A 100 anni dalla morte
Giovanni Amendola, un secolo fa moriva un liberale vero
Il capo dell’opposizione costituzionale morì il 7 aprile del 1926 a Cannes per le conseguenze delle aggressioni fasciste. Aveva 44 anni. Il 16 febbraio, a Parigi, era morto Piero Gobetti. Due campioni del liberalismo intransigente, morti esuli
Politica - di Franco Corleone
Il 1926 segna la sconfitta delle forze democratiche di fronte alla dittatura di Mussolini e si incarna nella tragedia politica e umana legata alla morte di due grandi personalità, Piero Gobetti e Giovanni Amendola. Il capo dell’opposizione costituzionale morì il 7 aprile a Cannes a 44 anni per le conseguenze delle dure aggressioni fasciste, mentre il giovane intellettuale torinese era morto a Parigi il 16 febbraio dopo una brevissima malattia in una clinica situata in rue Piccini, dove era ricoverato anche Amendola. Una coincidenza davvero simbolica; Gobetti aveva lasciato Torino il 3 febbraio per continuare il mestiere di editore che in Italia gli era stato vietato ma il sogno di fare un’opera di cultura nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna durò pochi giorni. Non so se Gobetti fosse a conoscenza della presenza in ospedale di una figura con cui aveva intessuto una relazione intensa, sappiamo che Amendola per onorare il direttore di Rivoluzione liberale inviò un mazzo di fiori, forse di mughetti. Due campioni del liberalismo intransigente, morti esuli. La tomba di Gobetti è ancora al Pere Lachaise.
Amendola era tra i pochi esponenti della politica precedente che Gobetti salvava; insieme a Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini, Benedetto Croce, Luigi Einaudi oltre e primo tra tutti Giacomo Matteotti. Nel 1924 Gobetti pubblicò una raccolta di interventi parlamentari di Giovanni Amendola intitolato Una battaglia liberale e assai attuale è quello pronunciato alla Camera dei Deputati il 12 luglio 1923 contro la legge elettorale del Governo fascista. È preceduto da una nota (di Gobetti?) che vale la pena riprodurre: «È la manifestazione estrema dello sforzo politico compiuto dall’on. Amendola, quale capo dell’opposizione costituzionale, per impedire il travolgimento effettivo della vita parlamentare e costituzionale, operatosi attraverso l’approvazione di quella legge che oggi possiamo già giudicare alla prova dei fatti. Tale sforzo terminò nell’insuccesso per l’atteggiamento “fiancheggiatore” tenuto dai vecchi capi costituzionali e per la crisi determinatasi in seno al partito popolare, attraverso il Vaticano». Assai acuta nel discorso la contestazione della designazione plebiscitaria e la preoccupazione dell’imposizione di un vincolo di mandato al deputato. Metteva anche in guardia dalla soppressione del Parlamento e segnalava il rischio della guerra civile. La prefazione dell’autore è del 2 marzo 1924, prima dell’assassinio di Matteotti e spiega la ragione dell’adesione all’invito a raccogliere i discorsi pronunciati nel periodo corrispondente alle due legislature postbelliche (1919-1923). Il significato del titolo Battaglia liberale testimonia di una battaglia perduta di fronte al prevalere del linguaggio della passione e della avventura, di quella frana memorabile che passerà alla storia col nome di “marcia su Roma”. Significativo il sostegno all’allargamento del suffragio verso la proporzionale e il voto alle donne e l’impegno per l’Italia democratica.
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Il primo discorso parlamentare di Giovanni Amendola fu pronunciato il 26 marzo 1920 e nella presentazione attribuibile a Gobetti si sottolinea che si pose «per la prima volta, nell’ora più oscura della crisi politica e parlamentare del dopo guerra, quel problema di governo, cui il fascismo ha voluto assegnare, nel seguito, una soluzione extra costituzionale. Il discorso fu una continua e serrata battaglia coi socialisti e coi popolari». Dopo le elezioni del 1921 Amendola pose il problema dell’impotenza della Camera ad esprimere un Governo forte, e infine denuncia l’avvento fascista. Importante la conclusione che invitava a disarmare il Paese dalle armi. È d’obbligo tornare al discorso sulla riforma elettorale, nota come “legge Acerbo” che prevedeva un enorme premio di governabilità al partito che avesse ottenuto il 25% dei voti. Amendola contestò duramente i principi di quel testo «perché questa riforma elettorale è, essa stessa, la riforma istituzionale». Nel 1953 De Gasperi propose una legge elettorale con un premio di seggi alla coalizione che avesse ottenuto il 50% dei voti, ma le opposizioni richiamarono il precedente fascista del 1923 e in particolare Palmiro Togliatti citò ampiamente il discorso di Giovanni Amendola che aveva detto: «Non esiste una maggioranza precostituita. Il paese è composto di tante forze, di tante unità morali quanti sono i partiti, i gruppi, le tendenze. Ognuna di queste forze, ognuna di queste unità non può da sola avere la maggioranza. Ma esiste la possibilità della costituzione di un edificio più complesso, nel quale le singole volontà, le singole idealità entrino, non già per sovrapporsi meccanicamente e per determinare una coalizione morta, ma per essere un elemento necessario alla vita e alla unità del Governo, capace di manifestarsi in un’azione di Governo». Quella contestazione in difesa del Parlamento e della democrazia assume una straordinaria attualità nel momento in cui il Governo Meloni ha presentato una riforma elettorale che si richiama più a quella del 1923 che a quella del 1953. Un tentativo di usare la scorciatoia della legge elettorale per occupare tutti gli organi di garanzia, dalla presidenza della Repubblica alla Corte costituzionale e al Consiglio Superiore della Magistratura.
Le commemorazioni hanno sempre il rischio dell’agiografia e di guardare al passato. La figura eccezionale di Amendola emerge nei Cenni biografici presenti alla fine del volume stampato su invito di Gobetti editore, infatti si legge «Giovanni Amendola è arrivato alla vita politica da una formidabile preparazione di cultura». Direttore di riviste filosofiche e docente all’università, nel 1914 iniziò la collaborazione giornalistica al Corriere della Sera. Dal giornalismo politico passò all’impegno diretto con l’elezione a deputato nel 1919 nel collegio di Salerno, confermato nel 1921 dopo una battaglia di opposizione superando il boicottaggio di Giolitti. Infine fu eletto nelle elezioni del 1924 i cui risultati furono contestati per i brogli e le violenze da Giacomo Matteotti in un discorso vibrante che gli costò la vita. Dopo l’assassinio del leader socialista le opposizioni abbandonarono i lavori parlamentari (per altro la Camera dei deputati fu chiusa dal suo presidente Alfredo Rocco, successivamente autore del Codice penale base dello stato etico e autoritario) e Amendola divenne il punto di riferimento delle riunioni che si svolgevano nella Sala della Regina di Montecitorio e che venne denominato come “l’Aventino”. L’Unione Democratica Nazionale fu la sua creatura politica che tenne il suo congresso nel giugno 1925 a cui partecipò il giovane Ugo La Malfa, che può essere considerato il suo erede nella concezione del Partito d’Azione e nella costruzione di un nuovo Partito Repubblicano. I figli di Mario Berlinguer, di Silvio Trentin e dello stesso Amendola, in particolare Giorgio, scelsero un’altra strada e aderirono al PCI.
Torniamo indietro. Gobetti ribadiva la lunghezza per la costruzione di una alternativa perché «Le classi dirigenti si maturano nella propria pazienza: l’opera di studio è anche azione a lunga scadenza» e dopo il rapimento di Matteotti scende in campo e fa approvare da tutti i partiti a Torino un ordine del giorno inviato il 19 giugno ad Amendola in quanto capo della opposizione costituzionale. Il mandato era espressione di una linea dura: «Invita i deputati della minoranza, i soli eletti legittimamente dalla volontà popolare, ad autoconvocarsi e a provvedere all’ordine del paese e al nuovo governo». La lezione che possiamo ricavare sta nelle parole di Piero Gobetti: «L’atteggiamento di Amendola di fronte al fascismo non è dunque che un aspetto e una conclusione del suo antidannunzianesimo. L’intransigenza si riduce ad una questione di dignità, quasi un caratteristico residuo pedagogico persistente nella sua passione politica. Il più bell’elogio per Amendola noi lo diremo insistendo sulla sua impopolarità; e la sua forza è proprio nella costanza della sua solitudine».