La lezione della sociologa Collins

Cos’è la remigrazione, così da Trump a Meloni si sta resuscitando il suprematismo nazista

Da Trump a Meloni l’idea è chiara, ma nascosta in un parola ‘neutra’, che equivale a deportazione. E sorge, spiega Collins, dalle stesse pulsioni razziste del secolo scorso

Politica - di Dorella Cianci

26 Aprile 2026 alle 13:00

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AP Photo/Evan Vucci, Pool
AP Photo/Evan Vucci, Pool

Occorre un autentico ritorno al concetto di «umanesimo» per resistere ai tempi stolti della «remigrazione». La sociologa americana Patricia Hill Collins, in questi giorni, ospite presso l’Università Lumsa di Roma, ha tenuto una lezione su «intersezioni letali» e sul tema della «matrice della dominazione». Perché è importante parlarne? Perché Collins ci aiuta a chiarire il nostro tempo: non esistono razzismo, sessismo, esclusione e violenza come fenomeni separati. Proprio per questo l’idea di «remigrazione», che oggi riemerge nel lessico identitario occidentale, non è una risposta politica, ma è la negazione stessa della complessità umana. A nostro avviso, vale la pena cogliere, anche alla luce del grandioso viaggio nel continente africano di papa Leone XIV, il prezioso valore civile della presenza, in Italia, della professoressa Collins, non come studiosa di nicchia, bensì come una delle figure più significative del pensiero contemporaneo, attiva, ad oggi, nell’Università del Maryland. Il punto cruciale del suo pensiero è noto, eppure non è ancora stato pienamente compreso né in Europa né negli Stati Uniti devastati dal trumpismo.

La sociologa ha chiarito come le oppressioni non si sommano semplicemente, ma si costruiscono reciprocamente ed è a partire da questa consapevolezza che possiamo renderci conto come siamo ancora dinanzi a un conflitto culturale, che tenta di normalizzare il razzismo. Qui emerge il contrasto più netto con una parola che, negli ultimi mesi, è tornata a circolare: remigrazione. In apparenza, il termine si presenta come neutro, quasi tecnico, in realtà, analizzandolo alla luce della sociologia, esso viene usato in ambienti dell’estrema destra occidentale per mascherare programmi di espulsione di massa o di allontanamento forzato di uomini e donne considerati indesiderati, mettendo sullo sfondo la teoria complottista della «sostituzione etnica». Non a caso la parola è passata dalle frange più ideologizzate ai palchi politici più visibili dei nazionalismi. Ed è in questo che la lezione di Collins è decisiva, perché ci aiuta a comprendere come la «remigrazione» presuppone una visione elementare dell’umano, in quanto immagina – assurdamente – civiltà omogenee, identità compatte e appartenenze immobili, trasformando il vicino in un intruso.

Per la sociologa, dunque, in Occidente, non siamo ancora riusciti a convincerci che non basta difendere l’uomo in astratto se la definizione di umano continua a essere costruita su modelli errati come quello del colore della pelle o della dominazione della mascolinità o di culture superiori ad altre. L’umanesimo potrà, almeno in Europa, tornare a segnare la sua grandezza di pensiero se si lascerà, con onesta intellettuale, correggere da chi è stato posto storicamente ai margini della sua promessa. Ed è questa, come ha anche scritto Collins, la lezione di Bergoglio e ora dell’americano Prevost, che dall’Africa subsahariana ha denunciato tutte le depredazioni di stampo colonialistico, di cui ancora si subiscono effetti vecchi e nuovi. In questa prospettiva, possiamo renderci conto che il vero conflitto del nostro tempo è fra due antropologie. La prima è difensiva, immunitaria e ossessionata dalla contaminazione, considerando la pluralità una minaccia. La seconda, di cui la Collins è interprete autorevole, presuppone, invece, che la dignità umana riesce ad emergere solo quando sappiamo leggere le asimmetrie e le ferite storiche, liberandoci da quella falsa mitologia etnica. Se la parola «remigrazione» pretenderebbe di rilegittimare l’esclusione, presentandola come realismo, Patricia Hill Collins, con la sua esperienza e i suoi studi, risponde con il realismo della complessità, poiché non può esserci umanesimo dove vige ancora la cultura dello scarto. In temi di regressione lessicale e di paure indotte, il tema dell’intersezionalità fra culture è una vera e propria forma di resistenza.

La lezione della sociologa afroamericana va letta anche all’interno della sua attività scientifica nell’intollerante America dell’ICE e di Trump, poiché il suo pensiero nasce dall’esperienza di una democrazia che si proclama universale, ma continua a produrre gerarchie di razza, di genere e di classe. Collins ci ricorda che la violenza non colpisce tutti allo stesso modo: si concentra dove le linee della subordinazione si sovrappongono, rendendo più esposte soprattutto le persone con la pelle nera, le donne più povere, i migranti e le persone sessualmente marginalizzate. Grazie alle sue ricerche, possiamo sottolineare, nell’età trumpiana (che continua ancora ad affascinare qualcuno anche in Europa), come il nazionalismo bianco e la paura sociale vengano saldate insieme da una politica che non ha vere risposte. Il trumpismo e le derive nazionalistiche, come ha detto Collins, purtroppo non sono solo una parentesi folkloristika, ma rappresentano una degenerazione del discorso pubblico, che sotterraneamente (o addirittura esplicitamente) si appoggiano ancora al termine antiscientifico «razza».

26 Aprile 2026

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