Il caso Garlasco
Stasi è innocente ma deve restare in prigione: non è solo uno caso giudiziario, è uno scandalo politico
Cronaca - di Piero Sansonetti
È tornato il caso Garlasco. Attenzione: non è un tormentone di cronaca nera, è un caso politico ed è anche uno scandalo. Di prima grandezza.
Personalmente ho sempre sostenuto che Alberto Stasi andava assolto perché non c’erano prove della sua colpevolezza, e comunque tutta la vicenda (l’uccisione di Chiara Poggi nel 2007) era gonfia di dubbi ragionevoli, e cioè di quelle circostanze nelle quali il codice penale dice che si deve assolvere. Ora però siamo molto oltre il ragionevole dubbio. C’è addirittura una Procura della Repubblica che esclude la presenza di Alberto Stasi sulla scena del delitto, e cioè nella villetta nella quale Chiara Poggi fu assassinata forse a martellate 18 anni fa. La Procura sostiene questa sua tesi sulla base di elementi che noi attualmente non conosciamo ma anche su elementi che conosciamo.
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Sappiamo che è stato accertato che alcuni indizi usati per condannare Stasi sono stati manipolati, e soprattutto che l’orario del delitto non è quello stabilito dalla sentenza di condanna ma è spostato di un paio d’ore e dunque coincide con un momento nel quale Stasi aveva l’alibi. E quell’alibi avrebbe dovuto proscioglierlo. Tutto questo è indipendente dal fatto che la Procura sostiene di avere trovato il vero colpevole, che sarebbe Andrea Sempio. E sostiene che Sempio agì da solo. Che Andrea Sempio sia colpevole o innocente non c’entra niente con il fatto che comunque Stasi è innocente. Cioè siamo molto oltre il ragionevole dubbio sulla sua colpevolezza. Siamo molto vicini alla prova provata della sua innocenza.
Questo è lo stato delle cose e io non so bene come scrivere che tuttavia Stasi resta in prigione. Oggi noi sappiamo che ha già scontato ingiustamente dieci anni di carcere, sappiamo che è stato trascinato nel fango, indicato come l’assassino della sua fidanzata, sappiamo che è ancora detenuto (seppure in semilibertà), e però non siamo in grado di dirvi che, intanto, è stato liberato e gli sono state presentate dallo Stato scuse profondissime. No, questo non è successo. Stasi resta in prigione, perché così dice la burocrazia. Sarà necessario quantomeno che arrivi la richiesta di rinvio a giudizio per Sempio, poi che questa richiesta sia accettata, poi dovrà essere avviato il processo a suo carico, e solo a questo punto sarà possibile chiedere la revisione del processo per Stasi e, se la richiesta sarà accolta, bisognerà aspettare il nuovo processo, che sarà un processo a una persona che la giustizia, prima di processare, ha dichiarato innocente.
Certo che è un caso politico. Noi oggi sappiamo che dei magistrati, molti magistrati (negli anni scorsi, ogni volta che mi azzardavo a sostenere l’innocenza di Stasi, mi si rispondeva: “è stato giudicato da cinque diverse corti, si sono pronunciati su di lui decine di giudici, non ti basta per poter dire che è colpevole?”) noi sappiamo, dicevo, che hanno sbagliato clamorosamente. O per inettitudine o per altre ragioni che non voglio nemmeno prendere in considerazione. E che sbagliando hanno spezzato la vita di un ragazzo e della sua famiglia (il papà di Alberto è morto per il dolore). E sappiamo che questi giudici probabilmente non saranno chiamati a rispondere dei loro errori, considerati legittimi, e che una persona innocente deve continuare a scontare una pena inflittagli per errore.
Il caso Garlasco è un simbolo, è un esempio. Un po’ come lo è stato il caso Tortora. Ci indica tutti i limiti della giustizia. Ora mi si può far notare che l’errore giudiziario è sempre possibile, non si può evitare. Non sono convinto. Basterebbe attenersi scrupolosamente all’articolo 533 del codice penale che impone il proscioglimento o l’assoluzione se sussistono dei dubbi. Anche minimi dubbi. È un articolo continuamente ignorato. In parte per superficialità dei giudici, in parte per la pressione giustizialista che esercita la stampa, talvolta per la pressione della politica. Nel caso di Stasi successe che nei giorni precedenti all’ultima sentenza di condanna un grande giornale mandò in edicola un libretto colpevolista, che probabilmente influenzò i giudici.
È questa attitudine forcaiola, che pervade le istituzioni, la magistratura e i mezzi di informazione, che andrebbe spezzata. E su questo, la politica ha delle grandi responsabilità. Potrebbe intervenire, col suo peso e la sua capacità di legiferare e di influenzare l’opinione pubblica. E in effetti spesso interviene, ma sempre nel segno opposto. Chiede più condanne, chiede espulsioni, chiede più severità della magistratura, e vara leggi sempre più repressive. Questo è il problema: trovare qualcuno che si batta per una giustizia giusta e indulgente non solo quando ormai è chiaro che il prigioniero è innocente, ma anche prima.