Le sfide del nostro tempo

La retorica della “nazione” assediata che impone una guerra permanente…

Si moltiplicano i fondi per la difesa e alla sorveglianza, il modello è reprimere il dissenso, criminalizzare la povertà. Palazzo Chigi disegna un ordine che ci cala a forza in guerra non dichiarata

Esteri - di Giovanna Cavallo

17 Ottobre 2025 alle 14:00

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Guido Calamosca/ LaPresse
Guido Calamosca/ LaPresse

Nel suo discorso alla Knesset, il presidente Donald Trump, con toni marcatamente autocelebrativi e autoreferenziali, ha esaltato la tregua a Gaza come una vittoria della pace, frutto della forza americana. È l’ennesima espressione di quella visione occidentale che, sin dall’epoca coloniale, interpreta la storia mondiale come il teatro dell’azione civilizzatrice dei “forti” sui “deboli”.

In quelle parole, dove non vi è stato alcun cenno alle migliaia di vittime inermi, agli uomini, alle donne e ai bambini travolti da un’aggressione militare che continua a mietere vite innocenti, si rivela un ordine politico globale in cui la pace non coincide con la giustizia, ma con il dominio; non rappresenta la fine della violenza, ma la sua legittimazione, quando esercitata dai potenti. Nessun riferimento alla devastazione umanitaria in Palestina, alle sofferenze di chi subisce sulla propria pelle la distruzione sistematica di intere comunità civili in un silenzio che pesa più delle parole.

Ciò che apparso evidente è che questa “pace trumpiana” non fermerà il genocidio che da tempo si consuma in quella regione: esso proseguirà, sotto forme diverse, nella privazione della terra, nella negazione dei diritti fondamentali e della autodeterminazione, nelle gravi violazioni del diritto umanitario perpetrate da Israele ai danni del popolo palestinese. Dunque è una pace che ignora la giustizia e perpetua la disuguaglianza, un ordine fondato sulla rimozione della verità. Il discorso di Trump lascia trasparire chiaramente questa logica perché legittima la violenza in nome di una presunta stabilità e che, lungi dal restare confinata alla scena israelo-palestinese, si diffonde come una macchia d’olio nel resto dell’Asia, in Siria, dove le ferite della guerra non si sono mai rimarginate e dove la ricostruzione procede all’insegna dell’autoritarismo e della dipendenza economica, in Libano, schiacciato tra crisi economica, fragilità politica e pressioni regionali che ne minano la sovranità. La sua “pace” si traduce in sopravvivenza: un equilibrio precario che serve più agli interessi delle potenze che ai bisogni dei popoli. È una pace che non restituisce voce alle vittime, ma consolida il potere di chi ha le armi; che non sana le ferite, ma le rende strutturali.

La storia – recente e passata – insegna che la pace nata dalla forza è fragile: si regge sul timore, sulla deterrenza. È una pace armata, che sopravvive solo finché la paura resta più grande della speranza e che non si fermerà confinata ai palcoscenici geopolitici perché sta penetrando anche nelle nostre società, nelle scelte economiche e nei linguaggi della politica. L’aumento delle spese militari, la corsa agli armamenti, la crescita dell’industria bellica vengono presentati come garanzie di stabilità, finendo per alimentare quella stessa economia di guerra che pretendono di contenere. E in questo schema, dove la forza diventa linguaggio universale, anche il vecchio continente si sta riconoscendo, incapace di immaginare un ordine diverso da quello fondato sul controllo, sull’intervento, sulla deterrenza. Nei nostri territori la “sicurezza” è diventata una merce, la pace un prodotto collaterale dell’equilibrio tra potenze, e il conflitto un motore economico. Ogni euro investito in riarmo è un euro sottratto alla sanità, alla scuola, alla tutela ambientale, ai diritti sociali che garantiscono coesione e dignità. La militarizzazione delle economie è anche la militarizzazione delle nostre vite: precarizza, impoverisce, riduce la libertà collettiva. La logica della forza esterna si traduce in forza interna: nel controllo, nella repressione, nella paura come strumento di governo.

Ed è qui che la sfida si fa anche italiana. Mentre si moltiplicano i fondi destinati alla difesa e alla sorveglianza, il governo nazionale consolida un modello che sembra rispondere alla stessa grammatica della potenza: quella che reprime il dissenso, marginalizza la solidarietà, criminalizza la povertà. Dalle politiche securitarie alle restrizioni dei diritti delle persone migranti, dalla gestione autoritaria delle proteste alla retorica della “nazione assediata”, si disegna un ordine fondato sulla paura, un ordine che fa di noi – tutti – soggetti di una guerra permanente, anche se non dichiarata. E se metaforicamente immaginiamo di essere dall’altra parte della barricata, l’unica forza che resta, quella che abbiamo a disposizione, è quella della pace che non distrugge ma costruisce, che non impone ma condivide. È la forza del diritto internazionale quando viene rispettato, la forza delle comunità locali che, nonostante la guerra e la violenza, continuano a difendere la dignità umana e la memoria. È la forza delle piazze che in Italia, negli ultimi mesi, hanno saputo riconoscere il proprio spazio di azione civile: la solidarietà come pratica politica, la responsabilità come forma di resistenza.

Quelle piazze, che chiedono cessate il fuoco, che denunciano i profitti di chi specula sulla guerra, che invocano la fine del riarmo, ricordano a tutti noi che la pace non è assenza di conflitto, ma costruzione quotidiana di giustizia e di resistenza. Le comunità locali diventano così laboratori di un nuovo ordine possibile, fondato sul mutuo aiuto, sull’inclusione, sulla cooperazione internazionale dal basso. Difendere questi spazi civici significa preservare la nostra libertà e la nostra democrazia. La sfida lanciata da Trump, la pretesa che solo la forza possa garantire “stabilità” e “pace”, ci mette di fronte alla necessità di rispondere con un altro paradigma: quello dell’azione dal basso, della costruzione di reti civiche e di cittadinanza globale, della solidarietà internazionale.

Non possiamo permetterci di perdere questa ricchezza plurale e resistente che ha attraversato le strade cittadine perché è lì, nella forza della società civile, che si trova il vero antidoto alla barbarie. In questo ordine mondiale targato Trump, che vuole confondere la potenza con la verità, rivendicare la forza della pace, e non la pace con la forza, è un atto di resistenza civile e morale. La sfida del nostro tempo non è imporre l’ordine, ma costruire un ordine giusto: un ordine che non si regga sulla paura, ma sulla dignità e l’autodeterminazione delle comunità locali.

*Forum per cambiare l’ordine delle cose

17 Ottobre 2025

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