Nelle sale il film dedicato all'artista

Come Michael Jackson è diventato il Re del Pop: genio, paura e spirito visionario di un’icona nel film biopic

A interpretare il divo, nel biopic presentato a Berlino, è il figlio di suo fratello, il nipote Jafaar: la somiglianza è inquietante. E rende degno omaggio alla parabola che ne forgiò il talento fino a Bad

Spettacoli - di Chiara Nicoletti

24 Aprile 2026 alle 11:00

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Photo by Jordan Strauss/Invision/AP
Photo by Jordan Strauss/Invision/AP

“Con 1000 comparse, 500 membri della troupe in costume, lui doveva uscire ed essere Michael Jackson con 12 telecamere puntate addosso, al suo primo giorno sul set. Non aveva mai fatto questo prima. Non appena ha iniziato, non riuscivo a crederci”. Con queste parole, Graham King, storico produttore di Bohemian Rhapsody ed ora artefice produttivo del biopic Michael sul Re del Pop, elogia il suo protagonista Jaafar Jackson, nipote di Michael, al suo debutto come attore.

Il film, diretto dal regista di Training Day, Antoine Fuqua, uscito ieri con Universal Pictures in Italia, racconta la fase di vita di Michael Jackson che va dall’infanzia passata a cantare e suonare con i fratelli nella band dei Jackson 5, fino alla consacrazione come artista indipendente. Michael è stato presentato in anteprima internazionale a Berlino in una due giorni di Global Fan Celebration che ha riunito fan e giornalisti da tutta Europa (e non solo) nella città tedesca per la proiezione, un incontro con il cast e una experience immersiva costruita su quattro piani della Arena Uber Eats Music Hall, completa di una mostra dei suoi abiti di scena, ricostruzioni di luoghi storici come lo studio di registrazione di Billie Jean e setting da video epocali e occasioni interattive. Con l’ambizione di essere il primo di molti film che raccontano la vita della più grande popstar di sempre, Michael si ferma all’uscita di Bad nel 1987, ultimo album prodotto da Quincy Jones e baluardo dell’affrancarsi di Jackson dal padre padrone Joe, suo ex manager e genitore abusivo, verbalmente e fisicamente. Salta dunque, per ovvie ragioni, tutta la fase Neverland ed anche quella delle accuse di pedofilia, il film, per concentrarsi appunto sul difficile passaggio all’età adulta dell’artista tra il suo continuo scontro con il padre e un rapporto di profondo affetto per i fratelli e in particolare la madre Katherine. Ad interpretare quest’ultima è Nia Long, che proprio su quel complicato percorso di crescita del musicista ha focalizzato la sua attenzione: “Ho fatto un milione di domande su Michael – racconta. Ho avuto anche l’opportunità di incontrarlo molto presto nella mia carriera e c’era qualcosa nella sua essenza e nella sua presenza che è indimenticabile ed anche molto naturale. Volevo assicurarmi che il mio ritratto di Katherine Jackson fosse radicato nell’amore e nella sicurezza, perché penso che la sfida più grande per Michael fosse crescere davanti al mondo. Noi tutti lo facciamo in privato, sbagliamo in privato, amiamo in privato, piangiamo in privato. Ma lui era così giovane quando ha iniziato, e la transizione dall’infanzia all’età adulta può essere molto difficile. Sapevo che se fossi rimasta in quello spazio di amore e sicurezza, la mia prova ne avrebbe beneficiato”.

Le performance attoriali e musicali di Jaafar Jackson ed anche del suo collega bambino Juliano Krue Valdi lasciano senza parole, non solo per la somiglianza ma per una capacità di catturare l’essenza del cantante. Jaafar è figlio di Jermaine Jackson, fratello di Michael ed ex membro dei Jackson 5. Il neonato attore rivela di non aver detto ai familiari del provino per interpretare lo zio fino a progetto confermato: “Ho tenuto il segreto a riparo dalla mia famiglia per quasi un anno. Il motivo principale è che volevo vedere da solo se fossi in grado. Volevo essere sicuro di farcela prima di parlarne troppo presto”. Sulla sua preparazione fisica ed artistica e la sua connessione emotiva con lo zio, poi aggiunge: “Per me era fondamentale capire cos’è la recitazione prima ancora di provare a incarnare Michael. Ho avuto un coach incredibile, e per circa sei mesi abbiamo lavorato su scene di altri film e testi teatrali. Mi sono sentito molto connesso a lui, e me ne sono reso conto quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta. C’erano tanti momenti in cui mi mettevo a piangere. Mi ha riportato ai miei ricordi d’infanzia, quando avevo 4 o 5 anni e studiavo i suoi tour, in particolare il Dangerous Tour. La canzone che preferivo da bambino era In the Closet. Guardavo quei video in loop cercando di imitare i movimenti. Tutti quei ricordi mi sono tornati alla mente”. Umanità ed autenticità, queste le due chiavi di lettura sulla vita di Michael usate dal regista Antoine Fuqua che ha voluto indagare negli spazi tra i momenti pubblici e quelli intimi di Jackson. “Se ricordate, nelle inquadrature sul retro del palco durante Bad, Michael dubita di se stesso, di essere il più grande di tutti i tempi. Quelle erano le insicurezze umane di un uomo che cercava di convincersi. Quelle sono cose con cui tutti possiamo identificarci. Quindi quando lo vedi indossare il “mantello” e salire sul palco, stai guardando un essere umano. Con il film possiamo guardare a questa umanità e sentirlo ancora più vicino perché abbiamo modo di conoscere chi è. E poi sono i momenti tra le parole quelli in cui si vede l’umanità di ogni personaggio. Li cerco sempre, soprattutto quando ho già davanti un grande attore”.

A proposito di autenticità invece, Fuqua ha insistito per girare quanto possibile, nei veri luoghi della storia di vita di Michael Jackson, a partire dalla tenuta di famiglia ad Encino in California: “Qualcuno mi aveva suggerito di girare ad Atlanta perché sarebbe costato meno, e io ho detto no, Michael è cresciuto lì. Ho contattato la tenuta e ho ottenuto il permesso di girare lì, e anche sullo stesso palco dove Michael lavorava alle sue performance al Pasadena Civic Auditorium, e nella stessa strada dove è stato creato Thriller. Per me come regista, quel posto specialmente aveva un’atmosfera musicale particolare, ed ha aiutato anche gli attori”. In chiusura dell’incontro, sulla base dell’unico entusiastico riscontro dei fan scatenati presenti alla premiere, agli attori l’ultima parola su cosa sperano che il pubblico penserà del film. Nia Long sottolinea cosa distingue il film da altri biopic: “Ciò che rende speciale il film è che raccontiamo la storia attraverso gli occhi di Michael. La sua eredità è un promemoria che siamo capaci di fare tutto quello che vogliamo nella vita ma bisogna avere pazienza e soprattutto, disciplina”. “Il mio sogno più grande è che il pubblico senta l’essenza e la presenza di Michael quando vedrà il film e che escano dalla sala cantando, ballando, ispirati” commenta gioioso Jaafar Jackson per poi concludere: “Unire le persone da tutto il mondo era la sua forza motrice, il suo messaggio fin dall’inizio”. Con la maturità di un grande artista nei suoi soli 12 anni, Juliano Krue Valdi risponde per ultimo e chiude la celebration: “Voglio che vadano al cinema e che abbiano una comprensione profonda di chi era davvero Michael Jackson dietro le quinte. Questo film è un fantastico tributo al più grande intrattenitore che abbiamo mai visto”.

24 Aprile 2026

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