Il decennale della scomparsa
Chi era Marco Pannella, icona della nonviolenza con Gandhi e Martin Luther King
Icona universale della nonviolenza, l’incontro con Marco è stato decisivo. La mia prima vita è stata segnata dalla violenza, lui ci chiamava “compagni assassini”, io non lo accettavo perché lui era un nonviolento, io un “rivoluzionario”.
Politica - di Sergio D'Elia
Quest’anno ricorre il Decennale da quando Marco Pannella è venuto a “mancare”. Marco è stato non solo il fondatore del Partito Radicale, ma anche di Nessuno tocchi Caino, insieme a me, a Elisabetta Zamparutti e a una persona che non c’è più, Mariateresa Di Lascia, morta a 40 anni dopo aver costituito Nessuno tocchi Caino, il suo capolavoro civile, e aver scritto un romanzo straordinario, Passaggio in ombra, il suo capolavoro letterario, che nel 1995 vinse il Premio Strega. Questi primi dieci anni “senza”, sono stati per noi anni “con” Marco Pannella. Una “compresenza” la sua che Nessuno tocchi Caino ha voluto celebrare anche simbolicamente con la decisione di stabilire la nuova sede di Nessuno tocchi Caino a Roma in Via della Panetteria 15, proprio di fronte alla casa nella quale Marco ha vissuto fino all’ultimo. Gli incontri nella vita di ognuno possono essere decisivi per cambiare rotta rispetto a una strada che pensiamo di dover percorrere per coerenza o per necessità. Per me è stato decisivo l’incontro con Marco. Nel mondo, se si parla di nonviolenza, si pensa al Mahatma Gandhi, a Martin Luther King.
Per me, Marco Pannella è un’icona universale della nonviolenza al pari di loro. Ha concepito un’organizzazione politica – il Partito Radicale – che doveva essere universale, transnazionale e fondata sulla nonviolenza se voleva tentare di salvare il mondo dalla tragica illusione della sicurezza dei confini e delle sovranità nazionali. Ha fondato un’Associazione – Nessuno tocchi Caino – che doveva essere radicalmente nonviolenta e orientata ai valori umani universali se voleva essere d’esempio per tentare di salvare il Potere dal rischio mortale di diventare Caino nel nome e per conto di Abele. La nonviolenza è la chiave per decidere se la propria coerenza è un valore. La vera coerenza non risiede nella presunzione di chi non cambia mai modo di pensare, modo di sentire, modo di agire. La coerenza è tutta nella compatibilità tra i mezzi che si usano – nella vita politica e nella vita quotidiana – e i fini che si vogliono raggiungere. Il fine può essere distrutto dal mezzo che si usa per conseguirlo. La coerenza sta nell’insieme sostenibile, armonico, intimamente connesso di pensiero, sentimento, azione. Un’idea sconnessa dalla commozione (ciò che ti spinge ad agire) è una mera astrazione. Una passione disarmonica col pensiero, è coraggio fine a se stesso. L’azione non sostenuta da una visione, è solo un passatempo. Io c’ho messo una vita, la mia prima vita, a capirlo, e l’ho capito solo dopo averne fatto l’esperienza. Nella esistenza di ognuno di noi scorrono più “vite”: una prima, una seconda, una terza, forse una quarta vita. Le generazioni segnano questi passaggi: ogni venticinque anni una nuova generazione, una rinascita, nella stessa vita di una persona. Dire “sono sempre stato così, ho sempre pensato così, ho sempre fatto questo” è un’assurdità: la natura non è così. Il mutamento è la legge dell’universo e di ogni cosa, anche di ognuno di noi. Perché possiamo dire, con Giordano Bruno, letteralmente che “tutte le cose sono nell’universo e l’universo è in tutte le cose”, in perfetta armonia. E il mistero della creazione e della rinascita, è proprio questo: la comunione diretta tra l’uomo e l’universo. Ed è comprensibile: per il solo fatto di “aver mutato intento”, l’uomo risorge a una nuova vita, diventa cosciente, responsabile di sé, e per ciò stesso capace di creare un nuovo mondo.
La mia prima vita è stata segnata dalla violenza. Negli anni Settanta pensavo, come tanti, che per la giustizia, la libertà, la rivoluzione, fosse necessario annunciare un mondo nuovo attraverso la violenza. Non lo pensavamo solo noi: anche grandi filosofi e intellettuali hanno scritto che la violenza è la “levatrice della storia” e che “il fine giustifica i mezzi”. Io ho fatto esperienza della menzogna di questa “verità”. Con la violenza non ho fatto nascere una nuova storia: l’ho distrutta. Il reato più grave che ho commesso è aver ucciso le mie stesse idee attraverso il mezzo che usavo per affermarle. Eppure proprio in quegli anni c’era qualcuno, Marco Pannella, che lottava per conquistare al nostro Paese il diritto al divorzio, all’aborto, all’obiezione di coscienza al servizio militare, e lo faceva con la nonviolenza: scioperi della fame, scioperi della sete. E vinceva perché i mezzi erano coerenti con i fini. Lui si rivolgeva a noi chiamandoci “compagni assassini”. Io capivo, e mi irritavo. “Compagno” non lo accettavo perché lui era un nonviolento e io “un rivoluzionario”; “assassino” ancora meno, perché il sacro fuoco della rivoluzione ardeva in me. Ma cosa voleva dire Marco? Che violenti e nonviolenti non sono nemici: sono fratelli, entrambi rivoluzionari. La differenza è che i violenti sono rivoluzionari per odio, i nonviolenti per amore. Sono entrato in carcere con l’eco delle sue parole – fratelli, rivoluzionari, gli uni per odio, gli altri per amore – e lì inizia la mia liberazione. Inizia la mia seconda vita. Oggi sono nella terza vita. Non mi piace dire “pacificato”, ma sono in armonia: con me stesso, con tutti, perfino con i miei nemici, con quelli che negano diritti umani fondamentali nelle carceri, con il potere penitenziario, carnefice e vittima allo stesso tempo. Altro che rieducazione! È impossibile rieducare qualcuno in quei luoghi. Sono luoghi fatti per diseducare. Si cita Dostoevskij, Voltaire, Tolstoj: “Se vuoi conoscere la civiltà di un Paese, entra nelle sue carceri”. Dopo esserci stato, oggi dico: la civiltà di un Paese si misura uscendo da quei luoghi. Bisogna superarli. Abbiamo abolito la schiavitù, la tortura, la pena di morte, i manicomi, ma manteniamo luoghi di tortura e schiavitù, manicomiali e mortiferi. Dove non è praticata la pena di morte, ma è praticata la pena fino alla morte e la morte per pena.
Io ho questa visione: non un carcere migliore, ma qualcosa di meglio del carcere; non un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale. Come in Sudafrica dopo l’apartheid, ho in mente commissioni “verità e riconciliazione”, quelle che hanno salvato il futuro di quel Paese. Verità, per onorare le vittime; riconciliazione, per dare un futuro alla comunità. È la giustizia senza la spada, è la giustizia dell’equilibrio, della nonviolenza e dell’armonia tra mezzi e fini: così, verità da un lato e riconciliazione dall’altro, i piatti della bilancia risultano in pareggio. Nel calendario di Nessuno tocchi Caino di quest’anno a lui dedicato ci sono alcune frasi potenti di Marco Pannella. Negli anni Settanta si diceva: “La fantasia al potere”. E lui rispondeva: «Non credo al potere, e ripudio perfino la fantasia se minaccia d’occuparlo». Ma allo stesso tempo Marco diceva che «ci sono troppe splendide cose che potremmo/potremo fare anche con il “nemico”, per pensare a eliminarlo». La nonviolenza si misura nei rapporti con il nemico, non con il fratello. Lo diceva Mariateresa Di Lascia: l’unico coraggio che bisogna avere nella vita è quello di amare. La nonviolenza significa amore, soprattutto verso il proprio nemico. Gesù, poi Gandhi, poi Martin Luther King, poi Marco, poi Mariateresa. È lì che si vede se si è nonviolenti. E so quanto sia difficile, soprattutto da giovani: l’odio era il mio sentimento, la violenza il metodo. Io oggi, a 74 anni, posso dire di aver raggiunto quel livello di coscienza orientata ai valori umani che porta fino ad amare il tuo nemico. In carcere, il primo giorno, ricordo il letto piantato al pavimento, le lenzuola ruvide, la coperta marrone dell’amministrazione penitenziaria. Ho dormito tre giorni di fila: era il sonno e anche il sogno della liberazione. È lì che è iniziata la mia rinascita. Ma solo oggi, dopo mezzo secolo, posso dire di essere diventato nonviolento: non nutrire odio nemmeno verso chi ti fa del male. Ogni esperienza, anche la più terribile, può essere preziosa. Se sono ancora qui, sempre vivo, a testimoniare la forza rivoluzionaria della nonviolenza, lo devo a Marco Pannella.
Marco mi ha insegnato la nonviolenza, questa forza sottile e invisibile come un quanto, eppure dura e durevole come l’acciaio, letteralmente “religiosa”, che tiene insieme, lega indissolubilmente persone e cose le più diverse. La nonviolenza è la forza della coscienza, del dialogo, dell’amore, la forza che ha connotato la vita di Marco Pannella. Spes contra spem, il motto di Paolo di Tarso, è stata la cifra della sua vita: il dover essere speranza contro l’avere speranza, proprio quando ovunque – nel mondo che ci circonda e nel proprio mondo interiore – sembrano prevalere disperazione, indifferenza e rassegnazione. Cioè, vivere come soggetto attore della speranza, vivere nel modo e nel verso in cui si spera vadano le cose, essendo noi stessi proposta, prova e corpo del cambiamento. Mai ‘contro’ qualcosa o qualcuno, ma sempre ‘per’ e ‘con’. Col suo esempio – spirituale e corporale – quanti giovani Marco ha educato alla nonviolenza! Il 19 maggio, dalle 10 di mattina alle 20 della sera, a Roma, in via della Panetteria 15, continueremo a farlo “vivere” insieme a coloro che lo hanno conosciuto e stimato, a coloro che lo hanno amato e avversato. La “panetteria” di Marco Pannella è stata il forno che ha sfornato sempre un pane buono che ha dato da mangiare agli affamati, la fonte da cui è sgorgata un’acqua cristallina che ha dato da bere agli assetati. La fame di amore e conoscenza, la sete di giustizia e libertà, la fame e la sete che ancora soffre il mondo.