Il parlamentare dem

Intervista a Roberto Morassut: “Riformismo non è centrismo, Matteotti si rivolta nella tomba”

“Sbagliato il richiamo degli amici di Milano a un Pd delle origini. Il Pd non si è spostato troppo a sinistra, le riforme di sinistra sono quelle a tutela dei deboli: a partire dalla patrimoniale”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

1 Novembre 2025 alle 08:00

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Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica
Photo credits: Alessandro Amoruso/Imagoeconomica

Parla Roberto Morassut, parlamentare e membro delle Direzione nazionale del Partito democratico, vicepresidente della Fondazione Giacomo Matteotti.

“La sinistra ha voltato le spalle all’Italia”, afferma Romano Prodi. “Il Pd si è spostato troppo a sinistra” rilancia Giorgio Gori. Siamo al fuoco amico contro Elly Schlein?
Non mi piace questo tipo di dibattito che si è aperto nel Pd. Lo trovo viziato da quelle preoccupazioni di posizionamento eccessive che periodicamente affiorano nel Pd – come del resto in tutti i partiti – in prossimità di tornate elettorali o congressuali. La vita interna del Pd continua a essere condizionata da questo aspetto che è divenuto dominante, direi assoluto, oscurando quasi completamente il confronto sulla funzione riformatrice e di cambiamento della sinistra democratica in questo paese. Nel dire questo non uso deliberatamente il termine “postura” né il termine “riformista”. Il primo perché è abusato e importato dalla disciplina ortopedica e testimonia quindi una debolezza lessicale della politica figlia della debolezza generale nel parlare un linguaggio “chiaro, elegante e persuasivo” come diceva Cicerone nell’Ars Oratoria. Il secondo perché inflazionato e ridotto a rituale richiamo a un qualcosa di vagamente moderato e inclusivo. Se è questo il riformismo, Matteotti si rivolta nella tomba. Ma torno al punto. Non ci dimentichiamo che è la società civile che, dove esiste la democrazia, ha voltato le spalle alla politica e ai partiti. Stiamo affrontando questo tsunami da anni e il Pd ci sta inevitabilmente in mezzo ma poiché tra democrazia e prosperità economica e sociale c’è un rapporto diretto, il problema sono le ingiustizie sociali e la capacità di agire per ridurle, anche con misure radicali e conflittuali, che sono inevitabili oltre certi livelli. Il Pd si è spostato troppo a sinistra? Rispondo no. Ma non per attenuare la critica. Per cambiare completamente discorso e dire che serve un “vero” spostamento a sinistra capace di entrare nel merito di alcune misure strutturali che restituiscano un po’ di speranza alle fasce sociali più svantaggiate, ai fragili e soprattutto ai giovani il cui futuro è diventato troppo corto tale da scatenare rabbia e disperazione e creare il vero propellente per una possibile guerra mondiale.

Per aver sostenuto i referendum della Cgil ed essere parte del grande movimento contro il genocidio di Gaza e per il riconoscimento dello Stato palestinese, la segretaria del Pd è stata tacciata di vetero pacifismo, di subalternità a questo o a quello e di sinistrismo. Non è un po’ troppo?
Alle manifestazioni contro i massacri di Gaza, in particolare a quella svoltasi a giugno San Giovanni pochi mesi fa, c’erano militanti e dirigenti del Pd di tutte le sensibilità, anche di quelle che oggi potrebbero aderire alle posizioni che tu descrivi. Il Pd si è schierato, giustamente, contro un’azione militare indiscriminata di Netanyahu che non distingueva tra terroristi di Hamas e civili e puntava ad una “soluzione definitiva” se non finale della questione palestinese. E il Pd lo ha fatto insieme a uno schieramento vastissimo di forze sociali e associazioni, singoli cittadini che hanno sentito la necessità di agire per far sentire la propria voce. Nello stesso tempo il Pd è stato presente attivamente nella manifestazione per l’Europa a marzo in Piazza del Popolo nel momento più critico della guerra in Ucraina. Nella nostra azione parlamentare non è mai venuto meno il richiamo alla netta distinzione tra le responsabilità del governo di Netanyahu e il popolo e lo Stato di Israele. Insomma, non mi pare che ci sia materia per parlare di “vetero-pacifismo”. Auspico anche su questo una discussione più chiara tra noi. Cosa che non può che avvenire, come per altri temi, all’interno degli organismi dirigenti costituiti e non tra correnti attraverso i giornali.

A Milano si sono ritrovati i riformisti “dem”. Ma quelli che non c’erano erano sono degli inveterati massimalisti?
Non so. Bisognerebbe chiederlo ai promotori dell’iniziativa di Milano. Io ho stima di tutte e tutti i promotori di Milano. Li conosco uno per uno o quasi. Ci ho fatto battaglie. Condiviso tante cose e ispirazioni. Rimprovero loro una cosa su tutte e lo dico come uno che in una corrente non c’è davvero mai stato: appropriarsi del marchio del “Pd delle origini” è uno sbaglio. Per vari motivi. Il primo è che il “Pd delle origini” non aveva allora e non deve avere oggi un marchio correntizio perché si cadrebbe in una grave contraddizione, essendo il progetto del Pd finalizzato ad unire culture e sensibilità diverse che si riconoscevano e credo si riconoscano ancora in un comune arco di valori fondamentali. Il secondo è che il “Pd delle origini” nacque in un contesto internazionale e nazionale completamente diverso e poco dopo la sua nascita è stato costretto a navigare in acque procellose e totalmente diverse da quelle immaginate allora. Per questo mi sono battuto – e continuo a sostenerlo – per una “nuova Costituente” che possa aggiornare il progetto e collocarlo dentro i nuovi paradigmi, le nuove crisi che sono fiorite o esplose nel frattempo. Perché la discussione classica tra riformisti e presunti massimalisti è vecchia come il cucco. E lo dico per entrambi i fronti, sia chiaro. Il Pd non ha una sua proposta per l’Italia: è vero. Aldilà di tante singole buone proposte offerte in modo paratattico, non ce l’ha. Ma questo è vero dal 2016, quando abbiamo perso i referendum costituzionali. Poi abbiamo seguito onde altrui cercando di mitigarle e smussarle: l’autonomia differenziata, l’ecobonus, il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari…. Quindi i problemi non cominciano con Elly Schlein.

E allora come la mettiamo?
Domando. Siamo disposti a parlare di patrimoniale, riforma urbanistica – cosa aspettiamo dopo Milano? – nazionalizzazione di Ilva, riforma elettorale, rapporto tra potere esecutivo e Parlamento…. Pensiamo di difendere la Costituzione per sempre in una ridotta di barricata? Pensiamo di finanziare una nuova politica per i servizi ed i salari senza toccare gli squilibri fiscali in modo chiaro? Il nostro “riformismo” può e deve avere, a mio giudizio, cose di “destra” e cose di “sinistra”. Servono una politica ed istituzioni più solide e un programma di radicali riforme sociali. Tra le tante culture che fanno parte del nostro arcobaleno si è andata spegnendo quella del pensiero critico di matrice socialista e direi anche comunista italiana nel senso più nobile del termine che andrebbe rimessa in vita. Serve un po’ di analisi marxista e di pikettismo. Se c’è una articolazione che vedo necessaria è questa. Un luogo critico ma libero. Per un riformismo come avrebbe ritenuto Matteotti: radicale, pacifista. Non metodologico o ideologico. Basato sui fatti e che non esclude la necessità, su alcuni temi, di una lotta di classe, di un conflitto forte nel quadro delle regole democratiche. Il conflitto e la lotta non debbono farci paura. Siamo o no gli eredi dei resistenti? Il nostro canto di Bella Ciao non può essere solo un mood. Infine, sempre su Milano, un’ultima cosa…

Prego.
Chi invita chi? Su quale base si decidono i proprietari del “marchio di fabbrica”? È tutto un po’ arbitrario…. Compresa l’idea di replicare attrezzando maggioranze dorotee. L’Italia è fuori da tutto questo…. La segretaria dovrebbe, secondo me, favorire un confronto negli organismi, magari dopo le regionali e in un clima che presumo più sereno e forte per lei, per cambiare modo.

Come un mantra, ripetuto ossessivamente, si sostiene che chi sta con la Cgil o i pacifisti è sprovvisto di “cultura di governo” e tradisce i principi del riformismo. Lei è vicepresidente della Fondazione Matteotti, un socialista riformista della prima ora. Cultura di governo come buona amministrazione dell’esistente e riformismo come visione moderata del cambiamento. Lei si riconosce in questo?
In parte ho già risposto. Matteotti univa il buon governo, l’attenzione ai bilanci in salute, a vigorose battaglie per la giustizia sociale. Era un riformista ma non uno che rimaneva condizionato dalle carte e dai bolli della burocrazia. La parola “riformismo” contiene un elemento di ideologia da cui andrebbe liberata, in un certo senso. Se io voglio ottenere un certo risultato, che ritengo necessario per produrre un cambiamento e una riforma nel verso di una maggiore giustizia sociale, spingo l’acceleratore fin dove me lo consente la tenuta democratica di un sistema e fin dove la mia azione non rischi di produrre un contraccolpo contrario ai miei obbiettivi. Ma spingo. Faccio l’esempio della questione fiscale e dei redditi. Se negli ultimi 20 anni le società di capitale hanno lucrato enormi profitti grazie ad un sistema fiscale che le ha agevolate e i salari sono rimasti fermi, devo introdurre dei correttivi e quindi è giusto introdurre delle misure patrimoniali – almeno sui patrimoni non trasferibili – oltre una certa dimensione e favorire un aumento dei salari- Aumento che andrebbe raccontato diversamente perché dire un minimo di 9 euro l’ora non si capisce. Ma dire che una famiglia monoreddito di 4 persone non può vivere con meno di 1700 euro al mese – e sono pochi – si capisce. Da questo punto di vista “Cultura di governo” e altre cose del genere sono rottami espressivi. Il governo o il potere servono per cambiare evitando il rischio del rigetto, cioè di fare cose che sembrano giuste ma non lo sono, almeno per la sinistra…

Siamo giunti alla fine del percorso della riforma della Giustizia. Che bilancio fate?
Separare il Csm in due rami indebolisce il potere giudiziario e può portare a una giustizia di classe in cui chi è più debole prende botte dal Pm poliziotto e chi è più forte si difende meglio col giudice giudicante… In un sistema liberale di separazione dei poteri si fissano dei principi che poi vanno esercitati e interpretati continuamente nel pratico perché la legge non risolve tutto. C’è sempre l’elemento umano o politico che è decisivo. Se ci sono giudici che esorbitano dal proprio limite o politici che fanno altrettanto non per questo va ogni volta messa in discussione la legge generale della separazione e del perfetto equilibrio dei poteri. Invece, qui in Italia, non si è agito per esercitare il principio liberale a fronte degli scostamenti ma lo si vuole mettere in discussione. Rompere l’orologio può portare a gravi conseguenze.

1 Novembre 2025

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