L'intervista
Pippo Pollina, musica impegnata fra guerra e pace: “C’è chi vuole prendere posizione, ma la scena in Italia è puro intrattenimento”
L'ultimo album tra Palestina, Ucraina e Pepe Mujica. "Sono riusciti ad abbassare il livello culturale di un popolo per poterlo manipolare, senza salotti non si va da nessuna parte”. Le date in Italia
Cultura - di Antonio Lamorte
Più di guerra che di pace, ma questi sono i tempi e gli scenari, le stragi e gli sconvolgimenti: questa è la musica che dovrebbe esserci in risposta e in unione secondo Pippo Pollina. “A diciott’anni, raggiunta la maggiore età e approfittando della libertà di scelta concessami, decisi di non fare il militare rifiutai le logiche gerarchiche di quell’ambiente e la vicinanza alle armi come strumento sia di offesa che di difesa. Interpretando l’esigenza profonda di affidare il mio ‘passaggio in terra’ ad altre attività scelsi la poesia e la musica”. Si chiama Fra Guerra e Pace il suo ultimo album (Jazzhaus Records / STORIEDINOTE) in cui per la prima volta – tra le altre cose – ha registrato un brano con i figli, il cantautore Faber e Madlaina Pollina.
Presentato come “una dichiarazione politica, un monito poetico e un barlume di speranza in tempi turbolenti”, lo ha appena portato in giro in Europa. “È andata benissimo, meglio delle mie aspettative. Temevo che il pubblico si impaurisse un po’ di fronte alle tematiche che avrebbe ascoltato. Ho avuto l’impressione che la gente voglia prendere posizione. C’è paura in giro”. Una specie di vizio se si considera quando Pollina era appena un ragazzo, sconvolto dall’omicidio di Pippo Fava, in crisi su quello che sarebbe stato il suo futuro, e prese uno zaino e se ne partì dalla sua Sicilia per girare mezza Europa e mezzo mondo prima che lo notasse un cantautore svizzero mentre cantava in strada. Porterà Fra guerra e pace, ma non solo, in tour anche in Italia. Sei date al via da Firenze il 28 aprile.
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Qual è il ruolo della musica che per brevità diremmo “impegnata” oggi?
Mi auguro che la musica e l’arte tutta recuperino il loro significato originario e smettano di essere intrattenimento, come negli ultimi trent’anni. Portare gioia all’interno delle famiglie, delle comunità, negli ambienti di lavoro, spero ritornino a essere centrali nel dibattito sociale. Mi auguro che le disgrazie che stanno succedendo possano avere quantomeno l’aspetto positivo di riunirci, di sederci attorno al focolare dell’arte per godere della sua profondità e al tempo stesso di recuperare il dibattito attorno ad essa. Ne va della nostra vita e della vita dei nostri figli.
Nel suo ultimo album c’è una canzone che si intitola La Notte dei Cristalli, un’altra è intitolata Free Palestina, in Fra i petali del girasole compare soldato ucraino in licenza. Come si fa a dribblare la retorica nella quale si rischia di scivolare in queste occasioni?
Il rischio di essere retorici nella vita c’è sempre, sia se si affronta l’argomento guerra e pace, sia se si affronta l’argomento banale della vita quotidiana, sia se si affronta l’argomento dell’amore. La retorica fa parte della dialettica spicciola, io ho sempre rifiutato lo slogan come sistema comunicativo. Non mi interessa, non mi piace. Lo slogan riduce, banalizza, anche se mi rendo conto che in alcuni casi è necessario tirarlo fuori quando devi sintetizzare. Ma la canzone non è una piattaforma allora io cerco di offrire, dal punto di vista lirico, una composizione che non definisca in modo banale il concetto. Cerco di farlo in modo poetico, non troppo ridondante ed emotivamente forte. Mi sono nutrito della poesia italiana del Novecento da ragazzo, non ho paura del pathos come certi artisti. Quando una cosa deve toccare il cuore bisogna dire le parole giuste.
A proposito di personaggi, quanto si sente la mancanza di una persona come José Pepe Mujika?
È stato un personaggio straordinario perché era un politico: fosse stato un filosofo sarebbe stato in linea con tanti altri, ma siccome è stato il presidente di un Paese per cinque anni, e cercava di applicare quello che diceva alla sua politica industriale, economica, in quanto a capo di un governo, è qualcosa che lascia pensare. È stato un’eccezione, mi esprimeva una grande tenerezza, una grande dolcezza. Bastava guardarlo negli occhi a quest’uomo, dagli occhi si capisce tutto. Ho cercato di descrivere la sua vita, vicina alle idee che lui esprimeva. Le idee in cui emergeva chiaramente che la natura, per esempio, deve essere in armonia con l’uomo. E che l’uomo deve essere in armonia con il tempo che gli è stato dato perché quel tempo ha un valore.

A proposito di questa autenticità, la copertina di questo album non passa inosservata, è una fotografia vera?
Sì, ed è una fotografia speciale. Quando ho visto quella foto ho detto: questa è mia. È una foto di famiglia, scattata a Camporeale, in provincia di Palermo, nel 1944: il sassofonista sulla sinistra è il mio zio Giovanni. Erano tutti musicisti di questo paesino. Con l’occupazione degli anglo-americani in Sicilia avevano messo su questa band. Le bombe erano state sganciate un anno prima, il paese era in ricostruzione, la guerra non era finita ma la Sicilia era occupata dagli anglo-americani, perlomeno erano stati allontanati i tedeschi. Mio zio insieme con i suoi amici musicisti andavano in giro a animare un po’, a dare un po’ di coraggio alle persone. Mio zio era l’unico che si era interessato alla musica prima di me in famiglia.
Lei ha a lungo lavorato con la musica popolare, ha cantato molto in dialetto, a partire dagli Agricantus, il gruppo di ricerca popolare legato alle tradizioni dell’America Latina e del Sud Italia che aveva fondato all’inizio degli anni ’80. Crede che quel tipo di ricerca in Italia continui adeguatamente?
Ma sì, io penso che in Italia i talenti ci siano. Quello che deprime e reprime – entrambi i verbi si addicono – è la nostra scena musicale e la politica culturale di questo Paese, che ha schiavizzato tutti in nome di una commercializzazione che va verso il basso e di una riduzione della cultura a mero intrattenimento. Quando si induce il popolo a guardare verso il basso in nome di una possibile commercializzazione del prodotto, allora il risultato è questo qui. Per qualità e produzione culturale siamo i peggiori d’Europa.
Perché?
Perché chi vuole fare un discorso alternativo, da un punto di vista culturale, a quello dominante non ha spazi. Non ci sono posti, non c’è pubblico, non c’è utenza. L’utenza è minimale e non è sufficiente a consentirti di campare con l’arte. Fermo restando che l’insegnamento è la cosa più importante che c’è: quanti musicisti fanno gli insegnanti andare avanti? Perché non c’è l’utenza. E l’utenza non esiste perché è stata modellata, manipolata a percepire soltanto un certo tipo di messaggio attraverso i media. Bisognava abbassare il livello culturale di un popolo per poterlo manipolare. E ci sono riusciti.
Cosa le è rimasto dell’esperienza con Pippo Fava?
Soprattutto un ricordo legato alla sua grande generosità e al suo grande entusiasmo. Studiavo giurisprudenza a Palermo, l’idea era quella di fare giornalista d’inchiesta. Quindi mi avvicinai alla redazione de I Siciliani, sperando di poter entrare in questo mondo, fare esperienza, scrivere, imparare i rudimenti del giornalismo. Era un uomo che amava l’idea di riuscire a formare una nuova generazione di giornalisti che avessero da l’impegno politico e sociale: i primi anni Ottanta erano quelli del primo movimento antimafia, quello molto legato all’impegno antimafia in quanto impegno politico. Lotta alla Mafia e alla lotta politica. Ma poco dopo l’uccisero.
Quanto ha influito l’omicidio di Fava sulla sua decisione di non continuare con il giornalismo?
Ha influito ha influito. In redazione si sentirono subiti subito orfani. Lui era il motore di quella esperienza lì, infatti il giornale poi non riuscì a resistere. Anche se le penne che scrivevano in quella redazione andarono ad approdare altrove, molti fecero carriera. Per quello che mi riguarda, andai profondamente in crisi: era un momento di trasformazione Capivo in buona sostanza che il contesto sociale e politico, la storia con la S maiuscola, quella che riguardava tutti, dei governi e delle politiche nazionali e internazionali, incideva nella nostra vita privata molto di più di quanto pensassimo. Non era vera quell’idea del riflusso, che te ne puoi fottere di quello che succede.

E così è partito.
Presi un questo biglietto Interrail e ho iniziato questo viaggio alla fine dell’85. Partii senza sapere dove andare, avevo quattro o cinque indirizzi che dovevano essere l’inizio di quel viaggio che durò in tutto 4 anni. Avevo una base in Svizzera e sono stato in tutta Europa, nell’Europa dell’Est, in Canada, negli Stati Uniti, in Sud America, in Nord Africa, in Libano e in Oriente. Sono stati quattro anni di avventure, la vita allora sembrava non finire mai. Sembrava che nulla ti poteva fermare ed era vero, quando sei giovane e c’è la salute e la forza è così.
Ha collaborato anche con Franco Battiato.
Abbiamo cantato insieme, scritto insieme ma soprattutto c’è stata una bella amicizia. Disinteressata. Lui scoprì che io ero cantatore molti anni dopo di esserci incontrati e conosciuti. All’epoca ero più attivo attivo all’estero che in Italia dove non avevo mai pubblicato un disco, non mi conosceva nessuno. E si arrabbiò con me. Ricordo una persona buona, generosa, che ha cercato di svilupparsi nella sua vita, di capire l’uomo che cos’è, perché esiste. Aveva messo la spiritualità al centro della sua immagine e si è scontrato con la socialità e con la politica ma la spiritualità e l’uomo sono sempre stati il suo centro.
Dopo tanti anni di canzoni, produzioni, ricerche: crede che la musica italiana le abbia restituito quello che lei ha dato?
Direi proprio di no, ma lo dico senza senza rancore. Forse lo dico con amarezza ma senza rancore. Ho un pubblico di nicchia che mi segue, da Lampedusa a Bressanone, e tutto questo mi onora. Ma io a un certo punto mi sono illuso che la mia musica da sola sarebbe bastata per farmi largo e invece ho dovuto riconoscere che le cose non stanno così e che nel nostro paese le consorterie, i salotti nell’ambiente della sinistra, nel mondo progressista sono prevalenti. Devi frequentare, devi stare lì, devi fare il simpatico, devi convenire, devi essere presente e concederti. Devi leccare il culo. In Italia abbiamo il festival di Sanremo, che milioni di persone vedono. Ma è orrendo, non dovrebbe avere nulla a che fare con il Club Tenco. Da una parte lo show business e dall’altra gli autori. Dovrebbero essere antitetici e invece alcuni li trovi da una parte e dall’altra.