Il caso della Minetti
Giusta la grazia a Nicole Minetti, ma pullulano i procuratori generali da ballatoio per i processi sommari
La legge deve essere uguale per tutti, ma la stessa Legge ha l’obbligo di tenere in conto il concetto di “compassione” che l’orda social sembra aver smarrito
Giustizia - di Fulvio Abbate
Voglio dirlo subito, e senza alcun tentennamento: sono tra coloro, anzi, me ne assumo la libertà individuale d’opinione, che non hanno nulla da obiettare dinanzi alla notizia della grazia concessa dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a Nicole Minetti. La vita, il tempo, i giorni, il loro scorrere nell’imprevedibile delle traversie mi hanno insegnato, e non sembri retorica, l’esistenza della mutazione, anzi, che chiunque è soggetto alle leggi della discontinuità: ciò che eravamo in tempo, non è detto che si possa e debba ripetere all’infinito.
Il “male”, la “colpa”, se vogliamo chiamarli tali, possono incontrare il loro esatto contrario. Insieme alle avversità della vita. Un argomento che ha a che fare con la coscienza, con lo scorrere appunto della vita e i suoi tragici inciampi, ma altrettanto con l’imprevedibilità delle cose che ti consegna a un’altra dimensione del quotidiano, sovente drammatico. E nel dire questo non mi interessa neppure fare ritorno fantasmaticamente, prosaicamente, cinicamente alla memoria delle cosiddette “cene eleganti”. Irrilevante perfino, sempre ai miei occhi, rammentare il contesto che ha visto Nicole Minetti diventare, lei e il suo dato apparente, seduttivo, protagonista di una stagione politica e narrativa che da tempo abbiamo alle spalle.
A Minetti veniva contestata, se non rammento male, una forma di “induzione alla prostituzione”. Il tempo, il tempo, il tempo, il tempo, la malattia del tempo, muta le nostre convinzioni, nulla è immutabile, neppure la stessa nozione di “male” e di “colpa”. Trovo perfino ingiusto che per corredare la notizia della grazia che le è stata concessa, in rete compaiono gli scatti di una Nicole Minetti in quello che potremmo definire il “lato A” della sua vita pubblica discutibile, lo stigma supposto identitario contenuto nel pronunciare la qualifica stessa di “igienista dentale” che la contraddistingueva, e ancora l’eco delle intercettazioni nelle quali, lei, la sua voce, sembrava lì a “coordinare” i segreti, se tali erano, sollazzi serali e notturni di un ex presidente del Consiglio, sorta di dopolavoro erotico o presunto… Tutto scorre, c’è un’immensa presunzione, oltreché un’assenza di compassione, nell’immaginare che ogni individuo resti tale e immutabile come si è già detto nel proprio tempo assegnatogli dall’esistenza. E non c’è neppure bisogno di citare il caso di San Paolo, lui che da persecutore di cristiani diventerà architrave morale della Fede. Qualcuno adesso, forse anche comprensibilmente, obietterà che probabilmente altri, al pari della signora Minetti, avrebbero bisogno del medesimo soccorso, che sia concessa anche loro una “grazia”, la Grazia, affinché, se leggo bene le motivazioni, tali persone possano stare al fianco di una persona, un proprio familiare, “fragile”, bisognoso solo di supporto, di cure.
Nel tribunale informale e inarrestabile dei social, leggo sempre, con intransigenza da procuratore generale, generali processi del genere della Mosca sovietica sotto Stalin e insieme della Berlino negli anni del Reich Millenario o forse solo del sottoscala con il suo tanfo. In molti casi hanno manifestato profonda contrarietà, se non scherno violento, al provvedimento. Definire tutto ciò ingiusto sarebbe solo un eufemismo. Resto convinto che Mattarella, dopo aver letto le carte dei magistrati abbia fatto la cosa più corretta e “giusta”. La concessione dell’atto di clemenza “si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore” della donna, che ha bisogno di “assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati”. La Carta di Treviso non consente al Colle di dire di più sulla salute del parente stretto di Nicole Minetti. La legge deve essere uguale per tutti, ma la stessa Legge (qui non più minuscolo) ha l’obbligo di tenere in conto il concetto di “compassione”, ciò che l’orda dei social sembrano aver smarrito. Spero in ogni bene per Nicole e per la persona che le è più cara alla quale si sta dedicando. Come scrive Brecht “anche l’odio per il più forte rende roca la voce”. Dimenticavo: pietà è un dovere altrettanto morale.