L'ex senatore e fondatore di A Buon Diritto
Italia condannata dalla Cedu per la morte di Magherini, Manconi: “Sentenza che restituisce verità dei fatti”
Luigi Manconi: «La sentenza restituisce la verità dei fatti, mortificata da quella della Cassazione che aveva assolto i tre militari perché il fatto non costituisce reato. In ogni caso, quel fatto costituiva un crimine»
Interviste - di Angela Stella
La Cedu ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014, mentre l’uomo giaceva a terra immobilizzato dai Carabinieri. Nella sentenza i giudici affermano che lo Stato italiano è responsabile del decesso perché non c’era “l’assoluta necessità” di mantenerlo in quello stato. Ne parliamo con Luigi Manconi, presidente e fondatore di A Buon Diritto, e sociologo dei fenomeni politici, già senatore del Pd, autore del libro “La scomparsa dei colori” sulla sua esperienza di perdita della vista.
Che ne pensa di questa sentenza?
La accolgo con grande sollievo perché finalmente restituisce la verità dei fatti relativi alla morte violenta di Riccardo Magherini che una sentenza della Corte di Cassazione del 2018 aveva negato e mortificato assolvendo tre carabinieri in quanto “il fatto non costituisce reato”. In ogni caso, quel fatto costituiva un crimine. E una delle manifestazioni crudeli di una manovra messa in atto frequentemente dagli agenti di polizia, quello che ho chiamato il “codice Floyd!”: il fermato viene costretto prono a terra, i polsi ammanettati, mentre uno o più agenti premono con il peso del corpo sulle sue spalle e sulla sua schiena, per un tempo di durata variabile. A completare la manovra, il braccio di uno degli operatori serra il collo della persona. La mossa può determinare una sindrome asfittica e, infine, la morte. In questa maniera, nel nostro paese, sono deceduti: Riccardo Rasman, Federico Aldrovandi, Bohli Kaies, Arafet Arfaoui, Vincenzo Sapia, Bruno Combetto, Andrea Soldi, Luca Ventre e chissà quanti altri ancora. Va notato che nel gennaio del 2014, un mese prima della morte di Magherini, una circolare del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri raccomandava di evitare i rischi che quella tecnica avrebbe potuto comportare. Qualche tempo dopo, nel corso del processo per la morte di Magherini, il testo della circolare venne cambiato e così quella pratica non si è mai interrotta.
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La Corte non entra nel merito né della responsabilità dei carabinieri, né della loro assoluzione al termine del procedimento in Italia, ma censura tra le altre cose l’assenza di «istruzioni chiare e adeguate sul posizionamento delle persone in posizione prona al fine di ridurre al minimo i rischi per la salute e la vita», oltre che la mancanza di formazione delle forze di polizia. Ora lo Stato dovrà dotarsi di una legge ad hoc per disciplinare i fermi analoghi a quelli di Magherini?
Non so dire se si dovrà ovviare a questa situazione attraverso una normativa specifica. Ciò che è certo è che le parole della Cedu confermano proprio che quella tecnica si è rivelata letale. E mettono l’accento su una questione fondamentale: la formazione, tecnica e psicologica, degli appartenenti ai corpi di polizia.
Un passaggio centrale della sentenza riguarda la scelta di affidare gli accertamenti agli stessi carabinieri che avevano partecipato al fermo. Come è stato possibile commettere un tale errore?
Da tempo sottolineo questa perversa contraddizione e da parlamentare presentai un disegno di legge per porvi riparo. Ad esempio, in Francia, le indagini di polizia giudiziaria nei confronti degli appartenenti a un corpo di polizia vengono condotte sempre dai membri di un corpo diverso. Mi sembra una elementare misura di garanzia. Cosa si aspetta a fare altrettanto in Italia?
Due giorni fa il Viminale ha inviato a Palazzo Chigi un nuovo pacchetto sicurezza che dovrebbe arrivare a breve in Cdm. Si punta a rafforzare la politica anti-migranti e la sicurezza urbana. Che ne pensa?
Ne so troppo poco e solo da anticipazioni di media per formulare un giudizio meditato. Tuttavia, temo che non ci sia stato alcun ripensamento rispetto alle misure adottate finora, che si sono rivelate fallimentari. E che hanno prodotto esclusivamente più fattispecie di reato, più aggravanti, più pene, più detenzione, più sovraffollamento carcerario, più afflizione e sofferenza.
Giorgia Meloni nella conferenza stampa di inizio anno ha detto: «Spesso i magistrati sulla sicurezza rendono vano il lavoro del Parlamento, del governo e delle forze dell’ordine. Posso citare decine di casi». Qual è il suo parere?
Tra le funzioni essenziali della magistratura c’è quella di assicurare la tutela rigorosa, rigorosissima, delle garanzie. Solo un diffuso analfabetismo giuridico può scambiare questa attività di natura costituzionale con il boicottaggio delle politiche del Governo.
Se mettiamo in fila i diversi pacchetti sicurezza e le dichiarazioni della Meloni come di altri esponenti politici possiamo dire che il Governo desidera per il nostro Paese uno Stato di Polizia?
Non ricorriamo a formule esasperate. Il fatto che non siamo in uno Stato di Polizia e neppure prossimi alla sua instaurazione non significa che non ci sia da preoccuparsi: tendenze autoritarie possono convivere – conflittualmente, certo – con il sistema democratico, ma contribuiscono a infiacchire lo Stato di diritto. Che resta un bene preziosissimo.