La vicepresidente del Pd

“La morale di Trump non è quella delle democrazie, la sovranità degli Stati non è un valore intermittente”, parla Gribaudo

«In Venezuela violato il diritto internazionale. Maduro è un dittatore, ma ciò non giustifica quanto ha fatto il presidente americano». Anche in Iran «la violenza non può mai essere la risposta e rischia di portare a una escalation internazionale»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

16 Gennaio 2026 alle 08:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Chiara Gribaudo, Vicepresidente del Partito democratico, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, sullo sfruttamento e sulla tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro pubblici e privati.

Il 2026 si è aperto nel segno del caos armato e di una rivolta di popolo: il blitz di Trump a Caracas, la rivolta del popolo iraniano che il regime teocratico-militare cerca di soffocare nel sangue. E l’Europa sta a guardare.
Sono due scenari diversi con un risultato simile: la repressione dei popoli. Il presidente degli Stati Uniti, che dovrebbe essere una delle più grandi democrazie del mondo, in Venezuela ha violato ogni diritto internazionale, con l’arroganza e la violenza a cui ci ha abituati in tutti questi mesi. Ci spiega che segue la sua morale: bene, non è la nostra, non è quella delle democrazie. Maduro è un dittatore, ma ciò non giustifica quanto intrapreso da Trump. Allo stesso modo quanto sta avvenendo in Iran è altrettanto preoccupante: la violenza non può mai essere la risposta e temo che porterà a un’escalation internazionale. Dopo anni di silenzio da parte di tutto il mondo di fronte a quanto stava avvenendo nel regime, i giovani e le giovani del Paese stanno manifestando e protestando mettendo a rischio le proprie vite; i numeri dei morti, alcune fonti riportano fino a 12.000, le foto dei sacchi neri lungo le strade, e le minacce sono davvero preoccupanti. Anche qui, però, la risposta non può essere di tipo muscolare ed esterna, ce lo insegnano la storia del Novecento e anche eventi recentissimi. Ci sono molti modi per aiutare gli iraniani, che chiedono la fine di un governo teocratico, riforme economiche, elezioni libere e un futuro per le nuove generazioni, senza l’intervento militare. Anche perché in queste parti del mondo si sta giocando una partita che non riguarda solo il popolo venezuelano o iraniano, ma tutte e tutti noi, in una ridiscussione delle sfere di influenza a livello globale: auspico che l’Unione Europea sia soggetto della discussione, si faccia sentire unita, forte e che difenda i principi democratici e del diritto per il bene del futuro del mondo. Accettare queste azioni in silenzio sarebbe di una gravità inaudita.

Nel riflettere sul blitz che ha portato all’arresto di Maduro, Lucio Caracciolo ha rimarcato come questo sia il segno più netto dell’abolizione della sovranità nazionale. È la “dottrina Donroe”, versione trumpiana della vecchia “dottrina Monroe”.
Donald Trump ne è un maestro. Sono mesi che con minacce e parole d’odio ha preparato il terreno per passare all’atto pratico. Solo poco tempo fa voleva il Nobel per la Pace per quanto fatto, o non fatto, sulla Striscia di Gaza. Ora, dopo questo inizio 2026 di violenza, il velo è stato tolto e solo chi vuole continuare a orbitare nel suo entourage può negarlo. Ne è un esempio evidente la nostra presidente del Consiglio, che ha ritenuto l’azione di Trump in Venezuela ‘legittima’. Un commento non solo vergognoso che insulta tutte le regole del diritto internazionale, ma anche indegno perché pronunciato da chi dovrebbe rappresentare l’Italia in Europa e nel mondo. Il discorso che andava pronunciato dopo il 3 gennaio è quello fatto dal leader spagnolo Pedro Sanchez che, pur condannando la dittatura di Maduro e ricordando che quel regime non era stato riconosciuto dal suo Paese, lo stesso va fatto con un intervento che viola il diritto internazionale e spinge la regione verso un orizzonte di incertezza e belligeranza. La “dottrina Donroe”, questo cacofonico e pericoloso neologismo, non può essere la risposta, sarebbe una regressione di decenni: sostituirebbe il diritto internazionale con la forza e metterebbe in discussione il principio stesso di sovranità degli stati, che diventerebbe quasi una concessione della potenza di riferimento. Un modello pericoloso, e seducente per chiunque avesse ambizioni di espansione e la forza per metterle in atto: Russia, Cina, Israele e chissà chi altro. E’ istituzionalizzare la legge del più forte. Non è così che si difendono né la democrazia né soprattutto la pace.

I censori in servizio permanente hanno ripreso il loro sport preferito: il tiro ai pacifisti. Ieri accusati di essere pro-Pal, oggi pro-Mad.
C’è un problema di lessico, però. Scendere in piazza per la Palestina significa riconoscere che il popolo palestinese sta vivendo un’ingiustizia e che quanto sta avvenendo sulla Striscia di Gaza deve cessare immediatamente. Essere pro-Mad invece vorrebbe dire schierarsi dalla parte di un dittatore che non ha mai pensato agli interessi del suo popolo ma solo al proprio tornaconto personale: ecco, questo non è stato fatto né da me né dal Partito Democratico. Si è invece scesi in piazza per il Venezuela, ben consapevoli che la popolazione è qualcosa di diverso da chi la governa e chiedendo tutele e rispetto dei diritti per chi ha già sofferto e patito abbastanza. Non siamo pro-Mad, al massimo pro-Ven. Consiglio ai censori in servizio permanente di tenerlo ben presente e non confondere due piani completamente diversi. Anche perché essere pacifisti non significa giustificare regimi o chiudere gli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani, ma rifiutare la logica per cui la forza e l’unilateralismo diventano l’unica risposta possibile. Delegittimare chi pone domande e chi chiede rispetto delle regole e delle istituzioni internazionali è un modo comodo per evitare il confronto nel merito. Noi continuiamo a pensare che la pace, la legalità internazionale e la sovranità degli Stati non siano valori intermittenti, da usare solo quando fanno comodo. Lo abbiamo sostenuto per l’Ucraina, per Gaza, e lo sosteniamo per il Venezuela.

Intanto la presidente del Consiglio continua la narrazione dei successi mietuti dal suo governo in campo economico, sociale, dell’occupazione. L’opposizione, per dirla alla romana, “rosica”?
Narrazione non è il termine corretto perché è pura propaganda. Lo dicono i numeri, non Chiara Gribaudo e nemmeno il Partito Democratico o l’opposizione. E sulla mistificazione della realtà c’è ben poco da rosicare, anzi siamo in una situazione grave che andrebbe affrontata con un atteggiamento serio, anche quando l’interlocutore non è in grado di dare risposte dello stesso tenore come nel caso del Governo Meloni. Che cosa è stato fatto? Abbiamo approvato una Legge di Bilancio a fine anno che non ha visione, non crea crescita, che mostra chiaramente che non c’è alcuna intenzione di pensare al futuro ma solo a mantenere la maggioranza salda al Governo fino a fine mandato. I dati sull’occupazione poi sono forse i più preoccupanti: Meloni e i suoi ministri si vantano del nulla, perché si tratta di lavoro povero, precario, con tante famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. Siamo il Paese europeo con la più bassa crescita dei salari negli ultimi decenni: questo è davvero grave, perché come è noto nel frattempo i costi della vita sono aumentati parecchio e i salari (ma anche i compensi dei lavoratori autonomi) italiani non sono più adeguati. Un pensiero particolare voglio poi rivolgerlo al Decreto Sicurezza sul Lavoro: anche in questo caso il Governo si è riempito la bocca di tante parole ed elogi, ma la verità è che non è stato fatto quasi nulla. Dai banchi dell’opposizione abbiamo provato in questo caso come negli altri a trovare un’altra via attraverso l’iter parlamentare che avrebbe potuto consentirci di lavorare insieme, ma non siamo stati ascoltati e si è persa un’occasione per rendere migliore il Paese e più sicuro il lavoro di milioni di persone. Ecco, decisamente non rosichiamo, piuttosto siamo stufi e stufe di veder svilito il ruolo parlamentare quando invece ci sarebbe un gran bisogno di un reale confronto democratico e di rimboccarsi le maniche, da tutte le parti politiche, per fare l’unica cosa che conta: il bene del Paese.

Prossima scadenza il referendum sull’ordinamento giudiziario. A sinistra, e dentro il Pd, ferve il dibattito. Si va in ordine sparso?
No, lo si approccia come qualsiasi altra questione: dibattendo. C’è preoccupazione? Sempre no. Trovo giusto e democratico che all’interno di un partito e a maggior ragione di una coalizione ci siano pensieri differenti. Significa che non siamo una caserma, che il pensiero è e deve rimanere libero e che, quando si arriva unitariamente a una posizione, è perché non la si è accettata con leggerezza o rassegnazione ma con serietà e un confronto franco. Sono sicura che ci sarà una convergenza, anche perché chi è ancora incerto sul sì ha delle riserve di merito. Soprattutto c’è la consapevolezza generale che si tratta di una riforma pericolosa per la democrazia. Schierarsi con il no non significa solo andare contro quella riforma, ma anche contro una visione di Stato e di governo che non ci appartiene per nulla e che le destre, in Italia come nel resto del mondo, vogliono introdurre a discapito della libertà e dei principi democratici che conosciamo dalla fine della Seconda guerra mondiale. Stare con il no vuol dire stare dalla parte della nostra bellissima Costituzione e avere ben presente che i reali problemi della giustizia sono altri. Penso ai tempi dei processi, al personale che manca e, più nello specifico sulle mie tematiche, alla necessità di una procura unica nazionale per quanto riguarda le morti e gli incidenti sul lavoro. Di questo c’è bisogno, non di una maggioranza che usa il sito del ministero della Giustizia per fare propaganda rendendolo non solo il sito ufficiale del comitato per il sì al referendum ma anche uno spazio per fare pubblicità all’ultimo libro del ministro Nordio.

16 Gennaio 2026

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