevo prima. La questione è un’altra: è che avevo dedicato a partire dall’età di diciotto, diciannove anni, tutta la vita a questa attività, a questa creatività, alla musica. Ho lavorato moltissimo, veramente, a volte mi stupisco di quante cose ho fatto, e volevo prendermi la mia vita privata. Volevo dedicarmi alla mia famiglia, ai miei interessi, ai miei viaggi; volevo finalmente essere libero da questo. Ho girato mezzo mondo a causa del mio lavoro, però mi sono accorto di non averlo visto, perché ero sempre in velocità, sempre di corsa; quando ero in America o a Londra, rimanevo chiuso dentro uno studio di registrazione. Volevo finalmente prendermi il mio tempo e volevo farlo insieme alla mia famiglia e l’ho fatto. Ho voluto vivere una vita diversa, avere meno obblighi dal punto di vista promozionale, cioè è molto bello non dover pensare a vendersi, a essere presente, ad andare sui giornali, ad andare in televisione, ad avere sempre degli impegni per cercare di mantenere la propria immagine viva e presente. Ecco, è molto bello che questo non succeda più; la tua vita cambia completamente, diventi finalmente un privato cittadino e io lo apprezzo moltissimo.

Non ha paura un giorno di essere dimenticato?

No, anzi, non me ne importa niente di essere dimenticato. Probabilmente è quello che sta già succedendo. Se anche succede, per me non è un cruccio, non è un pericolo; se succede va bene, e se dovesse accadere in pratica lo provocherei io.

Però l’assenza in alcuni casi fa molto più rumore. Penso a un artista come Tom Waits che appare raramente. Si sente la mancanza di un determinato tipo di artista, la stessa cosa vale per Ivano Fossati.

Non lo so se è così. Sono d’accordo con quello che ha detto, perché l’assenza di certi artisti è chiaro che si sente … Lei ha citato Tom Waits, io ho una grande nostalgia di Randy Newman, che non fa più dischi. Questi artisti, in ogni caso, non si dimenticano, anzi l’assenza li rende quasi presenti. Ora, questo non so se può accadere nei miei confronti, però è certo che io non ci posso pensare, non posso fare conto su questo. Sinceramente non lo so se la gente si ricorda di me.

I suoi album ancora si ascoltano, difficile che si perda il ricordo.

C’è una cosa di base: chi vuole sapere qualcosa di me nei miei dischi la trova, trova tutto. È una cosa che stavo dicendo ieri a due miei amici che mi hanno fatto delle domande. Lì c’è tutto, io non ho bisogno di raccontare ancora, non mi sento di farlo, raccontare di me, parlare di me. Lì c’è tutto.

Viviamo in un periodo storico culturalmente bassissimo e c’è bisogno di figure che alzino l’asticella.

Sì, è verissimo, ma è altrettanto vero che ci sono delle artiste e degli artisti di valore che sembrano, in questo momento, fiaccati appunto dal momento che stiamo vivendo. È un po’ come se avessero perso forza e fiducia, c’è una stasi creativa. E poi c’è questo problema: quando gli artisti, diciamo quelli che possiamo chiamare artisti a lettere maiuscole, lasciano spazio, questo spazio viene subito riempito dagli altri, da quelli che ci interessano molto meno e che poi non ascoltiamo più, In effetti, poi non ci interessano più. Insomma, c’è anche un problema di spazi non difesi.

Che cosa non le piace di questo momento storico che stiamo vivendo?

La faciloneria, la superficialità, la banalità. Basta guardare ai social. Io i social non ce li ho, ma ho molti amici che ce li hanno; quindi, capita ogni tanto di vedere che cosa c’è dentro, ed è un mondo che veramente è fatto all’ottanta per cento di superficialità, questo influenza la gente, influenza le persone. Quando vedo i giovani ragazzi/ragazze che attraversano la strada con la faccia puntata nello schermo del cellulare, penso che queste cose ci stiano facendo davvero un danno colossale, un danno fisico e psichico, dal quale bisognerebbe tornare indietro ma temo che non sia più possibile.

Gli artisti e l’impegno politico, le prese di posizioni contro quello accade: penso a Bruce Springsteen, Brian Eno, Roger Waters. Mentre in Italia gli artisti non si espongono molto (a parte rare eccezioni).

In Italia rimangono abbottonati … Mi piacciono e stimo molto quelli che si espongono, anche per una ragione: io non ho mai avuto simpatia per quegli artisti che, per tutta la carriera non hanno mai fatto sapere da che parte stanno, che si sono sempre un po’ nascosti, oppure che hanno dichiarato che la loro religione è solo il pubblico. Io questo lo trovo vagamente scorretto, non ho mai amato questo genere di artista. Ho sempre avuta molta più stima per quelli che invece hanno manifestato le proprie idee; quindi, ancora di più gli esempi che lei mi ha fatto adesso, gli artisti che sulle loro idee ci mettono anche la faccia. Poi, da qui a pensare che gli artisti, la musica, possano cambiare le cose è tutta un altro discorso: non ho mai creduto che l’arte della musica faccia cambiare le cose, questo no, però apprezzo l’impegno.

Che la musica non cambia il mondo lo abbiamo visto con la sua generazione, sarebbe potuto cambiare già con Bob Dylan ma non è successo.

Quelli che hanno la mia età hanno creduto fermamente, eravamo ragazzini, verso la metà degli anni Sessanta, che il mondo stesse davvero cambiando, noi ci abbiamo creduto. La mia generazione ci ha creduto, eravamo ingenui, ingenui ma anche puri, eravamo puliti, il nostro pensiero era pulito. Poi ci siamo scontrati con la società, o le società, che non cambiano mai; alla fine girano sempre su stesse.

Cosa è successo a quelli della sua generazione? Molti sono diventati “prodotti” del capitalismo.

In molti casi sarà stato opportunismo, in molti altri potrebbe essere stata disillusione. Si ricorderà addirittura Giorgio Gaber: lo ha detto chiaro, e più chiaro di così non poteva essere con un intero album, La mia generazione ha perso. Ma il perdere, secondo me, non era un perdere politico: era proprio la perdita del sogno, la perdita della fiducia. Noi eravamo fiduciosi, ma eravamo anche ragazzi, e quindi le due cose non stanno insieme. Ci abbiamo creduto però.

La politica vi ha dato una mano a cadere in questa disillusione?

Sì, credo di sì. La politica è quello che è ed è rimasta quello che era. Guardi, mi ricordo che andai al cinema a Genova, a vedere il concerto di Woodstock, quando uscì il film, e mi ricordo che chi proiettava il film ebbe la pessima idea di mettere, tra uno spettacolo e l’altro, la pubblicità. I ragazzi staccarono letteralmente le poltroncine e ne uscì fuori una bagarre incredibile. Ecco, quello significava che da una parte c’era questo mondo di ragazzi che fermamente credeva in un cambiamento, in una filosofia diversa di vita, e poi dall’altra qualcuno che invece faceva il proprio mestiere, che dove-va mettere la pubblicità e l’ha messa, facendo uno sbaglio totale, dovuto a un’assoluta mancanza di comprensione di quel tempo. Questo avvenimento me lo ricordo bene, perché per me è stato proprio il segno di quanto i ragazzi fossero entrati, noi tutti fossimo entrati in un’idea umana, filosofica, che ci faceva credere che il mondo stesse cambiando … eravamo in viaggio, noi ci credevamo, me lo ricordo benissimo, eravamo in viaggio e verso una cosa migliore, e tutti i segni che ci dicevano che invece la società era sempre quella di prima, noi li combattevamo.

Le piace la sinistra di oggi?

Come tutte le persone di sinistra, spero sempre che accada qualcosa, uno scatto, che ci sia uno scatto … a volte le risorse ci sono, si tratta poi che quelli che stanno lì a Roma le sappiano usare. Faccio un esempio che è di stretta attualità: a me, ad esempio, la Schlein piace e mi domando una cosa: adesso si fa un gran parlare di questa possibile discesa in campo della Salis, la sindaca di Genova, che ho sentito essere contraria alle primarie, ed io sono perfettamente d’accordo con lei, per questa ragione: se abbiamo le risorse, e in questo caso sono due donne, in gamba, molto diverse fra loro ma in gamba, perché non utilizzarle entrambe, invece di farle combattere l’una contro l’altra? Se ci sono delle risorse mettiamole insieme, non facciamole combattere tra di loro. A me non piace il meccanismo delle primarie se devo essere sincero.

Mio fratello che guardi il mondo o Pane e coraggio, due canzoni sempre attualissime: abbiamo perso l’umanità, abbiamo perso fiducia nell’altro, abbiamo così paura del diverso?

Purtroppo sono attuali sì. Io di solidarietà nei rapporti umani ne vedo ancora tanta. C’è gente che si lascia influenzare da quello che legge, da quello che urlano alcuni politici, ma c’è anche molta gente che non si lascia influenzare da questo. Di solidarietà ne vedo ancora tanta, certo una parte della nostra umanità, o meglio dire sentimento di vicinanza agli altri, ce l’hanno fatta perdere oppure, se proprio non l’abbiamo persa è stata danneggiata. Ma non è colpa nostra, è colpa di quello che ascoltiamo, è colpa di quello che leggiamo, di quello che vediamo sui social, della gente che urla, dei titoli di giornali urlati, però c’è anche molta gente che passa sopra a queste cose, per fortuna c’è gente che vola più alto e io in questo ripongo fiducia e speranza.

Il tempo passa, lei ha 74 anni: Jung scriveva in Anima e Morte che essere vecchi è estremamente impopolare e che non ci si rende conto che il non poter invecchiare è cosa da stupidi …

Non solo da stupidi, ma anche doloroso. La gente lotta con le unghie e con i denti per non invecchiare, fa di tutto e tutto questo crea una destabilizzazione. Poi tutti sappiamo che incontriamo, a volte, persone che invece si lasciano invecchiare serenamente, che sono bellissimi, con il cervello che funziona, ragionano splendidamente e ci fanno quasi invidia, ci danno speranza. E poi ci sono quelli che vogliono rimanere giovani a tutti i costi, donne e uomini, che si rendono anche ridicoli…diciamoci la verità.

Lei che rapporto ha con lo specchio fisicamente e mentalmente?

A fasi alterne. Ci sono delle mattine che sono distratto, vado davanti allo specchio del bagno e mi guardo e non so chi incontro e il pensiero che mi viene è: “Accidenti, peccato però”, sarebbe come dire che mi trovavo meglio prima. Però contemporaneamente è una cosa che accetto, non dico proprio che sia la cosa equilibrata da fare. Insomma, grazie a Dio le cose non vanno così male, fino ad ora posso ancora guardare lo specchio.

Se si guarda indietro invece, pensando ai suoi rapporti passati, pensa di doversi chiedere scusa, per non essere stato quello che voleva o poteva essere?

Penso che questo che capiti a tutti, specie quando si arriva ad un’età come la mia. Si guarda indietro ogni tanto, raramente, e si scoprono degli angoli della vita che potrebbero essere stati migliori. Però se c’è uno spettacolo che non si può rifare, è proprio questo: la vita non permette questo. Credo che voltarsi indietro, anche raramente, sia meglio evitarlo. Io almeno lo evito più che posso.

Ma così non avremmo ricordato Macramè … ogni tanto bisogna guardare indietro e ricordare quello che c’è stato di buono.

Ho pensato a Macramè solo perché me l’ha ricordato lei: erano anni che non ci pensavo. Ogni tanto è chiaro che ci si dimentica anche qualcosa di buono, ma ne può valere la pena … Nel conto generale si può accettare.

Lei è padre: che tipo di padre è stato, che tipo di padre è?

Sono stato, in una prima fase, quando mio figlio era piccolo, forzatamente anche un po’ assente, e poi per molti anni ho cercato di migliorare, ho cercato di insegnare a me stesso come si fa, e sono diventato un padre come si deve, e credo oggi sì, di esserlo a tutti gli effetti. L’inizio, durante la sua infanzia, perché lavoravo, perché ero sempre in giro per il mondo, perché passavo mesi in America, in Inghilterra, in tournée, fu difficile. Ma non lo dico per discolparmi, perché uno dovrebbe trovare sempre il modo di essere presente con i figli. Non c’è giustificazione possibile, ed è per questo che ho cercato con tutte le mie forze di recuperare.

Non ha potuto salutare sua madre, scomparsa durante la pandemia … un momento molto privato e doloroso.

È molto doloroso e privato, però attenzione: è una cosa che è accaduta a molta gente. Durante il periodo della pandemia molte famiglie si sono trovate in questa stessa situazione. Non hanno potuto salutare i propri cari. Quando è accaduto a me c’erano delle regole stringenti, terribili, che mi impedirono di starle accanto negli ultimi momenti. E questa è una cosa che mi porterò dietro fino in fondo.

Sua madre sembra essere stata un’ottima madre per lei.

Lo è stata, è stata più che un’ottima madre, è stata eroica. C’era un amore grandissimo, anzi proprio perché la vita era stata così bella, così generosa, così intelligente, così aperta, una persona soprattutto aperta, con una mente aperta, mi è dispiaciuto come nell’ultimo momento, nelle ultime ore della vita, poi le cose siano andate così.

Il legame così stretto con sua madre è dovuto anche al fatto che lei non ha mai conosciuto suo padre?

In realtà non è che non l’ho mai conosciuto mio padre, è che lui se ne andò quando io avevo un anno. Quindi ho vissuto gli anni dell’infanzia, dell’adolescenza con lei e con i miei nonni, che erano persone meravigliose. E però senza padre. Sono cose che nella vita pesano. Si ha un bel dire che non lasciano segni, i segni li lasciano eccome, no? Mi dispiace sempre che i ragazzi, che qualche ragazzo o ragazza che conosciamo con la mia famiglia, io e mia moglie, hanno delle famiglie disgregate, perché so quanto si soffre, e a volte magari non si soffre subito quando si è adolescenti, perché da giovani si hanno delle forze immani, magari poi si soffre dopo, quando si è adulti. Il dolore di quel tipo un pochino ti insegue, genera dispiacere, dolore. Lo abbiamo combattuto però …

Si combatte un nemico però. Un po’ nella sua musica si sente, non che c’è qualcosa che non va, ma che manca qualcosa, che manca un pezzo.

Manca un pezzo, sì, manca un pezzo importante e ti devi reggere su altre forze e devi diventare bravo se vuoi rimanere equilibrato, devi affrontare le cose con un’energia maggiore e forse con una forza maggiore.

Se dovessero organizzare un concerto in favore per la Pace, per Palestina e la invitano?

Ma ci sono decine di artisti pronti a farlo! Non direi mai di no per la Palestina, ci mancherebbe altro. La questione è che sto facendo una vita diversa. Dovrei riprendere tutte le cose in mano, dovrei ricordarmi come si faccia l’artista e ci metterei un sacco di tempo solo per ricordarmi come si fa. Poi, bisogna dire anche la verità: la beneficenza “pelosa” del music business e la retorica che l’accompagna mi hanno sempre convinto poco. Oggi meno che mai.

17 Maggio 2026

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