Le primarie di coalizione

Contro le primarie, perché sono un gioco a perdere per il Campo Largo: ai gazebo guai e dolori

Incompatibile con il principio del governo parlamentare, comprensibile solo entro il dispositivo autocratico vagheggiato da Meloni, l’unzione preventiva dell’aspirante vertice dell’esecutivo è priva di efficacia politica. E alle grandi aspettative salvifiche segue la sete di vendetta coltivata dai seguaci dello sconfitto, che si è accanita contro un’infinità di leader

Politica - di Michele Prospero

24 Aprile 2026 alle 09:00

Condividi l'articolo

Foto di Cecilia Fabiano/LaPresse
Foto di Cecilia Fabiano/LaPresse

Primarie di coalizione o atto di “generosità”? Ha ragione Travaglio nel rammentare agli smemorati che i gazebo non li ha inventati Conte. Furono una creatura del nascente Pd con l’impronta americana imposta da Veltroni come un irrinunciabile marchio di identità. Con un’ampia partecipazione (anche se i 4,3 milioni di votanti non sono un dato attendibile), nel 2005 consacrarono Prodi. E però, quella fuga verso la terra promessa plebiscitaria fu soprattutto una trovata scenografica buona per la comunicazione. Nessun segno di quella “sfida vera, senza rete” che Travaglio evoca. Ci fu una semplice lotta simulata: il bagno di folla era stato apparecchiato apposta per il Professore, che effettuò un tranquillo passaggio “secondario” per essere acclamato come predestinato. La disputa “primaria” era già stata risolta nelle segrete stanze, poiché una rissa effettiva tra i capi avrebbe avuto letali conseguenze per formazioni che allora erano divise da appena 800 mila voti.

La finzione di una incoronazione carismatica occultò il gran rifiuto. Nessuno dei leader dei Ds (16,5%) si iscrisse infatti alla corsa per ottenere la guida e strapparla al prescelto della Margherita (14,5%). Nel 2005 il segretario della Quercia, proprio come accadde nel 1996, fece un passo indietro. La mitica personalizzazione della leadership, finalmente affrancata dagli apparati, in un attimo si sgonfiò: Prodi scialacquò il vantaggio di oltre 10 punti accreditato dai sondaggi e vinse sul Cavaliere di appena 20 mila voti, quelli raccolti da una lista civetta. Finì in malo modo anche la favola di una consultazione intra-coalizionale escogitata come formidabile ricetta per una granitica coesione. Dopo neppure due anni, l’esercito dell’Unione firmò la resa. L’ambizione di Veltroni, quella di convocare il popolo dei passanti per la benedizione contestuale di una seconda testa accanto a quella del presidente del Consiglio in carica Prodi, favorì il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi. “Nei dibattiti che accompagnarono la creazione del Pd, Walter Veltroni e i suoi collaboratori concepirono il partito come un partito senza iscritti” (A. Gauja, Party Reform, Oxford University Press, 2017). Nel suo alterato codice genetico era già contemplata dunque la possibilità di un’affermazione come segretario di un non iscritto all’organizzazione.

Anche per questo non è certo un caso che “le primarie finora siano rimaste una rara eccezione. Nel periodo che esaminiamo, solo quattro dei 122 partiti avevano regolamenti che facilitavano la partecipazione dei non iscritti alle decisioni relative al programma di partito, alle singole politiche o all’elezione dei leader” (S. E. Scarrow, P. D. Webb, T. Poguntke, Organizing Political Parties, Oxford University Press, 2017, p. 148). Le conseguenze effettive di consultazioni aperte per la leadership indicano “come le élite di partito possano implementare i metodi plebiscitari nei processi decisionali interni all’organizzazione allo scopo di ridurre il potere degli attivisti di base e aumentare il proprio controllo, rafforzando i membri docili e passivi. L’implementazione delle primarie (aperte) potrebbe portare a una leadership più oligarchica con una riduzione del potere delle strutture intermedie del partito e l’incremento del potere delle élite” (ivi, p. 151). La fortuna dei cacicchi è connessa proprio alla disponibilità di truppe da trasferire a favore di uno dei candidati in lizza. Alle grandi aspettative salvifiche, riposte attorno ad un capo eletto direttamente, segue la sete di vendetta coltivata dai seguaci del contendente sconfitto. Il meccanismo della punizione, previsto da un rituale così macabro, si è accanito contro una infinità di leader, inizialmente osannati come condottieri e presto, terminata la cerimonia, indotti all’oblio. Quanto all’impulso dato alla rigenerazione etico-politica dei partiti, il bilancio degli analisti appare problematico. Altrettanto impalpabile è il contributo al successo della coalizione.

Gli studi di politologia riferiscono, non senza stupore, che “la coalizione di centrosinistra in Italia, un’alleanza pre-elettorale, ha tenuto per due volte (2005, 2012) primarie aperte al fine di selezionare il proprio candidato a presidente del Consiglio. In rari casi, le primarie possono coinvolgere più di un partito. Solo i partiti di sinistra in Francia (2011) e in Italia (2005, 2012) hanno organizzato primarie congiunte per scegliere un unico candidato proposto da un blocco di partiti” (W. P. Cross, O. Kenig, S. Pruysers, G. Rahat, The Promise and Challenge of Party Primary Elections, McGill-Queen’s University Press, 2016). Mentre quelle semi-aperte tenutesi in Francia nel 2011 (le “primaires citoyennes”) chiamavano in causa soltanto i socialisti e il minuscolo gruppo del Partito Radicale di Sinistra, quelle italiane riguardavano anche raggruppamenti più attrezzati, ma pur sempre con cifre assai distanti dal grado di consenso del Pd. A mettere pepe al duello nel 2012, comunque, intervenne una distruttiva mutazione dello statuto del Pd che Bersani fu indotto a concedere, per placare – così pare – il desiderio di influenza della tessera numero 1. In cambio della cessazione delle quotidiane ostilità circa la presunta carenza di un “quid” carismatico, egli firmò la deroga per autorizzare un tarantolato sindaco gigliato (“Renzi performer” lo avrebbe appellato Ezio Mauro) a sfidarlo in una corrida di coalizione. Il segretario di Piacenza la spuntò, solo al secondo turno però, lasciando così un segno indelebile di debolezza. A sfuggire di mano fu inoltre la composizione del gruppo parlamentare, con le candidature affidate anch’esse alle scaramucce delle primarie, che produssero una sedimentazione di rancore esplosa con la carica dei 101 franchi tiratori. Dopo il vangelo secondo Matteo, che a bordo di un aereo privato o di un camper cercava unctio e coronatio combattendo il cumulo dei vitalizi di “Bersani e Vendola, quelli di sempre, esponenti di un passato da rimuovere alla radice”, per Grillo diventerà uno scherzo racimolare oltre dieci milioni di voti con il grido “tutti a casa”. L’illusione di uscire dal male di vivere delle organizzazioni grazie ad apparenti suggestioni iper-democratiche non ha invertito il declino né ha portato fortuna nelle urne.

Le analisi più attente rilevano poi la stranezza delle primarie in assetti istituzionali di tipo non presidenziale. “Per quanto ne sappiamo, le uniche primarie di partito a livello statale che si sono svolte finora in sistemi senza elezioni presidenziali si sono tenute in Italia” (W. P. Cross, A. Blais, Politics at the Centre, Oxford University Press, 2012, p. 158). La Costituzione rinvia al ruolo di investitura del Parlamento e, con esso, anche alla funzione di garanzia del capo dello Stato nel conferimento dell’incarico al presidente del Consiglio. In un tale quadro formale, le adunate per designare il cosiddetto candidato premier sono un appuntamento irrituale, comprensibile solamente entro il dispositivo autocratico vagheggiato da Meloni con la riforma che introdurrebbe il governo del capo. Incompatibile con il principio del governo parlamentare, l’unzione preventiva dell’aspirante vertice dell’esecutivo, in una gara peraltro sregolata, è priva di efficacia politica. Per giunta, le invocate primarie di coalizione, se aperte e conflittuali, presentano nodi problematici proprio perché interessano attori con forze tra loro asimmetriche. Per il partito che è accreditato di un vantaggio relativo (il 22% del Pd contro il 14% del M5S), la prospettiva di perdere il torneo avrebbe una ricaduta che scavalca il destino personale della segretaria. Anche lo sfidante, qualora si guadagnasse i galloni ribaltando i rapporti iniziali, vacillerebbe sul trono perché il crollo della ragion d’essere di un alleato più forte mina completamente le basi della coalizione a suo supporto.

È preferibile quindi un’attenta valutazione politica al riparo dalle amnesie che in questi giorni stanno colpendo molti protagonisti del recente passato. Il Pd rivendica lo scettro in qualità di primo partito di opposizione. È vero che in tutte le democrazie accade così. Tuttavia, il dato della preminenza quantitativa è già stato accantonato per portare in trionfo Prodi. Prima ancora, in un contesto differente (anni ’80), la convenzione fu rimossa dal Pentapartito con i governi di Spadolini e Craxi. Va perciò messo in conto che i freddi numeri non sono la sola variabile da tenere d’occhio e che considerazioni tutte politiche possono giustificare scostamenti dal principio astratto. Alla luce del fatto che due, e non una, sono le poste in gioco alle prossime elezioni, un accomodamento su Palazzo Chigi e sul Quirinale non dovrebbe essere così arduo. La fantasia creativa della Prima Repubblica offre diverse soluzioni. Persino le vituperate staffette rientrano nella fisiologia delle relazioni coalizionali chiamate a dosare cooperazione e concorrenza. L’accordo sul programma e sugli interpreti andrebbe trovato su un piano negoziale, per spegnere le velleità dei moderati che ancora non fanno parte del campo e già pretendono di comandarlo.

In definitiva le primarie di coalizione vanno scongiurate, non per i consigli insinceri degli apprendisti stregoni che le hanno inventate come un oggetto di culto e adesso le demonizzano, ma in nome di una strategia politica valida, che non può che prevedere un lungo tragitto in sintonia tra Schlein e Conte. Da ultimo in tanti hanno fatto ricorso alle arti magiche per fabbricare in laboratorio una leadership nuova, nella vana speranza che essa, sospinta dalla brezza di Genova, conduca alla rovina comune di Elly e di Giuseppe. Bene farebbero Pd e M5S a disinnescare la rischiosa forzatura plebiscitaria dei gazebo: si tratta di un prodotto da maneggiare davvero cum grano Salis.

24 Aprile 2026

Condividi l'articolo