Dopo l'inchiesta di genova

I report del Mossad non sono prove, gli altri “casi Hannoun” in Italia

Finiti stritolati da accuse costruite su dossier dei servizi altri attivisti impegnati per aiutare i palestinesi a Gaza. Perquisizioni ed indagini a Genova, Milano, Roma, Firenze, Bologna, Torino

Cronaca - di Stefano Galieni

17 Gennaio 2026 alle 16:00

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Photo by Marco Ottico/Lapresse
Photo by Marco Ottico/Lapresse

Torniamo ad occuparci degli arresti avvenuti a dicembre a Genova, di esponenti dei movimenti della solidarietà per la Palestina accusati di terrorismo. E delle perquisizioni scattate a Genova, Milano, Monza Firenze, Roma, Bologna, Torino, Modena, Bergamo e Lodi. La persona su cui più si sono accanite le accuse è Mohammad Hannoun, il presidente dell’Associazione dei Palestinesi d’Italia (Api), definito dagli investigatori un “membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas”.

Da qui nasce il primo punto critico. Hamas (Movimento di Resistenza Islamica), legato al mondo della Fratellanza Musulmana, è considerata organizzazione terroristica unicamente da Usa, Ue e Israele. Per il resto del mondo è un movimento / partito politico, che si è presentato anche alle ultime elezioni a Gaza, dove ha dominato e in Cisgiordania e che, in una condizione di occupazione militare agisce anche come forza di resistenza. Poi ha suoi ministri, sindaci, funzionari, accomunati da una prospettiva di società che può non piacere, a me per esempio non piace. Hannoun, pur parlandone bene, ha sempre affermato di non appartenere a tale organizzazione. Queste le sue parole “mi reputo un simpatizzante di Hamas come di ogni fazione che lotta per i diritti del mio popolo, i politici mi accusano di esserne un leader per infangare me e chi mi si avvicina per partecipare a incontri o progetti per la Palestina. È una bufala che sia un leader di Hamas”.

Nato nel 1962, nel 1994 ha fondato l’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese (Abspp). Immediatamente è finito nella blacklist del dipartimento del Tesoro americano e, per le sue dichiarazioni, gli è stato notificato il foglio di via da Milano, città in cui esercitava la professione di architetto. Nei giorni immediatamente successivi c’è stata una ridda di prime pagine, con tanto di pubblicazione dell’intera ordinanza con cui lo si accusa, da cui emerge che già dai primi anni Novanta si adoperava per inviare fondi alle famiglie palestinesi in condizioni di difficoltà connesse alla guerra. Ha avuto a che fare con ministri e dirigenti di Hamas? Se dalle elezioni del 2006 – in realtà da prima, ad amministrare, soprattutto Gaza, sono stati esponenti politici di detto partito, questo è stato inevitabile, ma a detta degli avvocati della difesa, l’intero impianto accusatorio si fonda unicamente su quanto fornito al governo italiano da quello israeliano, non certo il massimo dell’imparzialità.

Hannoun fa parte, ufficialmente del board of directors della European Palestinians Conference, secondo le risultanze investigative, “avrebbe destinato, nella raccolta di fondi indicata come avente fini umanitari per la popolazione palestinese, una parte rilevante (più del 71%) al finanziamento diretto di Hamas o di associazioni ad essa collegate o da essa controllate e di altre articolazioni dell’organizzazione terroristica, concorrendo a versare, direttamente o indirettamente, all’organizzazione terroristica, a partire dal 18 ottobre 2001 e fino a oggi, ma soprattutto a seguito degli eventi del 7 ottobre 2023, ingenti somme di denaro, pari a 7.288.248,15 euro”, sottraendo tali fondi alle finalità dichiarate e alle reali necessità della popolazione civile di Gaza. Ed è curioso perché poi, risulta che le risorse raccolte, quel 71% di fondi, sia giunto ad organizzazioni umanitarie presenti a Gaza ed incaricate di distribuire quel che si poteva fra le famiglie in condizioni peggiori a Gaza, ma come è stato possibile far giungere risorse dopo il 7 ottobre quando ogni passaggio di valuta come di cibo e di cure è stato negato?

Fonti israeliane, le stesse che hanno portato al Viminale i presunti capi di imputazione, hanno provato a rilanciare l’accusa dicendo che anche grazie a quei fondi è stato possibile realizzare l’attacco ai civili considerato, secondo Israele e i suoi alleati, all’origine di ogni cosa. I legali che stanno seguendo la difesa degli accusati hanno sezionato le oltre 300 pagine dell’istruttoria senza trovare alcuna reale ipotesi di reato o di affiliazione ad organizzazione di attentati e / o crimine. A meno che non si consideri criminale far sopravvivere qualche bambina / o che ha subito prima in continui attacchi dell’Idf e poi la pratica del genocidio.

Le associazioni solidali presenti sul territorio hanno in gran parte un orientamento islamista ma è sufficiente questo per impedire l’accesso di aiuti? Se a questo impianto accusatorio molto probabilmente destinato a crollare si aggiunge il fatto che Israele considera ormai legate al terrorismo 37 ong occidentali che hanno tutt’altro orientamento politico e religioso (sembra che la Caritas sia diventata la CaritHamas per fare ironia), si evince come lo scopo dell’operazione ispirata da Piantedosi alle procure non abbia altra motivazione che quella di intimidire e terrorizzare quella parte della solidarietà che nasce nei centri islamici per additarli come ennesima connessione col terrorismo internazionale. E, a cerchi concentrici, il tentativo repressivo è quello di silenziare in primis le sostenitrici e i sostenitori della causa palestinese che non hanno cittadinanza italiana, a seguire coloro che, pur avendola, vengono convinti dalla disinformazione manettara.

Screditando Hannoun si intende far passare per anime belle e ingenue, coloro che, convinti di portare solidarietà vengono accusati di supportare il terrorismo. Ci sono molte possibilità che gli arrestati a Genova vedranno ben presto cadere le accuse contro di loro, così come è accaduto in numerosi impianti accusatori già precedentemente escogitati in Germania, Francia, Belgio e Spagna, ma intanto il danno è fatto e si sa bene che le persone scagionate restano marchiate per sempre. Un altro elemento lo ha fatto presente l’avvocato penalista Alessandro Diddi che ha messo in discussione uno degli assi portanti dell’accusa: l’uso di documenti di intelligence come base probatoria. Il lavoro investigativo è complesso ma c’è un punto dirimente: “I report dei servizi segreti, così come i dossier militari, non sono prove”. Nel diritto penale, spiega, l’accusa di terrorismo non può fondarsi su deduzioni o automatismi, ma sulla dimostrazione di atti terroristici concreti, riconducibili agli indagati. Di questi, a detta dei legali degli arrestati e degli indagati in altre città, non c’è alcuna traccia.

L’inchiesta che ha portato agli arresti di Genova e alle perquisizioni nelle altre città, è solo l’ultimo – per ora – anello, di una catena che va avanti da tempo. Su queste pagine abbiamo seguito le vicende dell’imam di Torino, Mohamed Shahin, da 20 anni in Italia e con famiglia, accusato di sostegno al terrorismo per aver espresso “sostegno alla resistenza palestinese” e per questo privato della carta di soggiorno, trasferito nel Cpr di Caltanissetta con un provvedimento di espulsione impugnato e due ricorsi vinti, senza i quali a quest’ora sarebbe nelle carceri egiziane dove è considerato un nemico dello Stato. Ma sono tanti altri i casi di persone detenute per quello che ormai viene chiamato il “terrorismo della parola”.

È il caso di Ahmad Salem, cresciuto in un campo profughi in Libano, colpito da custodia cautelare durante l’audizione alla Commissione territoriale per la richiesta d’asilo in quanto sul suo telefono ( in base agli art 414, istigazione a delinquere e 270 quinquies, auto addestramento con finalità di terrorismo, del codice penale) gli vennero contestati alcuni video online, estrapolando alcune frasi decontestualizzate, in cui quello che diveniva imputato, è ancora accusato perché invitava alla mobilitazione contro il genocidio a Gaza e invitava alla sollevazione in Cisgiordania.

Ahmad condannava – come non condividerlo – l’immobilismo del mondo arabo e musulmano davanti ai crimini commessi da Israele. Accusato di “propaganda jihadista” ed è detenuto da 8 mesi nel carcere di Rossano Calabro. I video per cui è accusato erano già usciti sui principali giornali italiani. E poi ci sono le vicende di Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, accusati a diverso titolo di associazione con finalità di terrorismo, in carcere e sotto processo al tribunale de L’Aquila perché “unitamente alla resistenza palestinese della Cisgiordania avrebbero partecipato moralmente alla lotta armata contro l’occupante straniero, fenomeno resistenziale ricondotto dalla magistratura requirente e giudicante alla categoria del terrorismo invece che al legittimo diritto alla autodeterminazione dei popoli”.

La sentenza nel loro caso è attesa per domani. Anan Yaeesh, di cui ha sollevato il caso la parlamentare M5S Stefania Ascari, è ancora in carcere mentre gli altri due sono stati liberati. Su di loro pende la richiesta di estradizione da parte del governo di Tel Aviv. Si pensi che in prima istanza, le “prove”, acquisite nelle prigioni israeliane grazie ai metodi di interrogatorio dello Shin Bet, erano state rigettate. Ora sono state invece acquisite e per loro i rischi aumentano. La ragione? Aver sostenuto la resistenza (come?) a Tulkarem, in Cisgiordania. Questi sono solo alcuni dei casi più noti ma i prigionieri palestinesi o sostenitori di tale causa, nelle prigioni italiane e nei tribunali, aumentano. Tutti in base a prove fornite direttamente da Israele.

17 Gennaio 2026

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