L'Europa infligge alla premier il colpo di grazia

Eurostat boccia Meloni, resta la procedura di infrazione col deficit oltre il 3%: per Giorgia e l’Italia è game over

Il disavanzo certificato da Eurostat al 3,1 inchioda l’Italia a un altro anno sotto procedura di infrazione: addio alla manovra espansiva

Politica - di David Romoli

23 Aprile 2026 alle 07:00

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Foto Mauro Scrobogna / LaPresse
Foto Mauro Scrobogna / LaPresse

La tegola sulla testa era prevista ma non per questo il colpo è meno doloroso. Del resto se la consapevolezza di aver mancato di pochissimo il traguardo del deficit al 3% era presente già da qualche mese, sino a pochissimo tempo fa il risultato che avrebbe permesso all’Italia di uscire con un anno di anticipo dalla procedura europea d’infrazione era dato per acquisito. L’esile speranza era legata davvero ad apparenti inezie. Se lo sforamento fosse stato al di sotto del 3,05% il risultato sarebbe stato arrotondato per difetto al 3%. Invece è allo 0,7% ed Eurostat certifica l’arrotondamento al 3,1%. Un decimale di troppo.

Sulla carta la decisione ufficiale sarà presa a Bruxelles solo a giugno ma il ministro dell’Economia Giorgetti non spera nel miracolo: “Come diceva Boskov rigore è quando l’arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no ma queste sono le regole”. La regola in questione ha effetti pesanti: impedisce al governo di procedere con la manovra espansiva e acchiappavoti in programma per l’ultima finanziaria prima delle elezioni. Il Dpf presentato ieri dal ministro, di fatto la cornice della prossima finanziaria, è “realista”, termine che si usa di solito per le situazioni davvero grame. Le previsioni sul Pil sono state abbassate di qui al 2028: rispettivamente dallo 0,7 allo 0,6%, dallo 0,8 allo 0,7 e dallo 0,9 allo 0,8%. Però ammette Giorgetti, sono previsioni “meritevoli di ulteriori aggiornamenti nelle prossime settimane”. Capita infatti che piova sul bagnato. Il parametro mancato si somma all’incombere di una crisi che il commissario europeo all’Economia Jorgensen prevede possa toccare punte di gravità “come le contingenze del 1973 e del 2022 messe insieme”. Trattandosi delle peggiori crisi energetiche del dopoguerra c’è poco da stare allegri e di allegria sul volto e nelle parole di Giorgetti non se ne coglie neppure un vago accenno. Lui e gli altri ministri europei dell’Economia, racconta, “si ritrovano come me a fare il medico nell’ospedale da campo: abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare. Non possiamo dargli l’aspirina”. Altro che finanziaria allegra. Al posto dell’aspirina ci vorrebbe una cura da cavallo, al secolo flessibilità nel Patto di Stabilità: non una deroga che Giorgetti nega di avere chiesto ma la disponibilità a procedere se la situazione, come è molto probabile, peggiorerà. “Se Bruxelles non concederà quei margini di flessibilità ci muoveremo da soli”, annuncia Giorgetti senza entrare nel dettaglio di cosa si debba intendere. Ma non c’è bisogno di dettagli per capire che l’ultimo anno di governo si snoderà in un campo di battaglia ed è l’esatto opposto di quella fase finale della legislatura tutta in discesa sulla quale aveva scommesso Meloni.

I guai si sa che non vengono mai soli e dunque in questa stessa settimana se ne profila un altro di natura tutta diversa ma a propria volta allarmante: una crisi nell’equilibrio che si era creato tra governo e Quirinale. Il presidente ha sempre cercato di affrontare le numerose e a volte aspre tensioni con il governo con massima discrezione, evitando strilli e pubblicità, procedendo un po’ alla democristiana nell’ottica della riduzione del danno. Ma il pasticcio del dl Sicurezza e dell’assurdo emendamento su avvocati e rimpatri volontari ha logorato in pochi giorni quel già malcerto equilibrio. Oggi il governo dovrebbe varare il dl che annulla l’emendamento del decreto Sicurezza, a sua volta in fase finale di conversione col voto di fiducia oggi alla Camera. II presidente ha detto chiaramente che i due testi saranno firmati contestualmente: fidarsi è bene ma leggere la norma nero su bianco è meglio. Ma la soluzione non è certo quella preferita da Sergio Mattarella che non a caso avrebbe preferito un molto più limpido emendamento soppressivo. Non è un capriccio. In teoria il decreto correttivo raggiunge il medesimo obiettivo, dal momento che modifica l’emendamento sugli avvocati di fatto capovolgendolo e rendendolo quindi compatibile con la Costituzione. Ma si tratta appunto di un dl che tra due mesi dovrà essere convertito in legge e a quel punto non si può essere certi al 100% che, in fase di conversione, qualcuno nella maggioranza, segnatamente la Lega, non provi a modificarlo minacciando altrimenti di affondarlo tornando così al testo originario, ovvero quello bocciato da Mattarella. Sarebbe un disastro istituzionale livello tsunami e se è effettivamente un’eventualità improbabile non è però impossibile.

Anche da questo punto di vista, del resto, è pioggia che diluvia su un terreno fradicio. Il presidente ha iniziato a storcere il naso quando si è trovato di fronte un decreto che di elementi costituzionalmente discutibili ne vantava, e ancora ne vanta, un’intera collezione. L’emendamento più assurdo, arrivato in dirittura e scoperto anche più tardi, ha montato ulteriormente una tensione che è letteralmente esplosa quando su qualche giornale è uscita la notizia della sua propensione a non votare il testo così com’era ancora prima che il presidente avesse davvero preso quella decisione. La scelta di non ricorrere all’emendamento soppressivo ha coronato l’opera e a questo punto il barometro politico, se ancora non segna tempesta tra Quirinale e Chigi, nemmeno si limita più al semplice nuvoloso che aveva segnato sin qui la legislatura.
Sono solo i guai di oggi. Sullo sfondo campeggiano macigni come la sconfitta al referendum e il fallimento di un’intera strategia politica centrata sull’equidistanza tra Bruxelles e Washington e il risultato è che un momento così nero Giorgia Meloni non lo aveva immaginato nemmeno nelle più cupe previsioni.

23 Aprile 2026

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