Pugilato
Gianluca Ceglia, l’addio dell'”indomito guerriero” al ring: “Io mai andato ko, la boxe ti mette davanti alla realtà”
L'annuncio con i segni dell'ultima battaglia sulla faccia. "Fare il pugile in Italia? È stata durissima. La prima cosa che mi ha detto mio figlio: papà, voglio essere come te. Mi ha fatto scappare la lacrima"
News - di Antonio Lamorte
A Gianluca Ceglia gli si sono bloccate le app, per i messaggi che ha ricevuto dopo il suo ultimo incontro e l’addio al ring – ma non al pugilato – annunciato con i segni della battaglia in faccia. “Grazie, indomito guerriero del Ring”, il messaggio della Federazione Pugilistica Italiana, “per aver tenuto in alto, in questi 16 incredibili anni spesi tra le sedici corde, il nome della Noble Art tricolore in Italia, in Europa e nel mondo”. A 36 anni, dopo 16 anni di pugilato professionistico, più volte campione italiano, due volte campione dell’Unione Europea, sfidante al titolo continentale, Ceglia lascia con un record di 29 match: 22 vittorie, sei sconfitte e un pareggio.
Al Forum dei giovani di San Valentino Torio hanno montato un maxischermo per vedere il suo ultimo incontro, andato in scena al Padiglione La Casilla di Bilbao, nei Paesi Baschi. Contro lo spagnolo Jokin Garcia era in palio il titolo EBU Silver vacante dei pesi leggeri. All’angolo Gaetano Nespro e il cutman Domenico Colella, preparatore Giuseppe Annunziata. Incontro deciso ai punti, verdetto unanime a favore dello spagnolo, nessuna polemica. È proprio nel suo Comune in provincia di Salerno che più di dieci anni fa Ceglia ha aperto la sua palestra con la quale ha anche collaborato con il ministero della Giustizia per progetti di recupero per i minorenni. “Sarà il mio lavoro. Ho deciso di dedicare tutto me stesso alla palestra”.
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Ha annunciato il suo addio alla boxe, appende i guantoni. Era una decisione che aveva già preso prima dell’ultimo match?
“Avevo già deciso prima del match. Se andava male, avrei smesso. Anche perché tra gli impegni, la palestra, mio figlio e il resto, era diventato stressante. E poi, la verità: dopo 90 match, 60 tra i dilettanti e 30 in ambito professionistico, 10 titoli, credo che a un certo punto, a 36 anni, posso uscirmene bene. Non sono mai andato ko in tutta la mia carriera. È inutile andare oltre quando vedi che non c’è più niente da dare”.
È soddisfatto dell’ultimo incontro prima dell’addio?
“È stata una bella trasferta. Ci siamo divertiti, va bene così”.
È stato molto celebrata la sua prestazione ma anche il suo addio. Anche un bell’omaggio per una carriera lunga 16 anni.
“Assolutamente. Mi si sono bloccati i social dai messaggi. Un mio video ha fatto 200mila visualizzazioni in appena un giorno. Incredibile”.
Come ha cominciato a fare boxe?
“A Barcellona, dove mio padre aveva un ristorante che si chiamava “Gianluca il Napoletano”, come me. Avevo 14 anni. Cercavo uno svago, a me sono sempre piaciuti gli sport da combattimento. Ho iniziato con la kickboxing ma non mi piaceva e allora sono passato alla boxe. È stato amore a prima vista”.
E quando è tornato in Italia ha continuato.
“Sì, alla Boxe Vesuviana del maestro Lucio Zurlo, a Torre Annunziata. Mi sono allenato con lui e con il figlio Biagio Zurlo (ex campione italiano professionisti, oggi consigliere della Federazione, ndr) che però aveva impegni con la nazionale e allora sono passato con Gaetano Nespro (ex campione italiano professionisti, oggi allenatore alla Boxe Vesuviana, ndr). Con lui ho fatto gli ultimi cinque titoli. Ci siamo tolti belle soddisfazioni”.
Qual è stata la vittoria più bella?
“Quella contro Pasquale Di Silvio a Roma, nel 2019, al Palaboxe Aurelio Santoro. La prima volta che sono diventato campione dell’Unione Europea EBU (che nel frattempo è diventato Europeo Silver, ndr). Lui era molto esperto e mi davano tutti perdente, anche perché ero fuori casa. Lo misi ko alla settima ripresa”.
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Quanto è stato difficile fare il pugile professionista in Italia?
“Non è stato facile, assolutamente. A 16 anni andavo per i mercati rionali, vendevo articoli casalinghi. Lavoravo fino alle due del pomeriggio e poi prendevo il treno e andavo a Torre Annunziata in palestra – qualche volta mi sono pure addormentato e sono arrivavo a Napoli, la mattina mi svegliato presto. A Torre mi allenavo e tornavo a casa verso le nove di sera. Il giorno dopo tutto daccapo. E anche la domenica perché lavoravo anche la domenica. È stata durissima”.
A San Valentino Torio, suo paese di origine in provincia di Salerno, ha aperto una sua palestra. Resterà sempre nel pugilato?
“Ci sono proprio dentro, ormai è parte di me. La palestra l’ho aperta nel 2013, avevo 22 anni. Ho creduto subito in quello che facevo. È stata un po’ la mia fortuna e la mia bravura. Faccio boxe e sala attrezzi, adesso ampliamo gli spazi. Anche mio figlio pratica pugilato: la prima cosa che mi ha detto quando sono tornato è stata: papà, voglio essere come te. Mi ha fatto scappare la lacrima”.
La spaventa che possa praticare uno sport così duro?
“Sì, è uno sport molto duro, ma io lo rifarei altre cento volte e la farei fare a lui, ovviamente con le dovute precauzioni. Ti dà dei valori, ti fortifica in modo incredibile”.
In che senso fortifica?
“Ti sbatte in faccia la realtà. Perché sai: tu ti alleni, fai sacrifici, dai tutto ma ti può sempre andare male. C’è un pugile più forte e perdi, questa è la regola: vince il più forte. Come in quest’ultimo incontro. Io ho perso, mi sono rialzato e ho rivinto, con lo stesso sacrificio. Non devi mai perdere quella speranza. Se ci credi a una cosa, allora ci arrivi veramente”.
Da pugile si è ispirato ad Arturo Gatti, da maestro ha qualche modello?
“Sì, il mio maestro Lucio Zurlo. Mi ha insegnato tantissimo davvero. Per la persona che è, per tutta la pazienza che aveva di mettersi vicino e di vedere lungo. Lui mi diceva: tu da dilettante non vai bene, ma da professionista ti toglierai le tue soddisfazioni. Sono due sport diversi, io ero un diesel, uscivo più alla distanza e avevo forza. Lui se ne accorse subito”.
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