La procedura
Suicidio assistito, Mariasole morta dopo 9 mesi di attese: “Spero che nessuno debba soffrire e sentirsi sola come me”
Il quarto caso in Toscana e il 16esimo in Italia. "Mi sono sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile e che toglie dignità". A causa di una malattia degenerativa, la 63enne non camminava, comunicava soltanto tastiera e sintesi vocale, e soffriva di grave disfagia e stipsi cronica
News - di Redazione Web
È morta dopo nove mesi di attese, una diffida e un ricorso d’urgenza dopo aver iniziato il percorso per accedere alla procedura del suicidio assistito. Quello della 63enne chiamata Mariasole (nome di fantasia) è il quarto caso in Toscana e il 16esimo in Italia di una persona che ha avuto accesso alla procedura che in Italia non è normata da una legge ma da pronunciamenti della Consulta. “In questo periodo di attesa – le sue parole diffuse in una nota – mi sono sentita defraudata di un diritto che dovrebbe essere inalienabile e la cosa più triste, che toglie dignità, è la lotta che ho dovuto fare insieme a chi mi è accanto. Spero che nessuno debba attendere nella sofferenza come me e sentirsi sola davanti ad ostacoli che non dovrebbero esserci una volta accertata la malattia e la volontà libera della persona”.
La notizia è stata resa nota dall’Associazione Luca Coscioni secondo la quale Mariasole ha dovuto intraprendere un lungo iter legale iniziato con la prima richiesta alla Asl nel luglio 2025 e durato nove mesi”, e “in questo percorso è stata seguita dal collegio legale dell’associazione, composto dagli avvocati Francesca Re, Angioletto Calandrini e Alessia Cicatelli e coordinato dall’avvocata Filomena Gallo”. La donna è morta lo scorso 4 maggio, era affetta dal 2015 da parkinsonismo degenerativo che in pochi anni l’ha portata a una totale dipendenza da altre persone. Non poteva camminare, comunicava soltanto tramite un comunicatore a tastiera e sintesi vocale e soffriva di grave disfagia e stipsi cronica. A prendersi cura di lei il marito e operatori sanitari senza i quali ogni funzione vitale non sarebbe stata possibile.
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Inizialmente l’Azienda Sanitaria le aveva negato l’accesso alla procedura, riteneva insussistente il requisito del “trattamento di sostegno vitale” anche se il parere del Comitato etico riconosceva la sussistenza di tutti i requisiti. Solo dopo una diffida, un ricorso d’urgenza presso il Tribunale di Pisa e l’ulteriore peggioramento delle condizioni della donna con il rifiuto di “Mariasole” alla nutrizione artificiale (Peg), la commissione dell’Asl ha riconosciuto la sussistenza di tutti i requisiti previsti dalla Consulta, conformandosi alla recente giurisprudenza (sentenze 135/2024 e 66/2025).
Quarto caso di suicidio assistito in Toscana: è morta “Mariasole”, 63enne affetta da una patologia neurodegenerativa. Ha dovuto aspettare 9 mesi, presentando una diffida ed un ricorso di urgenza. Si tratta del 16° caso in Italia.https://t.co/5ZmYXtKacR pic.twitter.com/qlOOZ8ShlE
— Associazione Luca Coscioni (@ass_coscioni) May 14, 2026
“In linea di principio attendere nove mesi è sicuramente un tempo molto lungo, ma nel caso specifico di Mariasole mi sento di dire che la risposta, pur se negativa, della commissione dell’Asl Toscana Nord Ovest fu sollecita. Poi l’azienda, in itinere, ha cambiato il parere e si è potuto portare a conclusione la procedura di suicidio assistito”, le parole riportate da ANSA di Paolo Malacarne, il medico che ha assistito la 63enne. “Le e tempistiche fissate dalla legge regionale toscana sono state rispettate. In un primo momento la Asl aveva dato parere negativo alla procedura spingendo così la paziente a fare ricorso al tribunale. Nelle more del giudizio, la commissione ha cambiato parere in virtù di nuove consulenze specialistiche intervenute e si è così potuta completare la procedura di suicidio assistito”.
La donna è morta in casa sua, dopo l’autosomministrazione del farmaco letale fornito dal Servizio Sanitario Regionale. In una nota diffusa dall’Associazione Coscioni, la donna spiegava i motivi della sua decisione: “Sono vari: l’impossibilità di vivere una vita che sia degna di questo nome, non poter vedere, non poter parlare e quindi l’impossibilità di comunicare, non avere la possibilità di muovermi in nessun modo, non poter mangiare, in pratica non vivere”. Filomena Gallo e Marco Cappato, segretaria nazionale e tesoriere dell’associazione Coscioni hanno espresso come “fondamentale l’interpretazione evolutiva del ‘sostegno vitale’: l’assistenza dei caregiver e il diritto di rifiutare trattamenti come la Peg sono parte integrante della libertà di scelta nel fine vita”.
Di segno opposto il commento di Antonio Brandi, presidente di Pro vita & Famiglia, secondo il quale “nella sua drammaticità, questo caso è purtroppo l’ennesima conferma che l’Italia non ha bisogno di una legge che faciliti ulteriormente la morte di Stato, già ampiamente sdoganata dalle sentenze della Corte costituzionale degli ultimi anni, la quale ha peraltro ribadito più volte che non esiste alcun diritto a morire e che un’apertura a tali pratiche aumenterebbe il rischio di abusi e di pressioni sociali sui malati e sui fragili, spingendoli a ‘farla finita’ per non sentirsi un peso”. Brandi si è augurato che Forza Italia e Lega si ricredano dopo che “nelle ultime settimane stanno vergognosamente appoggiando un Ddl sul Fine Vita in Senato, tradendo i propri elettori: la strada non è questa, ma esclusivamente quella delle cure palliative”.