Manifestazioni pro-curdi a Roma e Milano

Il tradimento di Kobane, così muore il Rojava: la resistenza curda dimenticata dall’Occidente

Isolata, accerchiata, aggredita, bombardata: la città simbolo della resistenza eroica che sconfisse l’Isis ora è sola e i curdi si difendono eroicamente dal regime siriano appoggiato dall’America

Esteri - di Umberto De Giovannangeli

11 Febbraio 2026 alle 10:00

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AP Photo/Emrah Gurel, File – Associated Press / LaPresse
AP Photo/Emrah Gurel, File – Associated Press / LaPresse

Vi ricordate Kobane? L’eroica lotta delle milizie curde contro i nazislamici dell’Isis. E poi il tradimento dell’Occidente, con il via libera alle armate turche, supportate dai tagliagole di al-Qaeda, per spazzare via nel sangue la straordinaria esperienza democratica nel Rojava?

Ma c’è chi non dimentica quel popolo e la sua eccezionale resilienza. Roma in piazza per il Rojava. La nuova mobilitazione si svolgerà sabato 14 febbraio, a partire dalle 14.30. Piazza Indipendenza sarà il punto di partenza del corteo promosso da associazioni curde e realtà politiche e sindacali italiane per chiedere la difesa del Rojava e la liberazione di Abdullah Öcalan. La giornata di solidarietà con il popolo curdo che si svolgerà in contemporanea anche a Milano, con concentramento a Largo Cairoli, e che punta a riportare l’attenzione sulla situazione sempre più critica nel Nord-Est della Siria.

Kobane è ancora una volta sotto assedio. Undici anni fa era l’Isis a stringere d’assedio la città simbolo della resistenza curda, oggi sono le forze del nuovo governo siriano, affiancate da milizie filoturche, a chiudere ogni via di fuga. Cambiano gli attori, ma non la logica: cancellare l’esperimento politico curdo e ridurlo a una parentesi da archiviare con la forza. Il ritiro forzato delle Forze della Siria Democratica (SDF) da Raqqa, Tabqa e Deir ez-Zor ha ridotto drasticamente il territorio amministrato dall’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord-Est della Siria (Daanes). Kobane è oggi senza elettricità, acqua, riscaldamento, carburante e collegamenti internet, mentre migliaia di civili provenienti dai villaggi circostanti hanno trovato rifugio in città, aggravando una situazione già al collasso. Bambini, anziani e famiglie dormono all’aperto o in tende improvvisate, mentre le strutture sanitarie operano senza corrente. Le Sdf continuano a difendere la popolazione civile e a garantire la custodia dei prigionieri Isis, ma il collasso di prigioni e campi rischia di favorire fughe di massa e la riorganizzazione di cellule jihadiste, minacciando la stabilità regionale e la sicurezza internazionale.

Alla base della Daanes c’è il Confederalismo Democratico, il progetto politico sviluppato da Abdullah Öcalan, leader storico del movimento curdo. La sua visione rifiuta lo Stato-nazione come strumento di oppressione e propone autonomie locali, consigli popolari, parità di genere, economia cooperativa e autodifesa comunitaria. Questo modello ha ispirato la costruzione di un progetto di Siria plurale, dove curdi, arabi, cristiani, ezidi e altre minoranze hanno coabitato, sperimentando forme di democrazia diretta e convivenza tra identità diverse. È qui che l’Isis è stato sconfitto, al prezzo di migliaia di vite, dimostrando che un Medio Oriente libero e democratico è possibile. La rivoluzione del Rojava e l’esperimento dell’autogoverno sono oggi messi in pericolo non solo dalle offensive militari, ma anche dall’inerzia della comunità internazionale, che osserva mentre città come Kobane vengono isolate e private dei servizi essenziali.

In questo contesto, la liberazione di Abdullah Öcalan rimane centrale. Dal 1999, Öcalan è detenuto in isolamento sull’isola-prigione di Imrali: la sua detenzione non rappresenta solo una violazione dei diritti umani, ma costituisce un ostacolo alla pace e alla risoluzione della questione curda in ognuno dei paesi in cui il Kurdistan è diviso. Öcalan ha più volte proposto soluzioni politiche e negoziati per il riconoscimento dei diritti dei curdi all’interno dei paesi in cui questi vivono, e la sua liberazione è un passo fondamentale per sostenere l’autogoverno del Rojava e le prospettive di stabilità regionale. Inoltre, il leader curdo ha mostrato la sua volontà di concludere il conflitto ancora una volta il 27 febbraio scorso, aprendo la via ad un nuovo processo di pace con lo scioglimento del PKK. Quel processo, è ora più fragile che mai.

Ma come nel passato, la resistenza continua. A Kobane, la popolazione civile si mobilita per difendere la città, con donne e uomini, curdi ed ezidi, armeni e siriaci che sostengono la difesa dei quartieri. Quello che è in gioco non è soltanto un territorio, ma un intero modello politico: la possibilità concreta di costruire una Siria democratica, plurale e inclusiva, che sfidi il fondamentalismo e il centralismo autoritario.
“La nostra lotta è stata caratterizzata da grandi sofferenze. Per noi donne è diventato estremamente importante liberarci dalla mentalità monotona e centralista degli uomini. E creare uno Stato pluralistico e non centralizzato in cui tutti i generi abbiano voce in capitolo e siano partner e collaboratori nella vita. Lo slogan Donna, Vita, Libertà non è nato dal nulla».

Così Viyan Adar, comandante curda di uno dei battaglioni femminili (noti come Unità di protezione delle donne, ovvero Ypj nell’acronimo di Yekîneyên Parastina Jin) delle Forze democratiche siriane (Fds), racconta al reporter britannico Ross Domoney in un cortometraggio della testata digitale The Real News Network, pubblicato lo scorso 5 febbraio ciò che ha rappresentato la rivoluzione guidata dalle donne nella regione del Rojava. La comandante ha rivendicato il valore della multietnicità delle Forze democratiche siriane e l’auspicio che le conquiste dell’autonomia governativa e dell’uguaglianza di genere non vengano stracciate nella nuova Siria di Ahmed Al-Sharaa. «Sappiamo che, prima di essere curdi, siamo esseri umani: cristiani, armeni, turkmeni, arabi… Dovremmo vivere tutti insieme come esseri umani, non come nazioni: anche con religioni diverse».

L’intervista in una base nascosta nel Nord Est della Siria è stata registrata pochi giorni prima dell’accordo fra il governo di Damasco e le forze che governano quella regione, accordo che ha sostanzialmente ristabilito sull’intera area la sovranità del governo centrale. Il tutto sotto l’ala protettrice americana. Una lunga telefonata si è svolta il 22 gennaio 2026 tra il comandante del Centcom, il Central Command delle forze armate USA, competente per il Medio Oriente, generale Michael Erik Kurilla, e il presidente siriano Ahmed Al Sharaa, l’ex-capo miliziano sunnita, in odore di qaedismo, insediatosi a Damasco dal dicembre 2024 dopo aver sconfitto gli ultimi resti del regime baathista di Bashar al- Assad, il “macellaio di Damasco, infine scappato in Russia.

È stata l’ennesima riconferma del fatto che gli Stati Uniti hanno deciso di scommettere sul governo siriano, e sul suo egemone, la Turchia che lo spalleggia e manovra, per stabilizzare la Siria sacrificando le aree curde autonome. L’ennesimo tradimento di un traditore seriale. Gli Usa hanno armato, addestrato e sostenuto i curdi come forza di terra contro l’Isis. Poi, a missione conclusa, li hanno abbandonati. Il ritiro militare americano non è stato un atto neutrale: ha aperto la strada a nuove offensive, repressioni e bombardamenti. Ha lanciato un messaggio inequivocabile: chi combatte per l’Occidente è sacrificabile. Per i curdi non si tratta solo di un fallimento politico, ma di un tradimento storico.

Nel frattempo, sul terreno, la tragedia umanitaria continua. Mentre si discute di accordi e di “integrazioni”, quartieri civili vengono bombardati, villaggi rasi al suolo, ospedali e scuole colpiti. Bambini uccisi, mutilati, traumatizzati. Intere famiglie cancellate. Migliaia di minori crescono senza istruzione, senza cure, senza futuro, intrappolati in campi sovraffollati o costretti alla fuga. Questa non è una conseguenza inevitabile della guerra: è violenza strutturale contro una popolazione civile. In molte aree le operazioni militari e le repressioni assumono i contorni di uno sterminio silenzioso: esecuzioni sommarie, arresti arbitrari, sparizioni forzate, trasferimenti coatti. Tutto in violazione del diritto internazionale umanitario. Tutto sotto gli occhi del mondo.

La tragedia dei curdi non è causata solo dalle armi che li colpiscono, ma anche dal silenzio che li circonda. Nessuna sanzione efficace, nessuna protezione reale, nessuna pressione politica credibile. Chi ieri li celebrava come eroi nella lotta contro l’Isis oggi li considera un problema da gestire o, più semplicemente, da ignorare. Questo silenzio non è neutrale: è complicità per omissione. Ma sono in tante e in tanti a non dimenticare Kobane e la lotta di liberazione di un popolo “dimenticato, tradito ma mai domo. Lo ricorderanno a Roma e Milano, sabato prossimo.

11 Febbraio 2026

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