Nelle sale "Yellow Letters"

Yellow letters, parla il regista İlker Çatak: “Un film per svegliare gli artisti addomesticati”

Il cineasta de “La sala professori” parla della sua nuova opera, Orso d’oro a Berlino: “Molti artisti si lasciano intimorire dal ricatto capitalista. L’integrità dà fastidio, ma alla fine ripaga”

Interviste - di Chiara Nicoletti

6 Maggio 2026 alle 21:30

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AP Photo/Ebrahim Noroozi


Associated Press / LaPresse
AP Photo/Ebrahim Noroozi Associated Press / LaPresse

In un festival di cinema come la scorsa edizione della Berlinale, intriso di politica anche quando veniva accusato di sposare alcune cause più di altre, a vincere l’Orso d’Oro è stato un film, Yellow Letters del regista turco-tedesco İlker Çatak, che racconta proprio gli artisti messi davanti all’ostacolo del compromesso. Esercitare la propria arte con indiscussa libertà di analizzare e criticare la società, i suoi governanti, oppure non esercitarla affatto se sporcata da condizioni e limiti? È il quesito dominante al centro del dilemma in cui si trovano Derya (Özgü Namal) e Aziz (Tansu Biçe), celebre coppia di artisti turchi la cui vita viene sconvolta quando quest’ultimo riceve una “lettera gialla”, la notifica del suo licenziamento dall’università dopo che lo Stato li ha messi nel mirino all’indomani della prima del loro nuovo spettacolo, apparentemente critico del governo. I due sono costretti a trasferirsi a Istanbul, a casa della madre di lui, con figlia adolescente al seguito, e affrontare, o una vita senza arte, fatta di lavori indigenti oppure vivere il proprio lavoro come tale, in maniera esecutiva e superficiale, senza implicazioni politiche o messaggi per il pubblico. Seppur ambientato nella Turchia di oggi, Yellow Letters non fa mai riferimento a Erdogan anche se il contesto in cui si muovono le vicende non è dichiaratamente quello. È chiarissimo infatti che İlker Çatak abbia voluto distaccarsi dall’ottimo ma minimalista La sala professori, del 2023 per un’opera che vuole essere di denuncia senza mettere la testa sotto la sabbia. Abbiamo incontrato il regista a Berlino, pochi giorni prima che fosse premiato per un’analisi del film e dei temi che gli stanno a cuore.

Questo film sembra meno minimalista rispetto a La sala professori. Una scelta consapevole?
Sì, La sala professori era già ridotto all’osso, non si può fare più minimalista di così. Questo film aveva bisogno di una scala epica, di due ore di durata. È anche una sfida per il pubblico: non è facile, specialmente se non parli turco e devi leggere i sottotitoli per due ore. Ma spero che alla fine valga la pena, che uno si senta stanco ma abbia vissuto qualcosa di davvero epico. Il film affronta tante cose insieme: integrità artistica, giustizia, genitorialità, teatro, non poteva essere minimalista come il precedente.

Il personaggio di Aziz è ispirato a qualcuno in particolare?
A molti. Ci sono stati così tanti licenziamenti e abbiamo parlato con molte persone che sono andate in esilio, persone che vivono ancora lì, genitori, registi come Emin Alper, che è stato anche lui messo sotto processo. Non è una persona sola che ci ha ispirato, ma molte.

Il film è sia riflessione che quesito su cosa significhi essere un artista oggi?
Lo spero. Penso di sì. Ci sono angolazioni molto diverse da cui guardare questi personaggi, e ovviamente mi piacerebbe che il pubblico le discutesse. Si può sempre dire: lei accetta il lavoro per il canale televisivo perché vuole provvedere alla famiglia, perché pensa a sua figlia. Ma è anche un’attrice e ha bisogno degli applausi, è di quello che vivono, vogliono essere visti, è il modo in cui esistono nel mondo. Spero che questo film si interroghi su come noi artisti possiamo mantenere la nostra integrità, le cose che vogliamo fare e di cui possiamo essere fieri. E al tempo stesso spero anche che parli anche di persone che devono prendere certe decisioni e che le renda comprensibili, senza giudicarle. Ho appena parlato con Emin Alper e lui dice che non lavorerebbe mai per i canali di Stato, per i canali pro-governativi, che è ancora possibile fare quella scelta, vivere secondo i propri principi e continuare a lavorare in Turchia. Ma non è solo la Turchia: se Amazon mi offrisse un film adesso non lo farei, perché Bezos ha appena licenziato metà dei giornalisti del Washington Post. Ma ovviamente non è sempre facile, soprattutto se hai figli. Le persone che decidono di lavorare per queste aziende o per i canali televisivi di Stato avranno le loro ragioni, non voglio giudicarle. So che là fuori, soprattutto sui social media, c’è un mondo che le giudica. E c’è questo desiderio che tutti gli artisti siano sempre integri. Ma la vita non è così. A volte ci si vende. Puoi dire: non farò questo stupido show per Amazon. Ma il giorno dopo ti propongono il prossimo film di James Bond e riconsideri. Non è così semplice. Penso che si stia imponendo la nostra morale agli altri, e penso che questo sia anche peggio.

Si è mai trovato, anche in Germania, davanti a opportunità e offerte che l’hanno costretta a chiedersi se volesse lavorare con certe persone o aziende?
Sì, ci sono alcuni attori che si sono comportati in modo quantomeno discutibile, e ti chiedi: voglio avere a che fare con questa persona? Alcuni sceneggiatori che hanno scritto cose fantastiche ma con cui non vorresti apparire nemmeno nella stessa foto. Sì, queste cose esistono. E le grandi aziende si stanno prendendo sempre più spazio nella nostra industria. Sono loro a decidere quali film vengono fatti, quali contenuti vengono creati. È facile farsi sedurre. Ci sono passato tante volte. Mi proposero una serie per Sky, mentre stavo scrivendo La sala professori. I produttori mi dicevano: dirigerai questo show su cinque continenti, sarà fantastico. E cosa è successo? Ho scelto La sala professori, e mi è andata bene perché Sky si è ritirata dalla Germania, dalla mattina alla sera ed i colleghi che stavano girando lo show, si sono ritrovati senza niente. Questa è la nostra realtà capitalista. Penso che dobbiamo proteggere la nostra integrità artistica e il cinema indipendente. E spero che il pubblico a un certo punto dica: abbiamo bisogno del cinema indipendente, perché qui ci sentiamo come algoritmi.

Qual è il potere del cinema indipendente oggi?
È una controparte alla superficialità di tutto il resto, si spera. Sento che là fuori c’è così tanta mediocrità, così tanta roba che cerca di spostare l’attenzione dai temi del nostro tempo. Penso che il cinema indipendente sia ancora un luogo dove ci possono essere voci artistiche, voci uniche, che hanno qualcosa da dire. Ma per far parte di quelle voci, devi davvero avere qualcosa da dire. E vedo così tanti show e film e contenuti che non hanno niente da dire. Viviamo in tempi in cui sta succedendo così tanto e ci sono così tante cose su cui dobbiamo interrogarci ed è nel cinema indipendente che puoi farlo.

Nel film Aziz dice alla figlia che il teatro può salvare il mondo, e lei gli ride in faccia. La speranza è nella prossima generazione o c’è troppo cinismo?
Penso che la speranza sia nella prossima generazione. Ma il mondo che stiamo lasciando loro non è per niente speranzoso: un ambiente in rovina, molti debiti e adesso gli chiediamo anche di tornare a fare la guerra. Ci dovrebbe essere una legge che impone di lasciare alla prossima generazione un mondo equo, non consumato e non in bancarotta. Non puoi accumulare debiti su debiti e comprare armamenti e poi dire: questo è il vostro debito adesso. Farei causa a tutti questi politici se fossi giovane adesso.

6 Maggio 2026

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