La lingua di Giorgia

Meloni, il linguaggio della premier e dei suoi Fratelli: un rancoroso vittimismo lontano dagli Hobbit di Tolkien

Editoriali - di Filippo La Porta

28 Febbraio 2026 alle 17:00

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Foto Roberto Monaldo / LaPresse
Foto Roberto Monaldo / LaPresse

Un classico diceva che “lo dall’essere un mero ornamento ne rivela infatti fedelmente la verità più nuda. Lo stile è anche la donna. Riflettiamo ancora sullo stile “estremista” di Giorgia Meloni e delle sue ultime esternazioni contro i giudici, rabbiose e iperboliche, espressione di una ripugnanza incontenibile e persino fisica (“disgustoso”, “surreale”, “assurdo”…). Anche Ernesto Galli della Loggia, concedendo un credito per certi versi sorprendente a Giorgia Meloni (“per la sua stoffa e il suo temperamento” l’unica persona in grado di incarnare oggi la figura di un “vero capo politico”) ha espresso – con amara delusione – alcune decisive riserve sul suo stile. Ora, l’idea di Meloni chiamata dal destino a sua insaputa e incapace di accorgersi dell’eccezionalità del momento storico – come invece fecero, per dire, Lincoln e Churchill!! – ci fa un po’ sorridere: come una leader provvidenziale che però si ostini ad abitare la cronaca, non la Storia, cui sarebbe riservata!

Ma soffermiamoci su quelle riserve di Galli della Loggia. Il tono del parlare di Meloni è “frequentemente aggressivo e spesso sarcastico”, da esso emerge un “fastidio che sembra provare ogni volta che si trova a rivolgersi agli avversari” e “l’indifferenza verso ogni occasione di dialogo“. Insomma, “nelle sue parole sembra di sentire echeggiare ancora quell’antico sentimento amaro degli esclusi”.

Ora, se all’oratoria di Meloni togliamo sarcasmo, iper-aggressività, disposizione antidialogica, avversione esibita, voglia di rivalsa, irrisione dell’avversario, cosa ne rimane? Verosimilmente quasi nulla. Come si fa a separare lo stile dai contenuti – e proprio nella società della comunicazione – tanto più che è precisamente quello a galvanizzare i suoi, a eccitare moderati ed estremisti, conservatori e nostalgici, ad essere insomma il suo messaggio politico più persuasivo e tangibile? Come si fa a richiedere alla Meloni di rinunciare a quel tono beffardo e a astioso?

Onestamente: sarebbe come privarla del pungiglione, depotenziarla! Ho però una speranza al riguardo. Mi sono convinto che alla lunga lo stile estremista della Donna della Provvidenza, specie in assenza di risultati significativi dal punto di vista economico (nonostante i soldi del Pnrr la crescita prevista per l’anno in corso è dello 0,4% e ognuno può verificare empiricamente come il potere d’acquisto è lungi dall’essere cresciuto), sia destinato a ritorcersi contro di lei e così a segnarne il declino.

Proviamo a fare un ragionamento storico-antropologico. E’ nota la definizione data da Piero Gobetti dal fascismo come autobiografia della nazione. Ora, io credo – con il rispetto massimo per Gobetti, pensatore liberale e rivoluzionario alla base della mia formazione – che la veridica autobiografia della nazione sia stata invece la Democrazia Cristiana (che Gobetti non poté conoscere). Di fonte al ventennio fascista il partito dei cattolici può rivendicare oltre cinquant’anni di dominio della scena politica italiana, con una presenza capillare nelle istituzioni, nei comuni, nelle parrocchie, nelle reti associative. Non è stata un’ideologia totalizzante, ma una forma pervasiva di vita politica. La Dc non chiedeva adesione fanatica, ma accomodamento e compromesso.

E’ vero, siamo un popolo fratricida, non parricida, perciò refrattario a ogni rivoluzione e invece lievemente propenso alla guerra civile. Eppure siamo fratelli rissosi, faziosi, etc. che alla fine preferiscono il tirare avanti, la gestione quotidiana, la trattativa allo scontro frontale (almeno per la stragrande maggioranza: nel 1043 la cosiddetta “zona grigia” era largamente maggioritaria). L’Italia repubblicana è cresciuta dentro una cultura della prudenza e della gestione. Molti dei nostri conflitti più profondi sono rimasti irrisolti: meglio “gestirli” che affrontarli.

La Dc ci somiglia perché era – proprio come noi – inafferrabile, proteiforme, anguillesca. Il fascismo è stato un trauma, la Dc un’abitudine (durata mezzo secolo). E le abitudini, più dei traumi, definiscono un carattere. L’Italia non è stata plasmata da un’ideologia estrema, ma da una cultura politica che ha fatto della mediazione informale, del continuo aggiustamento e dell’ambiguità la propria grammatica. E’ lì che si trova la nostra “autobiografia”: non tanto nel clangore e nelle adunate quanto in un grigio, opaco centrismo (che oggi nessuno sa più interpretare). Insomma gli italiani non sono al fondo estremisti. La loro saggezza pratica – imbevuta di scetticismo -, di cui parlava Leopardi, li porta a diffidare di ogni estremismo.

Torniamo dunque allo stile meloniano, che nasce dall'”antico risentimento” di chi è stato escluso per molto tempo dalla vita politica (la Voce della fogna si intitolava una rivista della destra), insomma da un fondo malmostoso, da un odio nascosto e troppo a lungo coltivato. Per provare a farle dimettere quello stile, o almeno a prenderne le distanze, sarebbe più efficace ricordarle ciò che diceva un filosofo “naturalmente” più vicino alla sua parte politica, non Gramsci (la cui “egemonia” ossessiona il ceto politico della destra), ma Nietzsche. Il filosofo tedesco identificava il tono del risentimento con la morale degli schiavi, di chi vive nella paura nella dipendenza dall’avversario sognando continue vendette e risarcimenti.

Ora, può essere choccante, ma anche istruttivo, per i Fratelli d’Italia scoprire che somigliano nietzscheanamente non tanto ai nobili e pacifici hobbit, orgogliosi delle proprie tradizioni, ma a un popolo rancoroso di schiavi (da poco liberati).

28 Febbraio 2026

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