Dieci anni senza Madiba

Chi era Nelson Mandela, il leader sudafricano che ha lasciato un pieno di ispirazione e proposte

Il leader sudafricano non ha lasciato un vuoto, ma un pieno di ispirazione e di proposte. Come il documento che l’Onu gli ha intitolato e che definisce standard minimi per il trattamento dei prigionieri. E che però viene calpestato ogni giorno nelle nostre celle

Editoriali - di Sergio D'Elia - 6 Dicembre 2023

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Nelson Mandela
Nelson Mandela

Nelson Mandela è venuto a mancare dieci anni fa. Ma nessuno può veramente dire che ci ha lasciati o che ha lasciato un vuoto. Tanti sono quelli che della sua mancanza hanno fatto in questi anni una presenza, tanto è quello che in nome suo e del suo vissuto è diventato stato di vita e di diritto.

Il capolavoro del padre del nuovo Sudafrica si chiama “Commissione verità e riconciliazione”. Mandela lo ha concepito alla fine dell’apartheid quando, insieme a Desmond Tutu, ha pensato a un altro modo di rendere giustizia alle vittime di violenze inaudite.

Quando, per ricucire le ferite del passato, non si è affidato al solito tribunale penale ma ha concepito una istanza di verità per non dimenticare le vittime del passato e una di riconciliazione per dare un futuro al Paese.

Un cambio di paradigma radicale della giustizia, che non punisce e separa ma riconcilia e ripara. Nelson Mandela continua anche per questo a essere esempio, fonte di ispirazione e proposta di governo per le grandi questioni del nostro tempo e del nostro mondo.

È il miracolo della “compresenza dei morti e dei viventi” di cui parlava Aldo Capitini e di cui era fermamente convinto Marco Pannella, convinzione che ripeteva come un mantra nelle assemblee radicali, che viveva e dimostrava agli occhi increduli dei suoi compagni di lotta.

Contro il luogo comune che vuole il morto non debba afferrare il vivo, che il morto è morto e non torna mai più. A ben vedere, invece, la compresenza è il prodigio di una realtà che diventa di tutti mentre prima era di uno solo, financo di una realtà compiutamente liberata proprio dal venir meno della persona fisica che l’aveva immaginata.

Che lo si voglia o no, che lo si creda o meno, è una realtà evidente, al di là di ogni evidenza. “Su ogni assemblea passa il soffio della compresenza”, diceva Capitini. La compresenza va oltre la fisica della materia, opera nella quarta dimensione, quella dello spirito, l’essenza che illumina, letteralmente crea una nuova realtà, la orienta ai valori umani universali. Veni creator spiritus! Non esiste assemblea umana sulla quale non spiri il vissuto di chi è passato prima di noi, illumini il presente e prefiguri il futuro.

Nelson Mandela, il suo vissuto, i suoi 27 anni passati in carcere, compreso quello duro dell’isolamento totale, hanno ispirato nel 2015 l’Assemblea della Comunità Umana Universale, quando le nazioni si sono riunite nell’atto di scrivere le regole dette appunto “Mandela”, per porre un limite al potere degli Stati nel momento del giudicare, del condannare, del sorvegliare, del punire e isolare un essere umano.

Come pro-memoria ai finti smemorati del potere e del dis-ordine costituito ricordiamo quelle essenziali: la regola 44 dice che è isolamento il confinamento per 22 ore o più al giorno in una cella senza significativi contatti umani e che è isolamento prolungato quello superiore a quindici giorni consecutivi; un trattamento questo che, insieme all’isolamento indefinito, la regola 43 considera una forma di tortura o un trattamento o punizione crudele, inumana e degradante; la regola 45 stabilisce poi che, in ogni caso, è proibito l’isolamento dei detenuti che abbiano disabilità mentali e fisiche quando le condizioni possano aggravarsi in ragione della misura applicata.

Lo spirito di Mandela svanisce alla vista dei dannati del 41 bis, nelle sezioni del “carcere duro” dove le sue regole minime sono profanate, dove la perdita dei sensi e dei sentimenti umani fondamentali si aggiunge a quella della libertà e si traduce in vere e proprie pene corporali. La mancanza della vista di un tramonto, di un monte o del mare, di un orizzonte che vada oltre i pochi metri di lunghezza della cella, rende ciechi.

La negazione di affetti e del calore di un contatto fisico di una mano e di una carezza di una persona cara, ti fa perdere il senno, spezza letteralmente il cuore. La proibizione di una parola possibile di conforto o un solo saluto scambiato tra una cella e l’altra, rende sordi e muti. Il ricordo negato del sapore e del profumo di un cibo familiare della propria infanzia e del paese d’origine, fa perdere il sapore, l’olfatto, i denti.

Le sezioni del “carcere duro” sono diventate istituti per ciechi, sordomuti, sdentati, stazioni terminali per malati terminali: di cuore, di cancro, di mente, di tutto. “Cimiteri dei vivi” chiamava le carceri Filippo Turati.

Lo sono non solo il “carcere duro”, ma anche il “carcere normale”, dove è concentrato tutto quello di inumano, incivile e mortifero che nella storia dell’umanità abbiamo abolito, perché, appunto, inumano, incivile, mortifero: i luoghi di tortura, i bracci della morte, i manicomi, i lazzaretti.

Tali sono le celle di isolamento, le sezioni di osservazione, ordine e sicurezza, i reparti di transito e di assistenza detta “sanitaria” del “carcere normale”, dove sono cumulati e tumulati tossici, minorati fisici, malati terminali e malati mentali che in altri tempi tenevamo in luoghi di cura, non di pena.

Nelson Mandela e le sue regole sono oggetto di preghiera soprattutto nelle celle di isolamento che si trovano di solito nella parte più bassa, buia e sperduta del carcere. Dove la luce filtra malamente da finestre di pochi centimetri quadrati. Dove a una fila di sbarre si aggiunge una rete a trama molto fitta che impedisce non solo di guardare fuori, sia pure un muro di cinta, ma anche all’aria di scorrere libera.

Dove, nella stanza di pochi metri quadri, tutto è piantato alla parete o al pavimento di cemento: branda, tavolo, sedile, armadietto, lavabo. Dove tutto è “a vista”, anche il gabinetto che a volte è la solita tazza, altre volte il water incastonato nel cemento, altre ancora il “cesso alla turca”. Dove l’ora d’aria può avvenire uno alla volta in una vasca di cemento armato lunga e larga pochi metri, con le mura invece altissime e sopra, a chiudere il tutto, una rete come quella di un pollaio.

In questi luoghi dove la sola permanenza induce alla pazzia, ho visto coi miei occhi: persone in “cura psichiatrica” da anni, con il corpo segnato da cicatrici per i continui atti di autolesionismo, sorvegliate a vista giorno e notte perché a rischio di suicidio; persone trovate nude con una coperta sulle spalle in celle con la branda priva di materasso, lenzuola e cuscino piantata su un pavimento ricoperto di cibo, urina ed escrementi; evidenti casi psichiatrici di persone che, però, erano state dichiarate del tutto capaci di intendere e volere.

È una pena dell’anima vivere tutto ciò, non solo per l’uomo privato della libertà, ma anche per l’occasionale visitatore e, soprattutto, per il suo custode, condannato a lavorare ogni giorno in un tale degrado umano e ambientale.

In tutti gli istituti di pena del nostro Paese, nell’ufficio del direttore, accanto alla foto del Presidente della Repubblica, dovrebbe essere incorniciata anche quella dell’ex Presidente del Sudafrica.

Nei corridoi delle sezioni, accanto ai murales di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, dovrebbe essere pitturato il volto sorridente di Nelson Mandela.

Nelle biblioteche del carcere, dove è raro trovarlo, oltre al Regolamento d’istituto, dovrebbero essere stampate in più lingue e messe a disposizione di detenuti e detenenti anche le Regole Mandela.

Non solo in Italia, lo spirito di Mandela e delle sue Regole continua a essere invocato nelle celle di isolamento di tutto il mondo dove non splende mai il sole, dove “vivono” anime sempre in pena, dove sono ridotti a zero quei significativi contatti umani senza i quali una persona è sottoposta a trattamento inumano e degradante, dove il diritto diventa torto, e tutto si torce nel senso della tortura.

6 Dicembre 2023

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