Il segretario Pd Campania

Intervista a Piero De Luca: “Meloni ha spinto l’Italia nell’angolo, su Trump una giravolta tardiva e poco credibile”

«Solidarietà a Meloni per l’attacco di Trump, ma la sua presa di distanza dal presidente Usa dopo l’oltraggio a Leone XIV è poco credibile. In imbarazzo per la propria linea politica, prova a uscire dall’angolo in cui ha spinto il Paese. Intanto imprese e famiglie pagano il conto»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

15 Aprile 2026 alle 08:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Piero De Luca, capogruppo Pd in commissione Politiche europee della Camera dei deputati e segretario del Partito democratico della Campania.

La settimana si è aperta con l’inaudito e senza precedenti attacco di Trump al Pontefice. Il Presidente Usa è ormai fuori da ogni controllo?
L’intemerata di Trump segna un punto di crisi e tensione epocale nei rapporti tra la Casa Bianca e il Vaticano. Attaccare sul piano umano e politico il Santo Padre è oltraggioso e inammissibile. Quanto accaduto con Papa Leone è un episodio emblematico di un modello politico, ideologico e culturale che sta ispirando Trump sin dal suo insediamento alla Casa Bianca, fatto di una visione primitiva e barbara delle relazioni internazionali, fondate sul ritorno ad un neoimperialismo in cui il diritto internazionale viene calpestato e piegato dal diritto della forza. In questa visione, le istituzioni multilaterali sono un ostacolo, la diplomazia un inutile vincolo, e chiunque osi invocare regole, diritti e Pace un nemico da combattere. Il Papa ha rivolto un appello potente, che noi condividiamo e in cui si dovrebbe riconoscere l’intera umanità, alla Pace, al dialogo, al rispetto della dignità umana. Trump lo attacca e lo denigra, offendendo anche la sensibilità e i valori di tutti noi. È la reazione di chi non sopporta voci libere. Detto ciò, mi permetta di dire che questo episodio accentua ancor di più una questione politica enorme che riguarda il nostro Paese: cosa fa il Governo di fronte a quest’ultimo atto di destabilizzazione di Trump? Meloni ha costruito per anni il suo posizionamento come Pontiera con il Presidente USA e la sua narrazione identitaria intorno a fede, famiglia e valori cristiani. Oggi appare più imbarazzata e disorientata che mai rispetto alla propria linea politica e prova a uscire dall’angolo in cui si è relegata e ha spinto l’Italia. La premier ha impiegato circa 12 ore per condannare e prendere le distanze in modo netto dall’ennesimo attacco di Trump. È lo stesso film, con la stessa immagine di subalternità e servilismo, già andato in scena rispetto ai Dazi posti all’Europa, alle minacce militari sulla Groenlandia, ai tappeti rossi stesi a Putin e alla guerra illegale in Iran: né condanna né condivisione. Una formula stanca che ormai rappresenta plasticamente il posizionamento ambiguo di Meloni in politica estera, un posizionamento inadeguato, isolato in Europa e non all’altezza della tradizione internazionale dell’Italia. Il ponte non è mai stato costruito ed è crollato sin da subito. Meloni, che addirittura candidava Trump al Nobel, si è trovata ad essere non la Pontiera ma la Portabandiera della cultura MAGA in Europa e nel Mondo. E rispetto ai disastri e ai crimini che si stanno perpetrando, si tratta di una complicità silenziosa. L’ultima presa di distanza di Meloni da Trump – con annesso attacco stupito del Presidente Usa – più che una svolta è una giravolta, tardiva e poco credibile, considerato che il danno all’Italia è già stato compiuto. Vedremo se sarà seguita da azioni concrete. Intanto esprimiamo solidarietà alla Premier perché l’autonomia italiana ed europea per noi è un valore da difendere sempre rispetto ad attacchi ed ingerenze esterne.

Che messaggio lancia all’Europa la sconfitta di Viktor Orbán alle elezioni legislative in Ungheria a cui ha corrisposto la vittoria a valanga di Peter Magyar?
È un passaggio storico. La fine della lunga stagione politica della democrazia sospesa, della deriva illiberale di Viktor Orbán è un risultato importante per l’Ungheria, dettato anche da ragioni legate alla crisi economica interna, ma un punto di svolta evidente soprattutto per l’Europa, il cui cuore pulsa più forte dopo queste elezioni. È la fine di un modello politico che ha messo in discussione lo stato di diritto, le libertà, la coesione, il pluralismo e la collocazione internazionale ed europeista. Quel modello autoritario ha promesso protezione e sicurezza, ma ha prodotto isolamento e debolezza. Oggi vince l’Europa, che è sinonimo di Pace e diritti. Si rafforza l’idea che le grandi sfide si affrontano non tornando indietro, ma avanzando nell’integrazione. Péter Magyar ha rotto con il modello Orbán e ha scelto il campo europeista. La sconfitta di Orbán, punto di riferimento europeo di quell’internazionale di destra che da Trump a Meloni, da Salvini a Putin, è la sconfitta però di un intero modello politico, ideologico e culturale sovranista. Il vicepresidente Vance è volato a Budapest per sostenere Orbán, e Meloni e Salvini hanno supportato con video elettorali la sua campagna. Il messaggio che viene dall’Ungheria è chiarissimo: il nazionalismo non è la soluzione, è parte del problema. Solo rafforzando l’autonomia strategica europea possiamo affrontare e difenderci dalle sfide globali con protagonismo ed efficacia. Dobbiamo andare avanti allora per eliminare il diritto di veto che paralizza scelte decisive in politica economica ed estera, così come per fondi comuni con Eurobond a sostegno delle principali filiere produttive e per aiutare lo sviluppo delle nostre comunità, con un nuovo Next Generation EU. La storia recente dimostra che si può fare. Dipende dalla volontà e dalla capacità politica di chi governa. Se la destra non sarà in grado, ci penseremo noi.

Il Medio Oriente in fiamme. Il mondo è ostaggio di Trump e Netanyahu. Il nostro governo?
Siamo di fronte a una delle crisi internazionali più gravi degli ultimi anni. Una guerra unilaterale in Iran illegale e contraria al diritto internazionale. Una guerra sbagliata e pericolosa, che calpesta le regole e i diritti, priva di strategia e che sta incendiando il mondo con ripercussioni devastanti in termini di sicurezza e tenuta economica nelle nostre stesse comunità. I negoziati di Islamabad hanno prodotto una tregua fragile e debole. I problemi sono ancora tutti in piedi, nell’indolenza del nostro Governo che non ha mai assunto una posizione forte di condanna e contrasto di Trump e Netanyahu, al netto di qualche parola ambigua con forte ritardo ed imbarazzo. Si può e si deve mantenere una postura dignitosa, come fatto da Spagna, Francia ed Austria, che hanno negato anche il sorvolo degli spazi aerei per sostenere il conflitto. Da Meloni nulla su questo e neppure una parola definitiva sul no all’utilizzo delle basi militari per supportare azioni di guerra. Come Pd continuiamo a chiedere trasparenza sul punto, nel rispetto della Costituzione e del diritto internazionale. Ieri, dopo mesi di silenzio la premier ha deciso di sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele. Una prima tardiva iniziativa, presa evidentemente per timore di perdere ulteriore consenso, che va nella direzione da noi più volte chiesta. Ora auspichiamo schiena dritta su tutti gli altri aspetti a partire dal sostegno in sede europea della completa sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele. Intanto, il conto lo stanno pagando imprese e famiglie, che fanno sempre più fatica a far quadrare i conti a fine mese. Il Pd ha avanzato una proposta concreta, le accise mobili, per restituire subito ai cittadini il maggior gettito IVA generato dagli aumenti, così come un tetto europeo al prezzo del Gas. Meloni non ha fatto nulla. Uno sconto da 25 centesimi prorogato al 1° maggio, nella prima fase finanziato con tagli alla sanità pubblica e ai servizi, che non sta producendo risultati. I prezzi dei carburanti sono alle stelle, le bollette aumentano e schizza il costo del carrello della spesa, a causa della crisi internazionale certo, ma per responsabilità anche di un governo che in questi anni non ha fatto nulla per ridurre la dipendenza dalle fonti fossili, anzi ha demonizzato gli investimenti nelle rinnovabili. Anche il viaggio nel Golfo è apparso solo un tentativo di restyling comunicativo e uno spot pasquale, considerando che i risultati sono stati zero. È tornata con un pugno di sabbia tra le mani direi. Ora è tempo di agire. Meloni si impegni per misure emergenziali e strutturali, lavorando anche a Bruxelles per azioni straordinarie come fatto durante la Pandemia, mentre Fdi – a proposito di maturità delle opposizioni – strizzava l’occhio ai no vax, ai no green pass e ai no mask.

Dal genocidio palestinese alle mobilitazioni No Kings. I giovani sono stati protagonisti nelle piazze e nelle urne. C’è chi ha scritto che alla vittoria del No al referendum un ruolo importante, se non addirittura decisivo, l’ha avuto la “generazione Gaza”.
Sì, ed è un elemento politicamente rilevante. I dati del referendum sono chiari: tra gli Under 35 il No ha stravinto con quasi il 60% dei voti. Una generazione che per anni è stata raccontata come disinteressata o distante dalla politica, quando chiamata su questioni e temi che riguardano la stessa democrazia, la tenuta della Costituzione, ha risposto con forza e consapevolezza. I giovani hanno detto No ad un tentativo di smontare gli equilibri costituzionali tra i poteri. Ed hanno detto No ad un progetto che era un tassello in un disegno più ampio, volto a forzare le fondamenta della Carta, prima con l’autonomia differenziata poi con la riforma della giustizia, domani semmai con il premierato. Si è trattato di un voto di popolo, frutto di una mobilitazione civica straordinaria, che ha dato un segnale anche al Governo rispetto all’arroganza sulle riforme e al fallimento politico. Questo voto certo non è automaticamente trasponibile ad un sostegno al centro sinistra alle prossime elezioni politiche, ne siamo consapevoli. Per questo, l’energia e la passione registrata non va dispersa, ma dovrà continuare ad essere alimentata con incontri, iniziative e mobilitazioni – come ha detto la segretaria Schlein – volte ora non più solo a difendere ma anche ad attuare la Costituzione. Rilevo del resto che al di là del referendum, i giovani si stanno impegnando sempre più in questa fase storica anche e soprattutto per la Pace, la democrazia e il rispetto dei diritti umani a livello internazionale. Tantissime ragazze e ragazzi hanno riempito le piazze contro i crimini a Gaza, hanno partecipato alle mobilitazioni No Kings contro Trump, ed hanno fornito un contributo decisivo al risultato elettorale in Ungheria. Tocca a noi ascoltare le giovani generazioni, confrontarci con loro e proporre soluzioni politiche a presidio e per la promozione di quei valori che oggi appaiono non più garantiti per sempre e che stanno provocando un sussulto di partecipazione travolgente. Partiamo da qui direi per avviare la costruzione di un’agenda di governo progressista che convinca e coinvolga emotivamente i cittadini, soprattutto i giovani. Invece di perderci in dibattiti politicisti su leadership che si affronteranno al momento debito, abbiamo ora il dovere di lavorare da subito con gli alleati per costruire una piattaforma politico programmatica chiara, seria e credibile che indichi agli italiani le nostre proposte per la guida del Paese, per un’alternativa ad una destra che si è rivelata incapace, incoerente e che non ha fatto nulla per migliorare le condizioni di vita di famiglie, lavoratori e imprese, ma che rivendica le norme sui Rave Party e i blocchi navali. Partiamo dal lavoro fatto già in Parlamento per puntare anzitutto su lavoro stabile e salari dignitosi, su sanità e scuola pubblica, sugli investimenti per la crescita economica in un Paese che senza il Pnrr sarebbe in recessione, sulla sicurezza urbana, sull’attenzione alla casa, sui diritti, sulla transizione energetica e digitale. Anche sui temi giudiziari, la battaglia per una giustizia più efficiente, più equa per tutti i cittadini deve vedere il nostro Partito e l’intero centro sinistra impegnato in futuro. Il No al referendum consente di aprire e affrontare questo tema su basi corrette, senza conflitti con la magistratura, senza smanie di controllo, senza intenti punitivi, rispettando l’indipendenza e l’autonomia di giudici e PM, così come il principio della separazione dei poteri, pilastro fondamentale della nostra Costituzione.
Abbiamo tanta strada da fare insomma per far tornare l’Italia ad essere coesa, autorevole, competitiva ed anche a misura di giovani. Ora tocca a noi. Sapremo farci trovare preparati per questa sfida da far tremare i polsi.

15 Aprile 2026

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