La rassegna tra impegno e coraggio

Cannes si ribella alla censura di Trump “L’arte è politica e ce ne vantiamo”

“Se un’opera ha un messaggio politico non è nemica dell’arte”, tuona Park Chan-wook. E Laverty e altri registi difendono Sarandon, Bardem e Ruffalo, fatti fuori da Hollywood perché pro-Gaza

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

15 Maggio 2026 alle 20:06

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AP Photo/Andreea Alexandru
AP Photo/Andreea Alexandru

Se esattamente un anno fa, proprio in queste pagine, riportavamo un’atmosfera, al Festival di Cannes, tra le più politiche di sempre, con una lettera aperta firmata da più di 350 star internazionali che condannava il genocidio a Gaza, non possiamo che rilanciare lo stesso sentimento anche in questa edizione, la numero 79, inaugurata da un discorso molto chiaro, fatto dal presidente di giuria del concorso ufficiale, Park Chan-wook, il primo presidente coreano nella storia del festival, di assoluta coesione tra cinema e politica. “Non penso che la politica e l’arte debbano essere divise,” ha detto ad inizio conferenza. “È un concetto strano pensare che siano in conflitto tra loro. Il fatto che un’opera d’arte contenga un messaggio politico non dovrebbe farla considerare nemica dell’arte”. “Allo stesso tempo”, precisa, “il fatto che un film non esprima un messaggio politico non significa che vada ignorato”. Nel mondo dei festival cinematografici, c’è chi pensa che la dichiarazione di Chan-Wook sia una risposta a quanto detto dal Wim Wenders presidente di giuria dell’ultima Berlinale, che, contraddicendo quanto fatto anche dal suo cinema in passato, separava l’impegno politico da quello artistico.

La giuria di Cannes non ci sta ad accettare compromessi ed è evidente che giudicherà i film in base anche al loro valore nella società. Lo confermano gli altri giurati, a partire da Paul Laverty, storico sceneggiatore di Ken Loach e vincitore della Palma per la sceneggiatura di Sweet Sixteen che ci ha tenuto ad elogiare il meraviglioso poster di Cannes di quest’anno, dedicato a Thelma & Louise, ricordando: “e non è forse affascinante vedere persone come Susan Sarandon, Javier Bardem e Mark Ruffalo finire nella lista nera a causa delle loro opinioni e per essersi opposti al massacro di donne e bambini a Gaza? Vergogna alle persone di Hollywood che fanno questo. Il mio rispetto e la mia totale solidarietà va a loro. Sono il meglio di noi, li ammiro profondamente”. Non è forse un caso dunque che i grandi studios di Hollywood al Festival siano vistosamente assenti, non c’è neanche un blockbuster, salvo quelli del passato commemorati come Top Gun e Fast and Furious, mentre invece sono i più indipendenti e “piccoli” The Man I Love di Ira Sachs e Paper Tiger di James Gray a rappresentare gli Usa in concorso.

A proposito di film e divi americani, a due anni dal film che l’ha riportata sulla cresta dell’onda, The Substance, presentato qui a Cannes e che la ricollocava nel cinema d’autore con tanto di nomination all’Oscar, Demi Moore, anche lei in giuria, a proposito dell’autocensura che si infliggono molti artisti sulla politica, dichiara : “Penso che l’arte sia espressione, quindi se cominciamo a censurare noi stessi, spegniamo il cuore stesso della nostra creatività, che è il luogo in cui possiamo scoprire verità e risposte”. Interrogata poi sull’altro tema caldo di questo periodo, quello dell’intelligenza artificiale e la sua “interferenza nelle arti” mette sul piatto una possibile soluzione: “L’IA è qui, e quindi combatterla significa, in un certo senso, combattere una battaglia che perderemo. Trovare il modo di lavorarci insieme, credo, sia un percorso più valido”. Aggiunge poi in maniera ottimistica: “La verità è che non c’è nulla da temere, perché ciò che non potrà mai rimpiazzare è ciò da dove nasce la vera arte, che non è qualcosa di fisico. Viene dall’anima. Viene dallo spirito di ognuno di noi qui seduti, di ognuno di noi che crea ogni giorno, e questo non potranno mai ricrearlo attraverso qualcosa di tecnico.” Accanto a Moore e Chan-wook in giuria ci sono quest’anno l’attore ivoriano Isaach de Bankolé, la regista belga Laura Wandel, l’attore svedese Stellan Skarsgård, la regista cinese Chloé Zhao, l’attrice statunitense Tessa Thompson e il regista cileno Diego Céspedes, che proprio l’anno scorso ha vinto il Premio Un Certain Regard per la sua opera prima La misteriosa mirada del flamenco. A dimostrazione che i giovani registi non hanno paura di schierarsi, Céspedes afferma: “Anch’io sono molto politico. Spero che il cinema diventi più diversificato, e che non siano solo i ricchi a fare cinema. Io rappresento questo e spero che possiamo spingere in quella direzione”.

I primi due giorni di Cannes 79, sono anche quelli nostalgici di anniversari e commemorazioni, a partire da quello, in apertura, di celebrazione dei 20 anni da Il Labirinto del Fauno, presentato in concorso nel 2006 e proiettato restaurato in 4K. Tanta commozione per Del Toro che tra l’affetto dei fan e del pubblico presente in sala, ha detto, una volta fermati gli applausi: “Vent’anni fa, fare questo film era come andare contro tutto in ogni momento, è stata la seconda peggiore esperienza della mia vita come regista, la prima su Mimic con i Weinstein”. Aggiungendosi poi al dibattito in corso su questi tempi di minaccia dell’intelligenza artificiale, al grido di “Fuck AI – Fottiti IA”, riflette: “Siamo, purtroppo, in tempi che rendono questo film più pertinente che mai, perché ci dicono che resistere è inutile, che l’arte si può fare con una cazzo di app. Ma io sento e penso, come la bambina Ofelia ne Il labirinto del fauno, che se riusciamo solo a lasciare un segno, se riusciamo a contrapporre la nostra fede alla nostra fede e la nostra forza alla nostra forza, c’è speranza. E l’ultima cosa che possiamo fare è cedere a una delle due forze: possiamo cedere all’amore, o possiamo cedere alla paura. Mai, mai, mai cedere alla paura.” Ha dato grande forza ai cinefili di tutto il mondo ed alla creatività che realizza i sogni, pur senza grandi mezzi, Peter Jackson, Palma d’Onore alla carriera al Festival, consegnatagli dalle mani del suo Hobbit per eccellenza, Elijah Wood, a ricordare quel 2001 in cui il regista neozelandese portò sulla Croisette 20’ de La Compagnia dell’Anello, primo film della trilogia de Il Signore degli anelli.

Il resto è pura storia del cinema e di un regista che ha umilmente ringraziato sul palco, ricordando i suoi inizi e quel suo Bad Taste presentato qui nel 1988: “Non ho ancora capito perché stia ricevendo una Palma d’Oro, non sono il tipo da questi premi. Stamattina mi sono svegliato con una realizzazione ed ho pensato: ‘Questo è il modo del Festival di Cannes di scusarsi per non aver dato a Bad Taste la Palma d’Oro nel 1988. E quindi, in questo spirito, accetto con grande piacere questo premio”. Ad assicurarsi infine che le lacrime a Cannes non fossero abbastanza per i primi giorni, ci ha pensato Vin Diesel, protagonista di Fast and Furious, alla rassegna per il 25° anniversario del film che ha dato vita ad una saga longeva e di successo e che ancora piange la prematura scomparsa del suo co-protagonista Paul Walker. Nella proiezione di mezzanotte, Diesel con le altre star della saga Jordana Brewster e Michelle Rodriguez, e la sua figlioccia, la figlia di Walker, Meadow, ha raccolto l’entusiasmo del pubblico dopo la visione del film. “Questo è un film in cui la fratellanza è stata presentata al nostro millennio, da me e da mio fratello Paul e se stiamo realizzando il finale di Fast, Fast Forever, è grazie al vostro cuore e alla vostra fedeltà”.

15 Maggio 2026

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