Il portavoce di Oxfam Italia
Intervista a Paolo Pezzati: “In Libano crimini di guerra, è lo stesso copione di Gaza”
«L’esercito israeliano ha raso al suolo interi villaggi, distrutto ospedali, scuole, ponti e terreni agricoli. Ha ripetuto attacchi sistematici contro civili, infrastrutture essenziali. Il bilancio è drammatico»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Paolo Pezzati, portavoce sulle crisi umanitarie di Oxfam Italia: il Libano, una nuova Gaza?
Il bilancio umanitario dell’ultima guerra in Libano è gravissimo: 2500 morti di cui 195 dall’inizio del “cessate il fuoco”, 7700 feriti, 1,3 milioni di sfollati su una popolazione di 5,3 milioni. Per settimane l’esercito israeliano ha applicato in Libano lo stesso copione utilizzato a Gaza: hanno raso al suolo interi villaggi, distrutto ospedali, scuole, ponti e terreni agricoli. Hanno ripetuto attacchi sistematici contro civili, infrastrutture essenziali come quelle elettriche, idriche ed igienico sanitarie, senza risparmiare operatori umanitari e giornalisti; il tutto accompagnato da continui e indiscriminati ordini di sfollamento che hanno colpito centinaia di migliaia di civili nella periferia meridionale di Beirut, in numerose zone della valle della Bekaa e del resto del Paese, per un totale stimato pari al 14,5% del territorio libanese.
L’obiettivo era chiaro: terrorizzare la popolazione e creare una situazione di caos. Questa strategia, che mira a privare la popolazione di beni essenziali come l’acqua, è vietata dalle convenzioni di Ginevra e questi atti costituiscono un crimine di guerra. Tra l’altro ad essere precisi non è stata usata a Gaza la prima volta, ma proprio qui in Libano nel 2006: la cosiddetta dottrina Dahiya, nome di un quartiere di Beirut, dove l’esercito israeliano ha applicato una strategia di distruzione diffusa delle infrastrutture civili con l’obiettivo di punire e terrorizzare la popolazione civile. Infine, desta particolare preoccupazione la situazione nel sud del Libano, dove le forze israeliane prima hanno esteso le operazioni di terra e le incursioni ben oltre la Linea Blu e ora ci sono rimaste. Lo sfollamento di persone da oltre 110 villaggi fa temere la volontà di un’ulteriore espansione dell’occupazione israeliana del Libano, che manterrebbe centinaia di migliaia di persone sfollate e senza accesso alle loro case, alla terra e ai mezzi di sussistenza.
Quanto a Gaza e ai gazawi rimasti in vita, la loro tragedia è uscita dai radar mediatici. Eppure, a Gaza, come peraltro in Cisgiordania, si continua a soffrire e a morire.
Si, purtroppo la regionalizzazione del conflitto ha tolto visibilità alla tragedia di Gaza, dove appunto si continua a morire: dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 il bilancio è 786 morti, di cui 240 bambini e 2.217 feriti. Le zone nelle immediate vicinanze della cosiddetta “zona gialla” sono le più pericolose e si stima che il 65% delle morti siano avvenute lì. Gli aiuti, nonostante in recente aumento dovuto alla riapertura del valico di Zirkim, entrano ancora in quantità assolutamente insufficienti rispetto agli enormi bisogni della popolazione e si assestano a circa un terzo di quanti entravano pre 7 ottobre. La quasi totalità della popolazione è sfollata e 1,3 milioni di persone continuano a vivere in alloggi di fortuna che non riparano dalle intemperie, senza servizi e in luoghi insalubri. Negli ultimi giorni inoltre sono aumentati di nuovo gli attacchi e i bombardamenti. Gaza è ancora sotto attacco: la popolazione continua a morire e a essere sfollata con la forza. Il collasso del sistema umanitario e sanitario accelera ogni giorno. In questo contesto, il Board of Peace avrebbe il compito di proteggere i civili, garantire un cessate il fuoco permanente, assicurare la libertà di movimento e permettere la consegna sicura degli aiuti. I fatti dimostrano invece un’inefficacia evidente, che si aggiunge a criticità strutturali e di principio che rendono l’organismo profondamente problematico. La settimana scorsa l’Unione Europea e le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto che quantificava i danni alle infrastrutture in 35,2 miliardi di dollari a cui si sommano 22,7 miliardi di perdita economica e sociale. Secondo la nuova valutazione, oltre 370.000 abitazioni e quasi tutte le scuole sono state distrutte o danneggiate, più della metà degli ospedali non è operativa e l’economia di Gaza ha subito una contrazione dell’84%. Nel complesso, si stima che lo sviluppo umano a Gaza abbia subito un regresso di 77 anni. Ecco, di fronte a questo disastro, le cause profonde sono ancora tutte li, compreso un sistema che di fatto consolida l’occupazione israeliana a Gaza, quando invece la Corte Internazionale di Giustizia nel luglio 2024 ha dichiarato l’illegalità dell’occupazione e ha ordinato ad Israele di ritirarsi dal Territorio Palestinese, Gaza compresa.
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L’Italia, in sodalizio con la Germania, ha contribuito a non far passare in Europa lo stop agli accordi commerciali con Israele.
Il quadro è sconfortante: l’Unione Europea in questa crisi non ha “toccato palla” rendendo evidenti i limiti della propria azione in politica estera. Una leva importante però l’avrebbe: è il maggiore partner commerciale di Israele, con una quota di circa il 32% del movimento totale di merci. Nel 2024 il volume totale dell’import-export di beni tra Israele e l’UE era di 42,6 miliardi di euro. L’Italia da sola l’anno scorso ha importato beni e servizi per oltre 1 miliardo di euro con un volume totale di scambi pari ad oltre 4 miliardi. Purtroppo, però anche qui l’Italia mostra di voler continuare a stare dalla parte sbagliata della storia, mostrandosi complice di fatto di Israele. La scusa espressa da Tajani di voler mantenere vivo il dialogo e prevenire irrigidimenti non regge più, anzi è evidente come l’impunità di cui ha goduto Israele nei decenni sia una delle cause che ci hanno portato al genocidio e alla pulizia etnica. Non illudano troppo neanche le sue recenti dichiarazioni riguardo l’ipotesi di restrizioni alle importazioni dei beni prodotti nel Territorio occupato della Cisgiordania: la sua idea, insieme a quella di altri stati, è quella di volere imporre “tariffe proibitive” per beni prodotti negli insediamenti, ma questa misura potrebbe venire assorbita in un tempo relativamente breve grazie ad un aumento delle sovvenzioni che il governo israeliano elargisce a chi opera economicamente negli insediamenti. Quello di cui c’è bisogno è ben altro: un divieto assoluto al commercio di beni e servizi con le colonie, dando seguito alla richiesta della CIg verso gli stati terzi “di adottare misure per prevenire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei Territori Occupati”. Oxfam da qualche mese, assieme a una ventina di organizzazioni, ha lanciato una campagna con l’obiettivo di far introdurre nel sistema normativo italiano una misura capace di dare seguito alla richiesta della Corte. Data la sensibilità dimostrata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi Sinistra su questa tematica finora, ci auguriamo che vogliano formalizzare le posizioni espresse con una iniziativa legislativa.
Israele, un Paese il cui governo compie un genocidio a Gaza, sostiene il terrorismo ebraico in Cisgiordania, riduce il Libano a una moltitudine di sfollati, può ancora essere definita l’unica democrazia in Medio Oriente?
È un tema troppo articolato per poter essere affrontato in poche righe. Ho soprattutto domande. Quale sarà il prezzo che verrà pagato dentro la società israeliana? E nel sistema politico israeliano? Uno Stato che si comporta di fatto sempre più come una “herrenvolk democracy” in cui la libertà, l’uguaglianza e la partecipazione sono garantite a un gruppo (sia esso razziale, etnico, religioso, etc) dominante e negate parzialmente o totalmente al resto della popolazione, uno stato che mantiene una occupazione illegale applicando una frammentazione del diritto (diritto civile per la propria popolazione, diritto e tribunali militari per la popolazione sotto occupazione), uno stato che compie i più gravi crimini internazionali nel nome del suo diritto a difendersi, uno stato che ha ambizioni di estendere la propria sovranità su territori altrui usando la scusa della sicurezza interna o non riconoscendo l’autorità altrui su quei territori sulla base di libri scritti qualche millennio fa, può essere ancora definito “una democrazia liberale”? Direi che quantomeno è uno Stato che affronta grandi tensioni interne e che mette sotto forte stress, in una dinamica conflittuale, le istituzioni di una “democrazia liberale”. Le direzioni dove questo processo “conflittuale” possa sfociare nel medio periodo sono due: o la transizione verso un irrigidimento e accentramento del sistema – anche ad ulteriore discapito del rispetto della legalità internazionale – supportato da una condizione di guerra permanente, oppure verso una sua implosione. Nel lungo periodo però mantenere la condizione di guerra permanente non sarà sostenibile.
Altro fronte su cui Oxfam è da sempre impegnata è quello dell’immigrazione. In Italia e in Europa continua a vigere la linea securitaria, che in Italia ha vissuto un’altra pagina nera con il decreto sicurezza. Solidarietà, inclusione, sono parole e pratiche off limits nel fu Belpaese’
Le norme appena entrate in vigore, così come quelle attualmente in discussione al Senato, fanno parte di un disegno complessivo che trova la sua massima espressione nei regolamenti del Patto Europeo Migrazione e Asilo, che entreranno in vigore il 12 giugno, così come nella Direttiva Facilitazione e nel Regolamento Rimpatri, ancora al vaglio delle istituzioni europee. Purtroppo, siamo molto oltre una linea “semplicemente” securitaria: siamo allo smantellamento del diritto di asilo, cioè alla negazione pura di quanto stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, con la Convenzione di Ginevra. Non solo resta rischiosissimo arrivare in Europa, visto che nessuna norma ha messo mano alla politica dei visti o almeno ha cercato di potenziare il lavoro della “flotta civile” che salva vite nel Mediterraneo. Per chi fortunosamente riesca ad arrivare sulle nostre coste, diventa quasi impossibile presentare una domanda di protezione internazionale, e per chi lo farà, aumentano esponenzialmente le possibilità di rigetto. Per non parlare delle norme che colpiscono anche chi è qui da anni, come quelle relative alla protezione complementare. E per finire, di un fenomeno di cui si parla troppo poco, ma che sta prendendo evidentemente forma con gli ultimi decreti sicurezza: la criminalizzazione della solidarietà, di chi opera a tutela dei diritti delle persone migranti, attività ormai vista come un gesto di dissenso politico, se non di provocazione, da ostacolare in ogni modo. È un percorso di decadimento non solo giuridico, ma anche morale, cui fino a pochi anni fa non avremmo mai pensato di dover assistere.