Il discorso del Pontefice
Papa Leone rilancia la scelta radicale della Chiesa per la giustizia sociale
Papa Leone ha rilanciato in maniera profonda, articolata e innovativa, la scelta radicale della Chiesa che sta al loro fianco nella lotta per la giustizia sociale e per un altro mondo possibile
Cronaca - di Luca Casarini
Il discorso pronunciato da papa Leone XIV in occasione dell’incontro con i Movimenti popolari lo scorso 23 ottobre, meriterà una riflessione ampia, di certo ben più autorevole e capace della mia. Io mi limito innanzitutto a partire dal fatto che l’incontro c’è stato, e non era scontato, e che quel discorso è durato mezz’ora, era scritto in 12 cartelle frutto di una ponderata scelta parola per parola, e ha abbracciato temi e visioni che papa Leone ha deciso di far uscire proprio in questa occasione, conferendo al momento una importanza storica.
Il “Giubileo dei movimenti popolari” è stato l’ultimo desiderio che Papa Francesco ha consegnato a Don Mattia e a me, poco prima di essere ricoverato in ospedale e di intraprendere l’ultimo tratto di cammino su questa terra. L’idea era nata a partire da una lettera che una ragazza di sedici anni, Sarah, abitante di Spin Time, il palazzo di Santa Croce in Gerusalemme a Roma, restituito all’uso sociale e abitativo a favore di 170 famiglie povere, attraverso la pratica dell’occupazione e della auto rigenerazione urbana, aveva scritto a Francesco. Gliela abbiamo consegnata noi, io e don Mattia, quella lettera, durante uno dei nostri incontri mensili dei quali Papa Francesco ci ha fatto privilegio per anni. L’ha letta davanti a noi, nella saletta a piano terra di Santa Marta. Sarah gli aveva scritto una richiesta di aiuto: era spaventata di dover lasciare la sua casa e la sua comunità, perché il Ministro degli Interni Piantedosi aveva minacciato lo sgombero “entro Natale” e la messa per strada di tutte le famiglie.
Una multinazionale e una cordata di affaristi immobiliari italiani, qualcuno anche “vicino” al Vaticano, aveva altri progetti per quello stabile, proprio in vista del Giubileo. Volevano farci un hotel di lusso, per turisti e pellegrini ricchi, perché il Giubileo, per coloro che hanno in mente solo il business, è una occasione ghiotta per arricchirsi ancora di più. E come sempre accade, sulla pelle dei più poveri. Francesco scattò in piedi, adirato come poche volte lo avevamo visto. “Non sarà il Giubileo contro i poveri!” esclamò parlando a voce alta, tanto che un agente del servizio di sicurezza che stava dietro la porta, si affacciò per controllare che tutto fosse a posto. A partire da quella lettera, Francesco volle tutte le informazioni: chi stava dietro quell’operazione speculativa, qual era lo stato delle trattative per la regolarizzazione dello stabile. Discutemmo di come lo spirito giubilare cristiano, fosse sfigurato dalle speculazioni e dall’affarismo che vedeva solo l’ennesimo evento di overtourism e non certo la sacralità e religiosità con la quale milioni di persone ne coglievano, giungendo a Roma da ogni angolo del pianeta, la chiamata universale.
Raccontammo degli sfratti che si impennavano, per lasciar posto ai B&B, dell’espulsione dal centro delle famiglie povere, deportate in case popolari a due ore da Roma, di come questo incidesse anche sulle loro possibilità di trovare lavoro, o di racimolare qualcosa per poter mettere insieme il pranzo con la cena. Don Mattia ed io, come sempre quando il nostro Francesco ci dava un mandato, consegnammo una settimana dopo un dossier con nomi e cognomi, con la ricostruzione puntuale degli organigrammi delle società di speculazione finanziaria ed immobiliare, nazionali ed internazionali, che premevano per lo sgombero. “Io cosa posso fare?”ci chiedeva Francesco, come ogni volta. Cosa posso fare io, che qui non mi ascolta nessuno, sembrava dirci, riferendosi al mondo intero, ma anche a quel “suo” mondo, il Vaticano, che spesso mi è sembrato fosse la sua prigione più che il suo trono. “Dobbiamo fare il Giubileo dei movimenti popolari. Lo dobbiamo fare a Spin Time, dobbiamo dare un segno” fu la sua risposta mentre noi attendevamo in silenzio che rialzasse la testa che si era preso tra le mani, pensoso, carico di quella sofferenza degli altri che si portava come una croce.
“Dovete muovervi, decidiamo una data, dovete parlare con i Dicasteri, con i Vescovi, con tutti. Dite che ve l’ho detto io”. Quel giorno di ottobre del 2023, chiusi in una stanzetta della residenza del papa, iniziò il cammino del nostro Giubileo dei movimenti. Quel giorno il papa, il successore di Pietro, rispose ad una ragazza preoccupata. Con i fatti, come sempre. Il Vangelo di Francesco erano i fatti. L’abbiamo vissuto tante volte: quando c’era da pagare un riscatto per liberare un fratello o una sorella in mano a trafficanti o guardie di frontiera, quando bisognava trovare le risorse per far partire una nave di soccorso in mare, quando qualcuno chiedeva aiuto dal deserto tra Tunisia e Algeria, dopo essere stato deportato. Ogni volta il suo Vangelo cominciava con “cosa posso fare io”. Alla vigilia di uno straordinario discorso che pronunciò nell’agosto del 2024, la Catechesi “Mare e Deserto”, mentre lo stava ancora scrivendo, ci disse: ”io mi vergogno. Provo vergogna per tutto questo dolore, provo vergogna perché non sono capace di fare di più per i fratelli e le sorelle migranti”.
Papa Leone non solo ha confermato tutto quello che con Francesco era stato deciso, e cioè lo spazio nel calendario ufficiale per un giubileo dei movimenti popolari, l’appoggio del Dicastero per lo sviluppo Umano Integrale per questa iniziativa, il fatto che essa si articolasse non solo nel pellegrinaggio alla Porta Santa, ma che contenesse anche il V incontro mondiale dei “movimenti delle tre T ( Tierra, Techo, Trabaho)”, e che tutto avesse come base il palazzo della comunità di Spin Time, ma ha rilanciato in maniera profonda, articolata e innovativa, la scelta radicale di questa Chiesa dei poveri, che sta al loro fianco nella lotta per la giustizia sociale e per un altro mondo possibile. Mentre pronunciava il discorso ai movimenti in un’aula Paolo VI piena di campesinos, cartoneros, occupanti di case, lavoratrici e lavoratori precari, rifugiati sopravvissuti ai lager libici o al genocidio in Palestina, studenti e studentesse militanti di collettivi delle scuole e università, mi è apparso chiaro il “disegno”: Francesco aveva aperto uno squarcio, dato uno scossone formidabile a ciò che rischia sempre di inaridirsi, tra la cristallina via indicata da Gesù di Nazareth, e le tortuose necessità della miseria umana, e Leone ora “strutturava” il varco aperto, lo rendeva sentiero dagli argini definiti e sicuri, dai quali nemmeno un mastodonte millenario come la Chiesa cattolica, potesse più tornare indietro.
Una riaffermazione in concreto del fatto che ogni papa ha la sua missione, e anche che quelli che sono davvero Santi e profetici come Francesco, vedono al di là della loro esistenza in vita. Robert Prevost fu nominato da Francesco al Dicastero dei Vescovi, un posto così importante che permette a chi lo guida di conoscere tutti coloro che poi siederanno in un Conclave. Lo chiamò dalle montagne del Perù dove stava da vent’anni. Sono convinto che Francesco abbia pensato che dopo il terremoto, indispensabile per poter riaprire da dentro le porte di una Chiesa che se non è missionaria e misericordiosa diventa solo un’istituzione vuota, ci volesse la ricostruzione con nuove fondamenta. Leone, uno che si è dimostrato capace di incontrare Re Carlo la mattina e i movimenti il pomeriggio, uno che accontenta i tradizionalisti che vogliono celebrare in latino in guanti bianchi e pieni d’oro, e riceve chi “è venuto da un centro sociale, Spin Time, fino qui in Vaticano”, ha voluto ribadire Francesco, cosa già di per sé straordinariamente positiva, ma non si è fermato lì.
“Uno dei motivi per cui ho scelto il nome Leone XIV è l’Enciclica Rerum Novarum, scritta da Leone XIII durante la rivoluzione industriale. Il titolo Rerum Novarum significa “cose nuove”. Ci sono certamente cose nuove nel mondo, ma quando diciamo questo, in genere adottiamo uno sguardo dal centro e ci riferiamo a cose come l’intelligenza artificiale o la robotica. Tuttavia oggi vorrei guardare alle cose nuove con voi, partendo dalla periferia”. Con questo incipit il discorso di Leone afferma una prima verità: le “cose nuove”, il progresso si sarebbe detto ai tempi di Leone XIII, non è uguale se lo guardi con gli occhi di chi si arricchisce, di chi sta bene e comodo, di chi ha potere oppure se assumi la prospettiva di chi soffre, di chi sta male, di chi subisce il disastro delle guerre e della diseguaglianza sociale. Una prima grande verità, che impone una scelta netta: da che parte guardare? Il mondo così com’è non va bene a tutti. Non fa star bene tutti. C’è da fare una scelta di parte per chi vuole seguire il Vangelo, non si può pensare di trasformarlo in un alibi, piuttosto che in una visione che parte dal punto di vista dei poveri, della periferia.
“Io ci sono, sono con voi!” ha detto papa Leone, e ha voluto alzare il tono della voce, cosa che si sente che non gli è facile. Sono con voi. Guardo le “cose nuove” a partire dall’umano, non dalla tecnica o dalla scienza, non dal potere o dal successo. Guardo l’umanità, come la guardava Leone XIII pensando ai lavoratori sfruttati e senza diritti all’alba di una rivoluzione produttiva, e chiamando “progresso” ciò che avrebbe condotto all’affermazione di nuovi diritti per gli esseri umani che stavano in fondo, alla “catena” di montaggio, e non in generale, attraverso una visione astratta che è sempre un alibi per rendere il “progresso” solo un privilegio per pochi. Le basi “metodologiche” e teologiche della “dottrina sociale della Chiesa”, che quella Rerum Novarum di Leone XIII pose cent’anni fa, oggi Leone XIV le ripropone per iniziare di nuovo il cammino, necessario evidentemente perché tutto ciò che abbiamo conosciuto dopo quella rivoluzione industriale, dai diritti di lavoratori e lavoratrici alle conquiste dello stato sociale, non esiste più. Agli inizi del XX secolo la “Rerum Novarum” di Leone XIII questo diceva: ”La sottomissione della maggioranza al potere di pochi determina il fatto che un piccolo numero di uomini molto ricchi ha potuto imporre alle masse brulicanti dei poveri lavoratori un giogo poco migliore della schiavitù stessa”. È passato un secolo, eppure queste parole sono diventate di nuovo di attualità.
(1- continua)