Il silenzio della premier
Iran, governo Meloni nel bunker: l’imbarazzante silenzio della premier sulla guerra di Trump e Netanyahu
L’Italia è esposta: il Colle in procinto di convocare il Consiglio supremo di difesa. Eppure Meloni tace. E fa finta di niente sull’uso di Sigonella
Politica - di David Romoli
L’eventualità che il conflitto nel Golfo si allarghi sino a toccare o almeno a lambire l’Europa, che è come dire l’Italia, nessuno la nomina, non foss’altro che per scaramanzia. È l’incubo peggiore e se non è dietro l’angolo nessuno può però escludere del tutto il rischio. Forse anche per questo il capo dello Stato starebbe valutando la possibilità di convocare in via straordinaria il Consiglio supremo di difesa, che presiede. Sarebbe la prima volta nei suoi 11 anni di mandato e la controindicazione è pertanto chiara: la drammatizzazione sarebbe inevitabile. Dunque Mattarella una decisione ancora non la ha presa. Si tiene in contatto continuo con il governo, che ieri ha riunito a palazzo Chigi l’ennesimo vertice, con i vicepremier, i ministri della Difesa e dell’Economia, i sottosegretari alla presidenza e i vertici dei servizi di intelligence.
L’Italia non ha ancora preso una posizione ufficiale e anzi Giorgia Meloni è la sola tra i principali leader europei che non si sia espressa se non in una concisa intervista in tv. La reticenza è evidente e dovuta anche alle divisioni che stanno lacerando l’Europa. Il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, ieri ha bollato con parole l’attacco di Usa e Israele: “Le guerre preventive rischiano di incendiare il mondo. È davvero preoccupante questo venir meno del diritto internazionale: alla giustizia è subentrata la forza, alla forza del diritto si è sostituito il diritto della forza, con la convinzione che la pace possa nascere solo dopo che il nemico è stato annientato”. È una posizione molto simile a quella della Spagna ma molto distante da quelle dell’Italia e della Germania, che pur senza dirlo apertamente quanto meno giustificano ampiamente l’azione israelo-americana ma anche da quelle della Francia, che ha comunque criticato l’attacco, e del Regno Unito, che prima ha negato l’uso delle basi, poi lo ha concesso ma arrivando a una crisi senza precedenti con l’America, tanto da far svanire secondo Trump la “relazione speciale” che c’è sempre stata tra i due Paesi.
- Dall’Iran al referendum, Meloni è rimasta sola: la premier tra paura per le ricadute sull’economia e l’incubo del No alle urne
- Guerra in Iran, l’Europa fuori dai giochi: Meloni spera di non ricevere richieste da Trump…
- Iran, l’appello all’Europa a non unirsi alla guerra di Israele e Usa, Meloni preoccupata: “Teheran fermi attacchi ingiustificati”
Le emergenze che l’Italia ha di fronte sono parecchie. La prima è il rimpatrio degli italiani all’estero. Nel complesso, negli ultimi due giorni, ne sono tornati circa 2500 ma la situazione è caotica e moltissimi devono pagarsi da soli soggiorno e biglietto. Poi c’è la crisi energetica, cioè la vera arma letale che l’Iran sta adoperando con il blocco dello stretto di Hormuz. La strategia impostata in fretta e furia dall’unità di crisi comprende un aumento dei rifornimenti dalla Tunisia e dall’Azerbaijan, per ammortizzare il colpo, e probabilmente un ampliamento dei fondi, forse con emendamento specifico, nel decreto Bollette. Basterà se la situazione si risolverà rapidamente. Altrimenti saranno necessarie misure di ristoro eccezionali, che però costano e rischiano di vanificare tre anni di politiche di austerità, per evitare la doppia minaccia di una batosta sulla produzione e di una nuova impennata dell’inflazione.
Il fronte più delicato è quello delle basi militari, Sigonella e il centro di comunicazioni Muos di Niscemi. Ieri in Parlamento il sottosegretario Mantovano ha ripetuto che “al momento non c’è stata richiesta per poter utilizzare le basi militari italiane”. Il problema dunque non si pone e finché non saranno gli americani a porlo l’Italia farà finta di niente. Resta da capire cosa volesse dire il ministro Crosetto quando ha detto che quelle basi gli Usa “già ce le hanno” e che ci sarebbe da discutere solo se le volessero adoperare “in modo cinetico”. Oggi il ministro della Difesa sarà in Parlamento con Tajani per una informativa con mozioni finali al voto. Forse chiarirà questo non secondario punto così come, probabilmente, dirà qualcosa di più sulle armi difensive chieste dai paesi del Golfo e che l’Italia è intenzionata a concedere.
Qui il problema è materiale più che politico. Dei suoi cinque sistemi di difesa Samp-T l’Italia ne ha già “prestati”, uno all’Ucraina e uno alla Nato, e un terzo è in manutenzione. Inviare uno dei due rimanenti nel Golfo significherebbe esporsi al rischio di restare parzialmente scoperti qualora il conflitto si allargasse sino a rendere anche l’Italia un bersaglio, come Cipro e la Turchia. Crosetto dovrà vedersela con il tiro al bersaglio soprattutto dei 5S, che ne reclamano le dimissioni per il poco tempestivo viaggio a Dubai. Dopo Meloni ieri anche Mantovano ha difeso il ministro: “I servizi segreti non possono monitorare le attività private dei ministri perché è proibito e Crosetto è sempre rimasto operativo”. In una situazione come quella attuale la polemica sul viaggio di Crosetto non dovrebbe tenere banco. Ma la propaganda ha le sue esigenze e quasi sempre finiscono per prevalere su tutto.