Il caso della direttrice d'orchestra
Se il Pci degli anni di Piombo era più liberale della Fenice di oggi: il caso Beatrice Venezi, licenziata per un intervista
L’ostracismo contro Beatrice Venezi è stata la sua cacciata dalla Fenice. È un precedente molto grave, che offende la libertà di parola e pensiero
Politica - di Piero Sansonetti
Beatrice Venezi, giovane direttrice d’orchestra con un discreto curriculum professionale, è stata licenziata dalla Fenice perché nei giorni scorsi ha rilasciato al quotidiano argentino “La Nacion” un’intervista nella quale criticava la stessa Fenice. Cioè l’ente che l’aveva ingaggiata con la carica prestigiosissima di direttrice musicale. Prima di questa intervista Beatrice Venezi era stata al centro di molte polemiche. Non per le cose che aveva detto o fatto, ma perché gran parte del mondo della Fenice non la voleva in quel posto dirigenziale. Possiamo anche dire che nei mesi scorsi aveva subito una sorta di ostracismo. Il motivo? Probabilmente la sua posizione politica, decisamente schierata a destra. Non escludo però che nel rifiuto del suo nome pesasse anche qualche forma di maschilismo. Ma non ho le prove. Mi ha colpito tuttavia la motivazione del provvedimento di espulsione: una intervista critica verso l’ente per il quale era chiamata a lavorare. È legittima questa motivazione? È giusta?
Mi è tornato in mente un episodio di tanti anni fa. Mezzo secolo è passato. Era il settembre del 1976, sulla scena mondiale dominava la morte di Mao Tse Tung, uno degli uomini più importanti del 900. Sulla mia piccola scena personale invece pesava il fatto che da poco più di anno lavoravo come precario all’Unità, nella cronaca romana. Avevo 25 anni appena compiuti ed ero tra i più giovani. Una delle maggiori firme del giornale, Alberto Jacoviello, molto conosciuto all’epoca a livello nazionale, studioso della Cina e del comunismo cinese, aveva rilasciato un’intervista al più importante giornale europeo, che era Le Monde. E in questa intervista aveva aspramente criticato il Pci, che era il proprietario del giornale L’Unità per il quale Jacoviello lavorava. Iacoviello, come tutti i giornalisti dell’Unità, era iscritto al Pci. E così successe che, per richiesta non ricordo più di chi, fu convocata l’assemblea dei giornalisti dell’Unità per esaminare la proposta di espulsione di Jacoviello dal partito. L’assemblea fu lunghissima. Durò tre mattinate. Fu presieduta dal segretario della cellula, che era un giornalista dell’Unità, (mi pare fosse Sandro Cardulli) ma alla presidenza erano seduti anche il direttore del giornale, Luca Pavolini, e un inviato della Direzione del partito che mi par di ricordare fosse Gianni Cervetti.
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Discussione infuocata. Decine di interventi. Ne ricordo in particolare uno – ferocissimo – pronunciato dal capo dell’archivio dell’Unità, che era Vincenzo Bianco, ormai ottantenne, in gioventù guardaspalle di Gramsci e ppoi membro dell’Internazionale. Tutti gli interventi furono contro Jacoviello, che si difese da solo, con grande passione, prendendo la parola per quattro volte. L’unico intervento a suo favore lo pronunciò Ugo Baduel, giornalista cinquantenne, liberal, coraggioso, della sinistra del Pci (cioè ingraiano) che mise sul tappeto alcuni principi essenziali della democrazia e del pensiero liberale e libertario. L’esito della assemblea era scontato. Si era capito dagli interventi che Alberto era spacciato. Prima della votazione finale, io, che ero contrario all’espulsione, andai a complimentarmi con Baduel. Il quale mi impartì una lezione che ancora non dimentico. Mi disse: “Stronzo! Se a 25 anni non hai il coraggio di intervenire in assemblea non l’avrai mai più”. Arrossii ( e giurai a me stesso che da quel momento sarei sempre intervenuto in assemblea. Poi mantenni). Si votò per alzata di mano. Sorpresa: stravinse il no all’espulsione. Cosa era successo? Che il Pci stava cambiando pelle. Lo stalinismo era finito in minoranza. Il vento liberal del ‘68 aveva spazzato via il valore dell’obbedienza.
Perché ho raccontato questo episodio? Perché mi chiedo: possibile che il Pci, mezzo secolo fa, fosse più liberale di quanto lo siano oggi la Fondazione La Fenice, e il governo italiano che ha approvato il licenziamento di Venezi?