Giustizia in Brasile
Chi ha ucciso Marielle Franco: condannati anche i mandanti dell’omicidio politico, 76 anni a due politici fratelli: “Erano la milizia”
Si definiva “nera, lesbica e attivista politica, madre a 19 anni e femminista”. Le ingerenze e l'impunità nelle indagini. "Quante Marielle il Brasile permetterà che vengano assassinate perché si risvegli l'idea di giustizia in questa patria?"
Esteri - di Antonio Lamorte
Condannati anche i mandanti dell’omicidio di Marielle Franco, la politica e attivista femminista, ambientalista e di sinistra brasiliana uccisa a colpi di pistola nel 2018 a Rio de Janeiro. Esecuzione di una violenza clamorosa che scosse il Brasile dell’allora presidente di estrema destra Jair Bolsonaro e che rese Franco un’icona dei diritti civili e politici anche oltre il Sudamerica. “Chi ha ucciso Marielle Franco?”, era diventato una sorta di slogan, di domanda persistente e puntuale che interrogava le autorità sulla lentezza della Giustizia e sull’impunità che riguardava un omicidio politico tra i più gravi della storia recente ma comunque avversato da lentezze e coperture.
Franco era in automobile quando venne uccisa, massacrata in un’esecuzione mentre tornava da un evento pubblico sui diritti delle donne nere. Era consigliera comunale a Rio de Janeiro, aveva 38 anni ed era nata nella favela Maré, laureata in sociologia. Eletta nel 2016 con il partito Socialismo e Libertà, si definiva “nera, lesbica e attivista politica, madre a 19 anni e femminista”. Si era spesa molto contro le discriminazioni razziali e sessuali, per i diritti umani nelle favelas ostaggio dei narcotrafficanti e degli abusi violenti delle forze di polizia, spesso coperte e protette dalla politica. Era presidente della Commissione per la difesa delle donne, aveva lavorato per garantire il diritto all’aborto e contro la violenza sulle donne.
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Come venne uccisa Marielle Franco
“Ancora un omicidio che potrebbe entrare nel conto di quelli compiuti dalla polizia militare. Matheus Melo stava uscendo dalla chiesa. Quanti altri devono morire prima che finisca questa guerra?”, il suo ultimo post sui social. Quando quella sera di mercoledì 14 marzo l’automobile si fermò a un semaforo, un’altra vettura si affiancò e vennero esplosi diversi colpi d’arma da fuoco. Quattro alla testa dell’attivista, altri all’autista Anderson Gomes, morto anche lui. L’omicidio aveva scatenato proteste e manifestazioni in tutto il mondo, la bara era stata portata nel salone d’onore del municipio.
Condannati nel 2014 Ronnie Lessa ed Èlcio de Queiroz, due ex poliziotti che avevano confessato l’omicidio. 78 e 59 anni di carcere. Non erano stati però ancora condannati quelli che potevano essere i mandanti. Condanne che sono arrivate mercoledì scorso. 76 anni e tre mesi ai fratelli Domingos e Francisco detto Chiquinho Brazão, già accusati di essere legati alla criminalità organizzata, che secondo la Corte ordinarono l’omicidio per l’opposizione di Franco ad alcuni loro interessi economici, in particolare a progetti relativi alla pianificazione urbana e all’uso del suolo. Il primo era parlamentare statale di Rio prima di passare alla magistratura, il secondo consigliere comunale di Rio con Franco prima di essere eletto al parlamento nazionale con un partito centrista e di passare a uno conservatore.
A parlare agli inquirenti dei fratelli Brazão come mandanti erano stati proprio i due ex poliziotti condannati come esecutori. I giudici li hanno condannati all’unanimità, per la Procura facevano entrambi parte di un’organizzazione criminale operante nella zona ovest di Rio de Janeiro, legata all’occupazione illegale di terreni e al controllo elettorale del territorio. Complici secondo la sentenza anche l’agente della polizia militare, Ronald Paulo Alves Pereira, e l’ex capo della polizia di Rio, Rivaldo Barbosa de Araújo Júnior. Pereira sarebbe stato incaricato di pedinare Franco: 56 anni. Barbosa di ostacolare le indagini: 18 anni.
Per il relatore del caso, il giudice Alexandre de Moraes, “non vi è alcun ragionevole dubbio sul legame degli imputati con le milizie di Rio de Janeiro. Non solo avevano contatti con la milizia, erano la milizia”. Il giudice Cristiano Zanin ha seguito il voto del relatore dichiarando che “la storica impunità dei gruppi miliziani ha alimentato l’escalation di violenza culminata nell’assassinio di un parlamentare eletto”. Carmen Lucia Rocha, la terza a votare, ha detto: “Quante Marielle il Brasile permetterà che vengano assassinate perché si risvegli l’idea di giustizia in questa patria?”. Infine, per il giudice Flavio Dino “inizialmente l’indagine fu viziata dalla negligenza e dalla presenza di personaggi potenti che impedirono la risoluzione dei crimini”.
Anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite peri Diritti Umani ha accolto con favore la condanna della Corte Suprema. Secondo la portavoce dell’Onu per i diritti umani Marta Hurtado, le condanne rappresentano “un forte messaggio contro l’impunità” e un passo significativo nel percorso verso la piena responsabilità per un caso definito emblematico”. La Corte ha disposto il pagamento di risarcimenti per 7 milioni di reais (circa 1,15 milioni di euro) ai familiari delle vittime e la decadenza degli incarichi pubblici dei condannati. Le difese hanno annunciato ricorso, i familiari di Marielle hanno accolto la decisione come una svolta storica dopo anni di ritardi e polemiche. Dopo la morte di Marielle Franco, la sorella Anielle è scesa in politica e nel 2023 è diventata la prima ministra per l’Uguaglianza Razziale nella storia nel governo del socialista Luiz Inácio Lula da Silva detto Lula.