Il saggio dell'ex presidente della Consulta
La cura della democrazia: una responsabilità di tutti
Non può reggersi solo sulle istituzioni, richiede una cultura costituzionale diffusa, condivisa, interiorizzata. Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico (Egea 2026): il libro dell’ex presidente della Consulta è un esercizio di educazione civica
Giustizia - di Andrea Pugiotto
1. A settant’anni dalla prima sentenza della Corte costituzionale (la n. 1/1956), celebrati il 23 aprile scorso al Quirinale con una cerimonia solenne, si aprono due strade complementari per comprendere il ruolo della giustizia costituzionale nelle democrazie contemporanee. La prima – per addetti ai lavori – è attingere all’imponente lavoro offerto dai quindici giudici costituzionali: altrettanti volumi, tematizzati, di analisi sistematica delle oltre quattromila decisioni d’incostituzionalità pronunciate dalla Consulta, dal 1956 al 2025. L’altra strada – accessibile a tutti – passa per un piccolo grande libro: Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico (Egea 2026). Ne è autrice Marta Cartabia, che della Corte costituzionale è stata presidente, poi Guardasigilli nel governo Draghi, oggi alla guida della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa. Un percorso che intreccia esperienza istituzionale e riflessione teorica, conferendo alle 158 pagine del volume un’autorevolezza non comune.
2. Cartabia scrive con un intento ambizioso: parlare a tutte e a tutti. È una scelta che si riflette nello stile: chiaro, efficace, mai banalizzante. I concetti sono rigorosi ma sempre accompagnati da esempi, così da risultare comprensibili anche a chi non ha una formazione giuridica. La scelta del “come” non è neutra, ma riflette il “perché”. Cartabia, infatti, è convinta che la democrazia non possa reggersi solo sulle istituzioni. Necessita di una cultura costituzionale diffusa, condivisa, interiorizzata. Non basta avere una buona Costituzione: occorre che sia conosciuta e riconosciuta come propria. In ciò il libro è anche un esercizio di educazione civica, nel senso pieno del termine. Non una lezione, ma un invito: a prendere sul serio la democrazia, a considerarla come una costruzione che esige cura quotidiana. Qui sta una delle idee più forti del volume: i primi «custodi della democrazia» non sono le Corti, ma i cittadini. Senza una legittimazione diffusa, anche le istituzioni più solide rischiano di svuotarsi. La difesa della democrazia non è compito di pochi, ma responsabilità di tutti. E il libro di Cartabia è uno strumento per imparare ad esercitarla.
3. Il cuore del volume è in un interrogativo: che cos’è davvero una democrazia costituzionale? Non è tema astratto, né questione per specialisti. È, al contrario, la domanda decisiva del nostro tempo: chi decide, entro quali limiti, in nome di chi? Cartabia, anzitutto, smaschera una convinzione tanto diffusa quanto fuorviante: l’idea che la democrazia coincida con la volontà della maggioranza. È un’equazione intuitiva, ma ingannevole perché scambia la parte per il tutto. La maggioranza non è il popolo nella sua interezza: è, più realisticamente, la parte più grande tra molte parti, talvolta solo relativa. In questo slittamento semantico si annida un rischio politico: trasformare una volontà parziale in volontà generale, rivestendola di una legittimazione che non le appartiene fino in fondo. È qui che la democrazia perde sé stessa, proprio nel momento in cui sembra affermarsi. Sia chiaro: il punto non è negare la centralità della maggioranza, ma collocarla entro un orizzonte più ampio. La democrazia costituzionale – ci ricorda Cartabia – è decisione arginata. Anche chi vince le elezioni non dispone di un potere assoluto, ma è chiamato a esercitarlo rispettando le minoranze, i diritti fondamentali, gli equilibri tra poteri. È ciò che l’autrice chiama «senso del limite»: la consapevolezza che non tutto è disponibile alla decisione politica. In questo quadro, le corti costituzionali non sono contropoteri ostili né impropri supplenti, ma presidiano quei limiti. Intervengono non contro la democrazia, ma per mantenerla fedele a sé stessa. Il libro rifiuta con nettezza ogni deriva antipolitica. Non c’è spazio per un governo dei giudici: la politica resta il luogo del conflitto e della scelta. Ma proprio per questo deve accettare di non essere onnipotente. La sua camicia di forza è la Costituzione; ed è proprio dentro questo vincolo che si misura la qualità della decisione democratica.
4. La riflessione s’intreccia con una diagnosi lucida della crisi della rappresentanza. L’indebolimento dei corpi intermedi e la crescente personalizzazione della politica alimentano la tentazione di scorciatoie: se la tecnologia consente di esprimersi in tempo reale, perché non decidere direttamente, tutti su tutto? Meno passaggi, decisioni più rapide, maggior efficienza. Ma è una promessa ingannevole. Eliminare la mediazione – avverte l’autrice – non risolve il conflitto; al contrario, lo rende più aspro e meno governabile. La rappresentanza non è un ostacolo alla democrazia: è il suo modo di funzionare nelle società complesse. In questa crisi della rappresentanza cresce la domanda di intervento rivolta alle Corti: quando la politica non decide, sono i giudici a essere chiamati a colmarne l’assenza. Ne deriva un paradosso: più le Corti rispondono, più vengono accusate di esautorare la rappresentanza democratica, alimentando la retorica del «suprematismo giudiziario». In vari contesti contemporanei, tale critica ha fatto da preludio ai tentativi di “catturarle”, ridimensionandone l’indipendenza: è accaduto in Polonia, Ungheria, Israele, Stati Uniti, dove la tensione tra politica e giudici è ormai scontro aperto. Eccolo, il cortocircuito: la debolezza della politica alimenta il protagonismo delle Corti; il protagonismo delle Corti alimenta la reazione della politica. E in mezzo, a indebolirsi è l’equilibrio tra poteri su cui poggia la democrazia costituzionale. Come uscirne?
5. La risposta di Cartabia è in una proposta sfidante: superare la rappresentazione conflittuale del rapporto tra giustizia costituzionale e politica, per ricondurlo entro un orizzonte collaborativo. Non una fusione indistinta dei poteri, ma una cooperazione fondata su ruoli distinti e responsabilità condivise. A sostegno di questa prospettiva il libro ricorda un dato spesso trascurato: la Corte costituzionale è un potere intrinsecamente limitato. Non agisce d’ufficio, ma solo se chiamata in causa. Oggetto e tempi delle sue decisioni sono delimitati da altri poteri. Sindaca una frazione minima delle leggi in vigore; minore ancora è la percentuale di quelle dichiarate incostituzionali. Non opera come un giudice distruttivo. Al contrario, adopera tecniche decisorie per lo più orientate a salvare la legge, reinterpretandola o manipolandola lo stretto necessario. Gestisce i suoi poteri processuali con prudenza istituzionale, al fine di favorire l’intervento legislativo. Soprattutto, non dispone di mezzi per dare esecuzione alle proprie sentenze. Le sue decisioni, allora, non chiudono il discorso. Semmai lo riaprono, avviando un dialogo con il legislatore e con gli altri giudici. È qui che prende forma il «costituzionalismo collaborativo» proposto da Cartabia: non una competizione tra poteri, ma un sistema di relazioni in cui ogni attore agisce in modo coordinato, entro un comune orizzonte costituzionale. La Corte non sostituisce la politica; la sollecita, la orienta, talvolta la corregge. La politica, a sua volta, non subisce la Corte, ma dialoga con essa, ne raccoglie i segnali traducendoli in scelte normative.
6. Il punto d’arrivo è chiaro: se una democrazia senza limiti non esiste, una democrazia senza dialogo non sopravvive. Il suo, infatti, è un equilibrio dinamico, mai definitivamente acquisito, che richiede responsabilità condivise, perché la democrazia costituzionale non contempla la solitudine dei numeri primi, marchio di fabbrica delle democrazie illiberali. In tempi di semplificazioni aggressive e diffidenze crescenti verso le istituzioni, quello di Cartabia è un contributo prezioso. Non offre scorciatoie, ma una grammatica costituzionale fondata su consapevolezza, misura e cooperazione. È una lezione necessaria. Oggi più che mai.