Il libro di Giovanna Trento e Anita Virga

Franco Fortini, il marxista in Sudafrica che non vide l’apartheid

Le autrici indagano sui 26 giorni che l’intellettuale marxista trascorse nell’84 nel Paese di Mandela, senza riuscire a cogliere la temperie razzista a causa del suo distacco professorale

Cultura - di Filippo La Porta

13 Maggio 2026 alle 19:30

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Franco Fortini, il marxista in Sudafrica che non vide l’apartheid

Prendete un maturo intellettuale italiano di fede marxista a metà degli anni 80, un esponente prestigioso dell’area della nuova sinistra, considerato un maestro dalla generazione sessantottesca, un intellettuale dissidente per vocazione (“ospite ingrato” dappertutto si definì), portatelo in un paese razzista che dista dodicimila km da qui, invitato all’università (ci va violando il boicottaggio internazionale, solo per la curiosità di conoscere da vicino il paese dell’apartheid e per evadere dall’Italia del riflusso e del postmoderno). E poi vedete l’effetto che fa. Questo il movente del bel libro di Giovanna Trento e Anita Virga Con occhi di straniero, Mimesis, che però non hanno scritto un’opera di finzione ma una indagine storico-politica accurata e a tratti avvincente su un evento reale: il soggiorno di Franco Fortini in Sudafrica.

Tra il maggio e il giugno 1984 Fortini è invitato come visiting professor dal Dipartimento di Italiano dell’università di Johannesburg – dall’italianista Bruce Merry, conosciuto in Inghilterra – per un mese di lezioni (su Dante, Manzoni e Lukacs). Un’esperienza per lui “conturbante” ma anche in parte rimossa. Lui stesso dirà onestamente al ritorno di non riuscire a scriverne un saggio o un reportage. Ed è un peccato perché ha saputo come pochi intrecciare, in altre occasioni, i generi diversi del diario morale, del saggio politico e antropologico, dell’autobiografia (nell’introduzione ad Asia Maggiore si sofferma gramscianamente sul “resoconto personale”, sempre inadeguato eppure necessario). Tutto quello che ci rimane è una audiocassetta, due introduzioni a Mandela (che verrà liberato dal carcere solo cinque anni dopo), un articolo per il Manifesto e una poesia, tutti materiali che trovate in appendice al libro, accanto agli articoli che documentano le polemiche suscitate in Italia da quel viaggio (in particolare un velenoso articolo di Beniamino Placido, con cui Fortini ha subito uno “scontro di civiltà”, lievemente sproporzionato, come gli capitava spesso!) Lo scrittore ha modo di registrare la inafferrabilità e impenetrabilità di quel paese, anche se ci offre qui e là alcune riflessioni acute sulle ambiguità dei bianchi liberal e progressisti (che non si sentono dei colonizzatori), e anche un colorito e idiosincratico racconto della iper-conservatrice comunità italiana (nella quale avviene un incredibile incontro con il generale Maletti, ambigua figura dei Servizi!), storicamente figlia di un colonialismo anomalo come il nostro, e afflitta da sensi di inferiorità verso gli inglesi (l’immigrazione italiana in Sudafrica, in verità sparuta, data dai valdesi seicenteschi).

Il Sudafrica non è un altrove che poteva rientrare nel suo e nostro universo ideologico di allora, come la Cina, o anche l’America dalle mille contraddizioni. Non poteva essere il nostro passato né il nostro futuro. La sua complessità appariva indecifrabile. Non ci si trovavano i dannati della terra di Fanon né guerre di liberazione né rivoluzioni culturali. I suoi conflitti non somigliavano ai nostri, e rientravano a fatica in una “geografia allegorica” da noi spendibile in quegli anni. In Fortini la sensazione dominante, per tutto il tempo, è di “straniamento e assurdità”. Anzitutto va lì dopo varie perplessità e già con forti sensi di colpa – , di cui riferisce una storica, Chiara Ottaviano, che lo accolse all’università (nel libro c’è anche un interessante suo testo inedito) – e poi si ritrova in un clima culturale e politico asfittico. Soprattutto soffre di un eccesso di “protezione”. Può girare e osservare ben poco, e quando lo fa gli capita pure di ricavarne informazioni inesatte, come quando dice incautamente che negli enormi agglomerati urbani dei neri non ci sono organizzazioni sindacali e vi domina l’alcol in modo assoluto. In generale i neri sono per lui invisibili: non li vede, se non marginalmente: non riesce a farsi intellettuale dei sottosviluppati e delle classi subalterne perché non ne trova traccia! Tra l’altro assiste a una importante gara podistica nazionale, una gigante maratona lunga 90 km a Durban, ma le sue osservazioni risultano sempre troppo approssimative, sciatte, frettolose, dettate da leggerezza e cattiva informazione. Un intellettuale come lui, di solito iperproblematico fino alla pedanteria e addestrato a uno sguardo lucidamente dialettico, sembra spesso non problematizzare i contesti in cui viene a trovarsi. Il bilancio del mese di permanenza in Sudafrica è “sospeso tra argute intuizioni ed errate interpretazioni”.

Della testimonianza di Fortini, ricostruita scrupolosamente nel libro, mi hanno colpito due cose. Ospitato nella casa del professor Bruce Merry e di sua moglie Jean Marquand (attivista dei diritti civili, malata di tumore), accanto alla casa della scrittrice Nadine Gordimer, confessa di restare quasi sempre chiuso nella propria camera fredda. Non ha voglia di partecipare ai riti e alle abitudini famigliari nel soggiorno – loro hanno un bambino piccolo già nevroticamente capriccioso – e soprattutto evita in tutti i modi di intravedere da una porta aperta Jean nella sua stanza, “buttata sul letto fra lenzuola e quaderni”, sofferente e prossima a morire. In un memorabile articolo apparso anni prima sul Manifesto Fortini commentando Sussurri e grida di Bergman aveva sottolineato che il marxismo ci lascia del tutto inermi di fronte al limite oscuro della vita (malattia, vecchiaia, morte), delegando preferibilmente all’illuminismo e al positivismo. Ecco, qui il “marxista”, benché eretico, Fortini, non ce la fa a dare un luogo a quella oscurità: la sofferenza di Jean diventa per lui altrettanto indecifrabile, e spaventosa, del paesaggio sociale circostante.

Infine. Ancora un parallelo con Pasolini, con il quale – come sappiamo – Fortini ha avuto uno scontro fraterno per vari decenni, come se fossero i duellanti di Conrad. Entrambi gran viaggiatori, ma in modi opposti. Pasolini in Africa e in Asia si immergeva temerariamente nella notte buia di quei posti, ne riportava cicatrici e lividi, si esponeva senza difese alla loro alterità. In un certo senso, come Carlo Levi nella arcaica Lucania, permetteva a quella alterità di destabilizzarlo. Pasolini e Levi tornavano dai loro viaggi radicalmente diversi da come erano: Pasolini ne tornava spesso disincantato. Fortini, in ciò illuminista, tiene l’alterità a debita distanza, blindato dentro le proprie certezze – benché contraddittorie – : resta al di qua perfino del disincanto. E anche stavolta torna in Italia senza cambiare una virgola alla sua visione del mondo. Di quella natura percepisce tutta la bellezza esotica e straniante, ma vietandosi qualsiasi fusione romantica, attraverso il controllo razionale e perfino l’ironia (la natura sudafricana ridotta al “carciofo selvatico”). I neri rimangono per lui invisibili, un po’ perché erano accuratamente occultati e un po’ perché non ha nemmeno provato a vederli, magari rischiando qualcosa. Nei ventisei giorni di quella “eccezionale esperienza” ha voluto restare straniero. Il Sudafrica non diventò neppure nominabile, né alimentò la sua connaturata vocazione all’allegorismo. Eppure nelle sue preziose reticenze e omissioni le autrici del libro individuano significativamente quel Paese come l’ombra di Fortini, tassello prezioso per chiunque intenda comporne un ritratto.

13 Maggio 2026

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