Il male assoluto e la trasfigurazione del reale
I fascisti capovolgono anche l’immaginario
L’unicità delle dittature responsabili della Shoah è stata cassata in ossequio a un dissolutivo revisionismo storiografico. Il confine tra l’alleanza antifascista e le potenze nazifasciste diventa del tutto ambiguo
Politica - di Michele Prospero
Poteva forse mancare un nuovo episodio del romanzo a puntate con protagonista la destra che si lagna per l’egemonia culturale ancora in mano alla sinistra? A ben vedere, appare insensato ipotizzare una fiamma tricolore priva, nella sua presa di massa, di una precisa influenza sulle credenze oggi dominanti. L’effetto di capovolgimento dell’immaginario scatenato dagli eredi del “male assoluto”, anzi, è così pervasivo che perfino il significato del Giorno della Memoria da alcuni anni è stato integralmente trasfigurato. La ricorrenza del 27 gennaio venne istituita per scolpire nelle menti delle future generazioni il frangente in cui l’Armata Rossa liberò le nude corporeità divorate nella fabbrica di incenerimento di Auschwitz. Le radici autentiche delle democrazie continentali riconducevano, in ultima istanza, alla guerra trionfale condotta dagli Alleati contro il patto di annichilimento dell’umano stretto da Hitler e Mussolini. La destra radicale ha ufficialmente vinto la (contro)battaglia delle idee proprio quando la risoluzione del 15 dicembre del 2022 del Parlamento europeo (seguito da quelli di Italia e Germania) ha cancellato la nozione peculiare di genocidio.
Dal dolo specifico, volto alla sistematica eliminazione di un gruppo etnico-nazionale-religioso in quanto tale, si transitava alla categoria spuria di “crimini totalitari”, che abbraccia qualunque deprecabile violenza frutto di odio di classe, di inimicizia politica. Per sorreggere l’allargamento dell’Ue verso oriente con l’invenzione di una memoria comune, oltre che per giustificare una rilettura della Russia come “nemico esistenziale”, l’unicità delle dittature responsabili della Shoah è stata cassata. In ossequio ai postulati di un dissolutivo revisionismo storiografico, per l’élite europea a traino baltico si rivelava centrale il proposito di delineare “una valutazione globale, storica e giuridica, del regime sovietico”. Il confine tra l’alleanza antifascista e le potenze nazifasciste, tra carnefici e vittime, diventava così del tutto ambiguo. Con l’azzeramento del tributo dei rossi nell’atto di nascita delle democrazie novecentesche e nella progettazione del nuovo ordine internazionale, il nero assaporava la sua rivincita contribuendo a costruire un inedito senso comune europeo. Ad Est veniva inaugurata una stagione di storia monumentale davvero originale: amnistiati i governi collaborazionisti fioriti negli anni ’40 per decretare la pulizia etnica, ovunque sono stati edificati musei in ricordo del costo delle occupazioni sovietiche, delle carestie. In tal modo cadevano fatalmente in oblio le centinaia di migliaia di ebrei trucidati, mentre salivano sugli altari della gloria come difensori della libertà gli eroi nazionali alla Bandera con le mani macchiate dal sangue.
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Ulteriore segnale di smottamento culturale è la continua identificazione tra politica e guerra, che costituisce l’essenza della metafisica di ogni destra fascista o aspirante tale. È emblematico un fresco titolo del Corriere della Sera: “La matematica del conflitto. L’obiettivo? Eliminare 50mila russi al mese. Con aiuti e tecnologia”. Perché mai la patriota Meloni dovrebbe promuovere i suoi fedelissimi (se lo fa i risultati paiono risibili, come nelle reti Rai e negli istituti culturali), quando gli architetti del tempo nuovo, con gli inni alla Scurati per le ritrovate gesta sterminatrici dei “guerrieri d’Europa”, abbondano nei fogli dei grandi editori? Il fatto poi che le firme di Urbano Cairo provengono in larga parte dall’Unità (da Veltroni a Fontana, da Polito a Roncone, Rampini invece è cresciuto a Città futura) induce a meditare su una pagina dei Quaderni dedicata al tema della “formazione della classe intellettuale italiana”. In essa Gramsci riflette in maniera paradossale sulla “efficacia avuta dal movimento operaio socialista per creare importanti settori della classe dominante”. Si tratta di una tipica anomalia mediterranea che non cessa di ripetersi.
Altrove non mancano notizie riguardo a singoli nomi transitati da uno schieramento a quello opposto. Spiega però Gramsci: “La differenza tra il fenomeno italiano e quello di altri paesi consiste obbiettivamente in questo: che negli altri paesi il movimento operaio e socialista elaborò singole personalità politiche, in Italia invece elaborò interi gruppi di intellettuali che come gruppi passarono all’altra classe”. La peculiarità italiana è dunque che il nomadismo di quanti dalla sinistra approdano negli accoglienti lidi della classe padronale non è molecolare, circoscritto cioè ad isolate figure. E’, al contrario, un cambio di collocazione che coinvolge ampi strati di artigiani delle idee. Secondo Gramsci, la causa di questa spettacolare mutazione di casacca risiede nella “scarsa aderenza delle classi alte al popolo: nella lotta delle generazioni, i giovani si avvicinano al popolo; nelle crisi di svolta questi giovani ritornano alla loro classe (così è avvenuto per i sindacalisti-nazionalisti e per i fascisti). È in fondo lo stesso fenomeno generale del trasformismo, in diverse condizioni. Il trasformismo «classico» fu il fenomeno per cui si unificarono i partiti del Risorgimento; questo trasformismo mette in chiaro il contrasto tra civiltà, ideologia ecc. e la forza di classe. La borghesia non riesce a educare i suoi giovani (lotta di generazione): i giovani si lasciano attrarre culturalmente dagli operai e addirittura se ne fanno [o cercano di farsene] i capi («inconscio» desiderio di realizzare essi l’egemonia della loro propria classe sul popolo), ma nelle crisi storiche ritornano all’ovile”.
L’interpretazione adottata da Gramsci nei Quaderni è perfettamente applicabile anche alla camaleontica carriera dei quadri politico-intellettuali emersi nel post-Sessantotto. In rottura con la classe di appartenenza, che mostrava pesanti deficit nella produzione culturale, il prurito della rivolta giovanile spingeva tanti nella Fgci e nei movimenti di protesta. Le sedi della opposizione intransigente offrivano ai figli più inquieti della borghesia canali di inserimento nella direzione dei nuovi fermenti. Dei cosiddetti ragazzi di Berlinguer, così come degli agitatori della sinistra extraparlamentare (a partire da Potere Operaio), pochi sono rimasti legati agli ideali di gioventù. Fallito l’assalto al cielo con la falce e il martello, è cominciato il comodo rientro tra le mura domestiche, con le penne trasmigrate nelle colonne dei giornali avversari a suggellare il ribaltamento cartaceo dello scontro ideologico e di classe che ha alimentato il maestoso ‘900. Come se non bastasse, ex dirigenti del Pci vengono arruolati (“a macchia di Leonardo”, è il caso di dire) nell’impresa cruciale del riarmo per fronteggiare le minacce ibride arrecate dal redivivo impero sovietico. E recenti cronache raccontano che il generoso governo Meloni ha stanziato cospicui finanziamenti a favore di una fondazione presieduta da un ex comunista con il compito di scovare i “putiniani d’Italia”. La destra che piange per la propria miseria culturale, insomma, ha da molti lustri acciuffato una netta supremazia nelle rappresentazioni simboliche. Solo che i suoi intellettuali organici, i quali evocano il mito del sacrificio in trincea come mastice dell’Europa ventura, il sedicente conservatorismo nostrano non li ha allevati in casa, tra gli improbabili codici arcaici di Colle Oppio e la retorica ermetica del ministro con gli stivali, ma li ha trovati già bell’e fatti. Era sufficiente sintonizzarsi su qualche programma tv, di taglio generalista o pseudo-storico, o scorrere gli editoriali del Corriere della Sera.