La neoambasciatrice in Italia
“L’Italia ora non ha più scuse, riconosca lo Stato di Palestina”, parla la nuova ambasciatrice palestinese Abuamara
«Il rilascio degli ostaggi, l’esclusione di Hamas da posizioni di governo: le condizioni che erano state poste per questo passo ora ci sono», dice la neoambasciatrice palestinese in Italia. «La visita del presidente Abbas a novembre può essere un’opportunità»
Interviste - di Umberto De Giovannangeli
Una intervista a tutto campo quella concessa in esclusiva a l’Unità da Mona Abuamara, neo Ambasciatrice di Palestina in Italia.
Signora Ambasciatrice, può esserci una vera pace senza la fine dell’occupazione israeliana?
No, non ci può essere una vera pace, perché una vera pace non c’è senza una vera giustizia. E non ci può essere una vera giustizia senza la fine dell’occupazione, prolungata e costante, che ha preso la forma dell’apartheid e del genocidio.
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In questo scenario, come valuta il “Piano-Trump”? Sul campo il cessate il fuoco vacilla e il bilancio dei morti continua ad aumentare.
Questo piano prevede il cessate il fuoco e non può essere confuso con il concetto di pace. Perché la pace non può riguardare solamente Gaza. Bisogna considerare l’intero territorio palestinese. Una pace basata sulla giustizia è l’unica che può garantire una stabilità. In questo caso, invece, non si può avere. Tra l’altro, sappiamo già che Netanyahu romperà anche questo accordo perché vuole promuovere guerre, non importa dove, anche per non essere perseguito sia dentro che fuori Israele, dato che secondo la Corte penale internazionale è un fuggitivo con un mandato contro di lui.
Oltre 67mila morti, tra i quali almeno 20mila bambini, quasi 2000mila i feriti, in stragrande maggioranza civili, donne e bambini. La Striscia di Gaza trasformata in un cumulo infinito di macerie. Si può cancellare tutto questo in nome della “ricostruzione” di Gaza?
Tutto quello che è successo non può essere cancellato. Non deve essere cancellato. Assolutamente no. Le persone, i palestinesi, non sono numeri e le loro vite valgono come valgono quelle di tutti gli altri. Purtroppo, la comunità internazionale ha lasciato che Israele proseguisse, andasse avanti con questa devastazione, con questo genocidio, con questa crudeltà. A questo punto, bisogna invece che Israele paghi per quello che ha fatto in questi due anni bui. Per ricostruire c’è bisogno di questo. Si possono ricostruire delle case, ma non si può ricostruire la fiducia senza che chi ha commesso dei crimini così efferati paghi per questo. Dopodiché sarà possibile guarire. Questa guarigione, possibile solo dopo che Israele avrà pagato per i suoi crimini, potrà permettere di ricostruire un clima di fiducia dall’interno.
In questi mesi le piazze italiane si sono riempite come mai era accaduto nella storia recente. Milioni di persone, moltissimi i giovani, hanno manifestato contro il genocidio di Gaza e per una Palestina libera e indipendente. Cosa raccontano quelle piazze?
Da palestinese, prim’ancora che da ambasciatrice e rappresentante del popolo palestinese, dico che il messaggio che arriva da queste piazze è non siete soli. Il popolo italiano, come i popoli di tutto il mondo, di ogni Paese e di ogni città ci sta dicendo questo, che per noi ci sono. Un’altra cosa altrettanto importante che ci dice è: la vostra causa è una causa giusta, perché noi siamo in grado, ci dicono i popoli nelle strade, nelle piazze, di distinguere in questa storia tra le vittime e i carnefici. Questo ci dà una sensazione di speranza per il futuro. Un futuro che sembra più vicino, dove finalmente trionfi la giustizia per il popolo palestinese.
Da donna e madre come si sente pensando alle migliaia di donne gazawe costrette a partorire in strada o a tenere in braccio dei bambini ridotti a scheletri umani?
Mi sento colpevole. Perché io sono al caldo, posso abbracciare i miei figli. Come madre, come donna, come essere umano, sento di non riuscire a fare abbastanza. E questo senso di colpa per essere una che può mangiare e fare quello che vuole, non mi fa dormire, mi ha fatto ammalare il dolore di non poter fare abbastanza per alleviare la pena di queste persone indifese. Un dolore accresciuto dal fatto che il mio popolo, i palestinesi non sono visti come esseri umani dal resto del mondo.
Il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte dell’Italia. Se non ora, quando?
È un passo che l’Italia avrebbe dovuto fare ieri, l’anno scorso o dieci anni fa. È in ritardo. Speriamo che il momento arrivi almeno adesso. Non si capirebbe altrimenti quale sia davvero la posizione dell’Italia. Afferma di sostenere la soluzione dei due popoli, due Stati, ma come può sostenerla se non riconosce lo Stato palestinese, che è quello del popolo oppresso, mentre lo Stato dell’occupante viene riconosciuto e sostenuto sempre e comunque? È necessario che l’Italia riconosca anche lo Stato di chi è oppresso e riconosca il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. È molto importante che questo passo venga compiuto adesso, anche per un’altra ragione…
Quale, Signora Ambasciatrice?
L’Italia ha posto recentemente delle condizioni per questo riconoscimento, parlando della restituzione degli ostaggi e dell’esclusione di Hamas dalle posizioni di governo. Visto che tutto questo è stato fatto, le due condizioni adempiute, è il momento che l’Italia compia questo passo. Mi auguro di cuore che ci si stia avvicinando. Con l’arrivo in Italia del presidente Abbas agli inizi di novembre, questa potrebbe essere una opportunità per l’Italia di riconoscere finalmente i diritti del popolo palestinese.
Lei ha parlato di Hamas. In una intervista che concesse ad un grande giornalista israeliano, Gideon Levy, Ehud Barak, che fu primo ministro d’Israele, il militare più decorato nella storia dello Stato ebraico, ebbe a dire che se lui fosse nato a Gaza probabilmente sarebbe stato un terrorista.
Non è nato a Gaza ma è comunque un terrorista. Questa definizione di terrorismo è stata soggetta, come altri termini, a un doppio standard.
Le definizioni che dà il mondo occidentale fanno sempre sì che quella stessa definizione quando si parla dei palestinesi assume un carattere di eccezione. Se prendiamo ad esempio i coloni degli insediamenti e quello che fanno, i crimini che commettono, armati da dei ministri che sono degli estremisti, gli attacchi armati che compiono in Palestina, uccidendo, ferendo, dando fuoco e distruggendo case e terre. Loro compiono azioni che non possono essere ridotte a una generica violenza dei coloni. Compiono azioni criminali molto precise e reiterate. Senza subire alcuna conseguenza, in uno stato di totale impunità. Questo discorso vale anche per le leggi del diritto internazionale. Esiste un diritto alla resistenza, secondo il diritto internazionale, ma questo diritto viene negato ai palestinesi. Mentre l’occupazione, illegale secondo il diritto internazionale, viene tollerata. Il diritto internazionale viene interpretato diversamente a seconda di chi dovrebbe poi rispettarlo. Ciò che ci si dovrebbe attendere, per cui battersi, è che Israele paghi per le atrocità commesse e che il diritto internazionale proibisce.
È molto importante che le definizioni vengano rispettate e che la comunità internazionale applichi gli stessi criteri con tutti e non si faccia eccezione per i palestinesi e i loro diritti. Un esempio lampante di questo è che se un palestinese nel proprio villaggio subisce l’attacco di coloni terroristi, e si difende da questo attacco, per proteggersi, viene definito lui un terrorista. Questo è un uso che fa Israele di questa terminologia per evitare che i palestinesi siano difesi da questi attacchi, una manipolazione del termine terrorista, che la comunità internazionale non deve tollerare.
C’è chi sostiene che la prossima polveriera che esploderà è la Cisgiordania. Ma la comunità internazionale sembra ignorarlo.
È vero. Tre anni fa, molto prima del 7 ottobre 2023, affermai che la situazione in Cisgiordania sarebbe esplosa e che i palestinesi sarebbero stati incolpati per questo. Molto prima del 7 ottobre, i palestinesi venivano uccisi tutti i giorni, i bambini venivano arrestati, la confisca delle terre era una prassi quotidiana, gli alberi venivano sradicati, il trasferimento forzato, la demolizione delle loro case, Gerusalemme Est era un inferno. La tragedia del popolo palestinese non nasce l’8 ottobre 2023. L’occupazione, con tutto ciò che essa comporta in termini di dolore, umiliazione, morte, dura da decenni. La comunità internazionale non faceva nulla perché sembrava che in Israele andasse tutto bene. Ma il fatto che in Israele andasse tutto bene, non significava che andasse tutto bene in Palestina dove milioni di persone, un popolo intero era soggiogato e sotto occupazione. Quello che sta accadendo a Gaza è solo un’accelerazione di un piano che va avanti da cent’anni. Se la comunità internazionale non metterà in atto una vera deterrenza nei confronti d’Israele, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est si arriverà allo stesso livello di pulizia etnica e di lento genocidio come a Gaza.