Confessione di uno smarrimento
Cerco la sinistra ma non la trovo…
Vado disorientato cercando quello che una volta mi era sembrato un insieme, anzi, una moltitudine di insiemi, un’idea che nelle sue molteplici declinazioni era definibile
Editoriali - di Fulvio Abbate
Sere fa, in televisione, hanno trasmesso il film di Andrea Segre dedicato a Enrico Berlinguer. L’ho riguardato, sebbene l’avessi già visto, con attenzione propria di chi osserva e riconosce il passato, il proprio vissuto storico e personale trascorsi, l’ho guardato nello stesso tempo pensando a un’epoca nella quale i margini, il presidio, i luoghi, le “sezioni”, i “comizi”, i “cortei”, meglio, l’idea stessa di Sinistra, sia pure nelle sue molteplici declinazioni, era qualcosa di, a suo modo, definibile, se non proprio esatto, in possesso dei suoi margini, sia pure sfrangiati, così come l’orlo delle bandiere esposte al giochi del vento, agli schiaffi del tempo. Così come altrettanto quel simbolo a suo modo onnicomprensivo di un mondo, falce e martello, perfino quando tale metafora iconica del lavoro si mostrava nella sua assenza, cioè nel Sole nascente socialdemocratico, il sole dell’avvenire.
Sembrava allora che esistesse un insieme, meglio, una moltitudine di insiemi che ne contenevano il “popolo”, i “compagni”, certo, talvolta in “conflitto” fra loro, irrilevante se per ragioni di “linea” o magari di “prospettiva”, di strategia, di tattica elettorale… Torna in mente adesso, che so, il settarismo dei sostenitori di un Bordiga che attendevano, parole del loro leader, il napoletano Amadeo, “la rivoluzione monopartitica e monoclassista, senza cioè la muffa interclassista rappresentata dalla cosiddetta gioventù studentesca, entro il 1975”. Parole, giuro, dette davvero, Bordiga ne era convinto… Tuttavia, tra mille deliri dottrinari, comunque era chiaro il senso dell’insieme, dell’appartenenza, della presenza, del presidio, appunto. A loro modo anche gli anarchici, sebbene estranei a qualsiasi emiciclo parlamentare, ne facevano parte, sebbene avessero cura di tenersi in coda d’ogni corteo. Non credo neppure che per alcuni il collante, sia pure “perverso”, nell’evidenza di un fallimento burocratico e illiberale, fosse la certezza dell’esistenza di un’Unione Sovietica… Quando anni fa, scrivendo un pamphlet proprio sul tema della sinistra insieme al mio amico e compagno Bobo Craxi, lui socialista, io già-comunista, volendo trovare una definizione che riassumesse il concetto stesso del nostro argomento, mi sono detto, pensando alla rivoluzione francese, quando appunto la sinistra prese forma in assemblea, che la sinistra viene al mondo “per tagliare la testa ai re”, altrimenti non ha ragion d’essere. Questo concetto è presente addirittura in Shakespeare, sebbene quest’ultimo sia venuto al mondo molto prima degli stessi socialisti utopisti, di cui ricordo, pensandoci bene (gli oggetti hanno valore in questa storia) un’antologia che ne riassumeva pensieri e idee e, appunto, utopie, nelle ormai trascorse collane, livrea bianca e rossa, degli Editori Riuniti.
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Se adesso provo a pensare anche velatamente, anche solo fantasmaticamente al corpus della sinistra, la sensazione finale mi restituisce una babele perfino linguistica nella quale trovano, sì, spazio tutte le ossessioni proprie della sinistra stessa, cioè il settarismo, il trionfalismo, e ogni altra convinzione che, sia pure sotto forma di puro velleitarismo, prima o poi dava certezza che si sarebbe pervenuti al “sogno di una cosa”, immagine con cui un poeta “comunista” e gramsciano, Pier Paolo Pasolini, riassume il dito puntato da Karl Marx nella prospettiva della storia. Gli Idola, tutti, sono ormai svaniti, in ogni caso sfocati, restano le necessità di giustizia sociale e di libertà, ed è in quel golfo che la sinistra dovrebbe trovare le sue parole, e mentre dico così mi tornano altrettanto in mente gli anni in cui parole come “riformismo” erano ritenute da alcuni impronunciabili, limitanti rispetto ai grandi orizzonti, cioè proprio al grande sogno di una cosa; già, ma quale cosa? Dove vive adesso la mia umana incapacità di riconoscere con chiarezza un insieme del quale sentirmi, sia pure tra i distinguo dell’intelligenza, parte?
Confesso di trovare risibile ogni riferimento a un certo Lenin, e le volte in cui nei cortei di Rifondazione, o d’altra organizzazione che ancora si rifà alle ragioni di un comunismo sia pure non meno evocato, intravedo la presenza della sua icona mi sembra da assistere, tra la paccottiglia ideologica, a una recita irreale, cerimoniale, una sensazione che comprende nella sua evocazione cristologica anche l’icona di Che Guevara, ma se tutto è irreale, se perfino sulla questione resistenziale vige la babele linguistica e addirittura lessicale, dov’è adesso il bandolo da riagguantare per una possibile sinistra che sappia mostrarsi attendibile? Si dice che il funerale di Berlinguer nel 1984 abbia coinciso con la fine di una storia, si dice ancora che le vicende di Tangentopoli segnano a loro volta la fine di un’altra storia, cosiddetta “riformista”, quella dei “cugini” socialisti… Cos’è accaduto nel frattempo? E nel dire questo mi appare irrilevante perfino entrare nel merito della questione secondo cui agli occhi di molti il Partito democratico, nulla abbia da condividere con la sinistra stessa. C’è un verso di un poeta, credo si tratti di Ungaretti, che accenna all’“allegria dei naufraghi”, peccato che intorno ai miei occhi non scorgo affatto allegria, semmai solo senso di naufragio, di incomunicabilità.
La Costituzione? Agli occhi di molti, e non parlo dei “fascisti” o degli ignavi, resta un oggetto sconosciuto, al pari del testo di educazione civica che, sebbene facesse parte del piano di studi, rimaneva intatto, vergine, mai sfogliato, intonso… Se le cose stanno così, parlo per la mia persona, non rimane che il semplice smarrimento, e se posso trovare una metafora minima utile, portatile, non retorica, per il mio zoppicante discorso, ritrovo il tempo non meno trascorso delle cartoline: bene, tu andavi a visitare un luogo e da lì, con la biro indicando un punto esatto del paesaggio con una freccia, scrivevi: “Io adesso sono qui!” Se dovessi fare la stessa cosa per indicare in quale punto della sinistra, e se la sinistra da qualche parte esiste, non saprei davvero dove mettere la mia piccola freccia, neanche dove trovare la biro. Tutto questo è triste e forse addirittura reale, e tuttavia, come recita la canzone, che in questo caso, sebbene parli di Resistenza, non è la “divisiva”, almeno secondo alcuni, “Bella ciao,”, si sappia che intanto, intatto, fischia il vento, urla la bufera, scarpe rotte eppur bisogna andar. Dove? Quando? Con quali parole esatte o comunque approssimative?