I reportage dello scrittore
Iran, che cosa sfugge a Trump? Lo spiegò a suo tempo Piovene…
Secondo una tipica tara di noi occidentali, Donald non capisce che “necessità e disaccordo non sono sempre in disaccordo”. A volte un popolo - notò lo scrittore a Sofia - obbedisce in automatico
Cultura - di Filippo La Porta
C’è un punto che continua a sfuggirci – dico a noi occidentali – quando ci accostiamo ad altre culture, ad altri regimi politici, ad altri paesi (specie a quelli in cui vogliamo esportare la democrazia). Mi soffermo su questo aspetto per una ragione credo fondamentale: in particolare gli americani non si sono mai sforzati di capire i paesi con cui entravano in guerra. Unica felice eccezione è stata Il crisantemo e la spada dell’antropologa Ruth Benedict, sui valori e la mentalità dei giapponesi, uscito però a tempo lievemente scaduto, nel 1946, quando le truppe americane occupanti non sapevano come relazionarsi a quel popolo così distante e intrattabile. Ma qual è il punto cui alludo? Lo dico tra poco.
Ce lo spiega Guido Piovene in un articolo del dopoguerra dalla Bulgaria, ora raccolto insieme ad altri 19 articoli per il Corriere della sera dalla Bulgaria e dalla Polonia (1946-1947) – Guido Piovene, Oltre la cortina di ferro (Biblioteca Ronzani) – in una edizione pregevolmente curata e introdotta dallo studioso Raoul Bruni. Qui ricordiamo solo, per il lettore che non abbia letto nessun libro di Piovene, che si tratta di uno dei nostri maggiori scrittori novecenteschi, autore di romanzi come Lettere di una novizia (1941), Le stelle fredde (1970, Premio Strega), e di smaglianti reportage narrativi, come De America (1953) e Viaggio in Italia (1957), dove si manifesta quella libertà di sguardo, totalmente aideologica, a suo tempo lodata da Cesare De Michelis (perciò Piovene fu contrario all’engagement sartriano, a un impegno fazioso e pregiudizialmente schierato, distante dai fatti reali). Rappresenta un filone di cattolicesimo veneto (si pensi a Fogazzaro), inquieto, moralistico, a tratti morboso, ossessionato dalla doppiezza dell’animo umano. Bruni ricostruisce puntualmente la sua tormentata vicenda politica: liberale, fascista (scrisse articoli antisemiti), poi di nuovo liberale e europeista, poi vicino alla sinistra (soprannominato il “conte rosso”), infine di nuovo liberal-conservatore sul Giornale di Montanelli.
Lo scrittore arriva a Sofia nel 1946, il giorno dopo le elezioni che hanno portato alla vittoria il partito comunista (tralasciamo qui per motivi di spazio la pur interessante cronaca dalla Polonia, sottoposta a una pesante influenza russa): incontra i membri del governo e i capi dell’opposizione. La gente ha un aspetto “contadinesco”, la vita è dura (soprattutto per le conseguenze della guerra), il cibo razionato, la piccola proprietà ammessa, vige la umiliante coabitazione, la polizia vigila ovunque, la prostituzione abolita, ci sono state timide riforme sociali (ancora non vi è, propriamente, una “economia socialista”). In generale il contadino bulgaro è però anche “smanioso di istruirsi, di diventare cittadino, di riscattare la sua sorte”, mentre a scrittori e artisti il regime riserva un trattamento privilegiato: in cambio di una acquiescenza alla propria linea politica gli dà sovvenzioni e privilegi. Colpisce, in parallelo alla deriva totalitaria, un clima generale di mobilitazione politica, di eccitazione collettiva: cortei con le fiaccole che gridano “Sta-lin, Ti-to, Di-mi-troff”.
Proprio con Dimitroff (o Dimitrov), capo del partito comunista, già segretario della Terza Internazionale – mix di durezza e cerimoniosa cordialità (“alla sua entrata si diffuse nell’aria un profumo di acqua da toilette”) – Piovene ha una lunga intervista, in cui tra l’altro gli dirà che “gli oziosi saranno raggiunti uno a uno e inviati a lavorare dove occorrono braccia”, e poi – con una espressione inquietante – che intende mettere la “museruola” alla stampa dell’opposizione, protagonista di calunnie e diffamazioni (a proposito di “museruola” tutti sappiamo delle recenti disavventure di sapore bulgaro subite dal nostro direttore). Ma veniamo alla questione principale: le elezioni sono state regolari? Sì e no (anzi più no che sì): ci sono state violenze personali sui deputati delle opposizioni, gli elettori governativi votavano col bollettino aperto (per intimorire chi facesse diversamente), molti elettori del governo (come ad esempio i soldati) hanno votato due volte! Piovene, in mancanza di elementi precisi non intende né contestare questi fatti né avvalorarli, anche se, certo, registra, una involuzione autoritaria del paese. Si limita però a questa considerazione.
Per la sua posizione geografica la Bulgaria allora non poteva non appartenere alla zona d’influenza sovietica. Ma questo indirizzo politico “comunista” ha pur sempre una base reale? Secondo lo scrittore la popolazione tende ad accettare quella necessità con un certo grado di consenso: “non sempre infatti la necessità e il disaccordo sono in disaccordo”. Cita poi il Manzoni della Storia della colonna infame, dove apprendiamo che “l’adesione dell’anima può andare incontro all’obbligazione più ardua, e trasformarsi e farla propria”. A me sembra un passaggio decisivo. Quando il potere è percepito come “necessario” in un certo senso si autolegittima, e genera un consenso reale, che però è tutto fuorché un atto libero. I due imputati del meraviglioso pamphlet manzoniano, i due untorelli messi in mezzo durante la peste di Milano nel ‘600 come capri espiatori, vennero condannati non solo per la malafede dei giudizi (“burocrati del male”, volle chiamarli Sciascia), ma perché un intero sistema di credenze, paure e autorità è accettato come “necessario”, creando una obbedienza passiva, automatica.
Questo è il caso dell’Iran, dove non sapremo mai i dati reali del consenso al regime (l’opposizione dice intorno al 10%, con un calcolo troppo al ribasso) ma dove verosimilmente agisce quel tipo di meccanismo. Così è per la Russia, per la Cina, o anche per Cuba, per la Corea del Nord, e fino a ieri per il Venezuela… Chissà se Dimitroff, a suo tempo carismatico leader comunista, riuscì davvero a scovare uno a uno tutti gli “oziosi” che in Bulgaria si sottraevano al lavoro e ai doveri sociali indicati dal Partito, chissà se ha intercettato tutti gli Oblomov refrattari a qualsiasi impegno nella vita civile. Certo, in quegli oziosi – inconsapevolmente dissidenti – si celava forse un minuscolo embrione di resistenza al nesso perverso di necessità e consenso.