La successione alla Guardia Suprema dell'Iran

Il regalo di Trump e Netanyahu agli Ayatollah: in Iran un regime più duro che chiude lo spazio alle forze “riformiste”

Ecco come i bombardamenti israelo-americani in Iran hanno indurito ancor più il regime chiudendo ogni possibilità alle forze meno retrograde di farsi spazio a Teheran.

Esteri - di Angela Nocioni

22 Marzo 2026 alle 11:00

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AP Photo/Francisco Seco – Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain
AP Photo/Francisco Seco – Associate Press/ LaPresse Only Italy and Spain

Ritrovarsi a Guida suprema il figlio della Guida suprema, in una successione ereditaria come nella Corona britannica, è difficile da spiegare anche per gli oscurantisti islamici. Nel 1979 i khomeinisti non hanno fatto la rivoluzione contro la monarchia per ritrovarsi come capo un erede al trono. Dopo venti giorni di guerra è evidente, però, che i bombardamenti israelo-americani in Iran hanno indurito ancor più il regime chiudendo ogni possibilità alle forze meno retrograde di farsi spazio a Teheran.

E’ vero che, in un paese di 93 milioni di persone in cui le Guardie della rivoluzione controllano tutto, l’opposizione all’oscurantismo degli ayatollah non è mai stata un fronte. Ma prima del 28 febbraio era pur sempre un fenomeno politico complesso e sorprendente in grado di manifestarsi ogni tanto. Che le bombe abbiano sepolto ogni speranza di rivolta è ormai chiaro. Quel che non è chiaro è cosa stia avvenendo dentro il regime. Il potere assoluto del sistema autoritario ad ogni annuncio di uccisione di ciascuno dei suoi principali capi sembra non solo resistere ma sapersi riprodurre. Al punto da rimpiazzare l’anziano capo Alì Khamenei, ucciso dai raid aerei israeliani, con suo figlio. Successione impensabile senza questa guerra. Perché le guardie supreme non sono una dinastia. Come la lotta per la successione in Iran sia finita con la nomina di Moijtaba Khamenei quale prossimo leader supremo dell’Iran prova a ricostruirlo il New York Times in un lungo articolo a firma di Farnaz Fassihi. Descrive una drammatica lotta tra fazioni del regime in cui i sostenitori della linea dura hanno vinto grazie alle condizioni create dai bombardamenti e alla rabbia alimentata dalla guerra.

Al momento, le cose in Iran non vanno come la Casa Bianca diceva di aver previsto. Prima della guerra c’erano state proteste di massa che avevano innescato alcuni sottili cambiamenti sociali. Il vecchio Khamenei aveva pochi anni di tempo al potere. Aveva, sostiene il Nyt, già dato ai suoi stretti consiglieri i nomi di tre possibili successori, e – attenzione – suo figlio non era tra loro. La guerra ha cambiato tutte le carte, mettendo le migliori nelle mani dell’ala più oscurantista del regime. Si legge nel reportage: “Secondo tutte le indicazioni, è molto probabile che Khamenei non sarebbe stato scelto se suo padre fosse morto per morte naturale. L’ayatollah Khamenei aveva dato ai suoi stretti consiglieri tre nomi come possibili successori. Quello di suo figlio non era tra loro. L’Assemblea degli esperti, 88 ecclesiastici di alto rango incaricati di nominare un leader supremo, ha tenuto una riunione quasi segreta per avviare un processo che si sarebbe concluso quando uno dei candidati avrebbe ottenuto una maggioranza di due terzi. Lo stesso giorno Israele ha bombardato la sede dell’assemblea nella città di Qom, dove vivevano molti dei chierici che insegnavano nei seminari sciiti, uccidendo parte del suo personale amministrativo”.

“Khamenei aveva il sostegno di potenti alleati: la Guardia Rivoluzionaria e il suo neo nominato comandante in capo, il generale Ahmad Vahidi; il generale Mohammad Ali Aziz Jaffari, stratega della Guardia nella guerra in corso; e il generale Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento ed ex comandante della Guardia. Anche Hossein Taeb, ex capo dell’unità di intelligence della Guardia e mente dei piani di assassinio all’estero, era dalla sua parte. La parte moderata stava spingendo due possibili candidati: un ex presidente, Hassan Rouhani, un po’ emarginato, che aveva presieduto i negoziati che hanno portato all’accordo nucleare del 2015 con gli Stati Uniti; e Hassan Khomeiní, nipote del padre fondatore della teocrazia, l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Hassan Khomeini è allineato con i partiti politici riformisti. I moderati hanno anche proposto Alireza Aarafi, studioso e giurista: un candidato con solide credenziali religiose ma senza influenza nei circoli politici o militari. La rabbia contro il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha alimentato la determinazione a rimanere sfidanti, il che ha minato gli sforzi dei moderati”. Con i bombardamenti in corso si è imposta l’idea di un capo da presentare come una reincarnazione del leader ucciso. Volevano vendicare la morte di un leader che consideravano un martire. L’hanno potuto fare solo grazie a Netanyahu e a Trump.

L’uccisione di Ali Larijani, il governante ad interim de facto dell’Iran, che era dalla parte dei moderati nella lotta per la successione e che è stato anche lui ucciso da un raid israeliano, non fa altro che rafforzare l’ala dura. Anche Larijani è morto in un attacco aereo israeliano. Il 3 marzo, ricostruisce il reportage, Mojtaba Khamenei ha ottenuto la maggioranza necessaria di due terzi. Ma i moderati non si sono arresi. Larijani è stato il protagonista dell’ultimo tentativo di bloccare l’ascesa di Khamenei. Come prima cosa ha bloccato l’annuncio della proclamazione, l’ha rimandato sostenendo che avrebbe messo in pericolo la vita di Khamenei. In seguito, ha detto che il voto non era valido perché la Costituzione iraniana richiede che i chierici votino di persona. Quel tempo guadagnato ha dato ad altri moderati il tempo di organizzare una contestazione più sostanziale: l’argomentazione secondo la quale l’ayatollah Ali Khamenei non aveva voluto che suo figlio, né alcun membro della sua famiglia, gli succedesse. In un testamento scritto sarebbe stato specificato il motivo: la successione ereditaria avrebbe violato l’essenza della rivoluzione islamica del 1979 che ha rovesciato lo scià. La mossa non ha funzionato.

La Guardia Rivoluzionaria ha accusato i moderati di star tentando un colpo di stato, e alla fine ha vinto, scegliendo Khamenei per la seconda volta. Secondo questa ricostruzione è stata la guerra a far perdere quota ai moderati che volevano iniziare un processo di cambiamento strutturale. Ed è stata la guerra a uccidere Larijani, l’unico “che avrebbe potuto aiutare a render possibile un’apertura dell’Iran, e avrebbe potuto essere in grado di negoziare la pace”. È probabile che la morte di Larijani militarizzi ulteriormente il regime. Hamidreza Azizi, esperto di questioni di sicurezza iraniane, ha definito l’approccio americano-israeliano alla guerra un “assottigliamento delle élite”. Ha detto al Nyt: “Per ogni livello che rimuovi, il successivo sarà più duro”. L’uccisione del ministro dell’intelligence iraniana sembra proseguire su questa strada. Quando a Trump – nei primi giorni di raid sull’Iran, poco dopo l’uccisione della Guida suprema iraniana, – è stato chiesto chi voleva vedere governare al suo posto, ha risposto: “La maggior parte delle persone che avevamo in mente sono morte”.

22 Marzo 2026

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