Il direttore del Fatto spara a zero

Perché Travaglio attacca Schlein dopo l’incontro con Obama: l’asse PD-Forza Italia spaventa il M5S

Il Fatto prosegue sulla scia dell’assalto al Colle per il caso Minetti: silurare una convergenza al centro dopo le elezioni che metterebbe i 5s in disparte

Politica - di David Romoli

15 Maggio 2026 alle 07:00

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Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica
Photo credits: Andrea Di Biagio/Imagoeconomica

Dopo aver preso di mira il presidente della Repubblica, il direttore del Fatto se la prende ora con la segretaria del Pd. Sul fatto che il vero bersaglio della campagna contro la grazia per Nicole Minetti fosse Mattarella non possono esserci dubbi. Lo stesso Travaglio lo aveva esplicitato in un editoriale in cui accusava tra le altre cose il presidente di aver partecipato alle esequie di Silvio Berlusconi e di aver nominato Cavaliere sua figlia. La campagna è andata almeno per ora in buona parte a vuoto, l’inchiesta bomba si è rivelata un flop ma l’obiettivo è stato parzialmente centrato. Costretto a chiedere un’ulteriore indagine, criticato comunque da moltissimi per il solo fatto di aver graziato Minetti, il capo dello Stato ne è uscito comunque indebolito.

All’origine dell’intemerata contro Elly Schlein, che “doveva cambiare il partito invece continua a comportarsi come se il partito avesse cambiato lei”, non ci sono scandali né presunti segreti. C’è l’incontro della segretaria con l’ex presidente Obama, considerato uno dei “cari estinti della ‘terza via’ che ha distrutto la sinistra mondiale”. L’omaggio di Elly al presidente dell’Obamacare sarebbe indizio forte di un “ritorno al peggior passato, quello della sinistra di destra”. La logica del tentativo di sgambetto ai danni di Mattarella si poteva indovinare. Quella dell’attacco contro la segretaria del Pd e prima alleata del M5s, di cui lo stesso Travaglio è tra i leader non confessi, è più enigmatica. Aiuta forse a capirla un’altra sortita, quella di Goffredo Bettini sul Foglio di due giorni fa. L’ultimo sopravvissuto della generazione dei giovani di Berlinguer non muove alcuna critica alla segretaria, che al contrario sostiene con tutte le sue forze. In compenso si scaglia contro non meglio precisati poteri che sognerebbero “la sostituzione del M5s con Forza Italia” e per questo “vanno in cerca di pareggi, di nuove ammucchiate, di nuovi tecnici”. Diversi in quasi tutto, Bettini e Travaglio combattono contro lo stesso spettro: la nascita di un asse Pd-Fi, o meglio Pd-Centro, ai danni dell’alleanza Pd-M5S.

Non è una paura del tutto infondata. Con cautela e senza esporsi troppo Marina Berlusconi sembra spingere il partito azzurro se non verso il Pd certo verso una posizione più autonoma e con le mani molto più libere. Da settimane gli stessi quotidiani che per anni avevano esaltato la stabilità sono passati a denunciare il rischio che la longevità di un governo ne foraggi le tendenze immobiliste o addirittura a esaltare le virtù del pareggio che in fondo costringerebbe tutti a fare di nuovo politica. Non sono opinioni in libertà ma il riflesso delle resistenze di ambienti che temono il M5s, che in fondo è responsabile di quella catastrofe che è stato il superbonus e potrebbe riprovarci, non gradiscono la vicinanza ormai stretta tra Pd e Cgil, sospettano che un governo con Conte dentro, o forse addirittura alla guida, si scosterebbe dalla linea del sostegno totale a Kiev. Soprattutto quest’ultima ombra è certamente molto temuta dal presidente, che è il vero principale leader del fronte filoucraino ed europeista in Italia, e probabilmente si spiega anche così il tentativo di killeraggio politico a mezzo Nicole Minetti. Il pareggio alle elezioni del 2027 sarebbe la via eminente per sovvertire gli attuali equilibri politici nel centrosinistra. Infatti tifano per il pareggio, ovviamente senza poterlo confessare, anche tutte quelle anime del Pd che non vedono l’ora di liberarsi di Conte e possibilmente anche di Elly. Certo, l’ipotesi di un cambio di strategia e di alleanze prima delle elezioni è fuori dalla realtà ma in tutta evidenza la paura di Bettini e Travaglio è che qualcuno, nel partito e soprattutto sui media, inizia a preparare il terreno per il dopo voto cercando di costringere la segretaria ad ammorbidire le sue posizioni troppo schiacciate su Cgil e M5s.

I timori di una piroetta neocentrista nel partito che neocentrista è stato fino al 2022 e ha smesso di essere più per necessità che per virtù sono comprensibili. La dissonanza sta nell’insistere allo stesso tempo per mantenere questa legge elettorale, che è fatta apposta se non per garantire almeno per rendere più probabile il pareggio. Così com’è il progetto di legge elettorale presentato dalla destra non è accettabile per il Campo Largo e probabilmente verrebbe affondato dalla Corte Costituzionale. Però, dopo la botta del referendum, la premier deve davvero trattare e modificare gli aspetti più abnormi della sua proposta, a partire dal premio di maggioranza che dovrà essere ridimensionato. I margini di trattativa ci sarebbero. Il Campo largo è però convinto che con la legge attualmente in vigore avrebbe maggiori possibilità di vincere, facendo il pieno nei collegi maggioritari del centrosud. Non c’è da fare moralismo ipocrita. Quando si tratta di legge elettorale tutti i partiti fanno da sempre calcoli del genere. Ma bisogna sapere che votare con il Rosatellum avrebbe un prezzo e che quel prezzo è appunto il rischio del pareggio con tutto quel che ne conseguirebbe e che tanto turba sia Marco Travaglio che Goffredo Bettini.

15 Maggio 2026

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