L'informativa del ministro alle Camere
Tajani, lo show vuoto del ministro su Gaza: ma incassa il sì del Pd all’invio di truppe nella Striscia
Speriamo bene. È il senso dell’intervento del vicepremier. Che non fornisce nuovi dettagli sul piano Trump ma incassa l’ok di Pd e AvS all’invio di truppe. No dei 5s
Politica - di David Romoli
Nella sua informativa alle Camere sullo stato dell’arte del Piano Trump per Gaza il ministro degli Esteri Tajani dice pochissimo e quasi niente che non fosse già universalmente noto. Il capo dei senatori del Pd Boccia lo accuserà poi di essersi “limitato a un’informativa burocratica che non dice niente sul futuro”. Non che abbia torto.
Ma ministro o non ministro, Tajani si muove al buio, senza avere idea di quale sarà il quadro anche solo tra pochi giorni, figurarsi sui tempi medio lunghi. Può solo annunciare la visita del presidente dell’Anp Abu Mazen a Roma, il prossimo 7 novembre, come prova della capacità dell’Italia di mantenere aperto il dialogo con tutti. È l’unico passaggio davvero polemico che Tajani si permette: rivendicare una parte del merito della tregua raggiunta grazie a Trump e segnalare che il positivo, anche se non meglio specificato, contributo italiano alla tregua lo si deve solo al fatto di aver imboccato una via opposta a quella indicata dall’opposizione, cioè dall’aver evitato mosse di rottura con Israele: “Abbiamo costruito ponti a dispetto di chi voleva farli saltare”.
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Ma l’informativa di ieri non era un obbligo appunto burocratico. Aveva un obiettivo preciso. L’iniziativa di Trump, “il cui successo potrebbe costituire una svolta che cambia il volto del Medio Oriente e quindi del Mediterraneo”, è certo “ancora appesa a un filo”. Però “quel filo di speranza si sta rivelando solido” e anche se così non fosse conviene muoversi per tempo in vista di una eventuale pace duratura. L’Italia, come tutta l’Europa, è stata relegata ai margini nei due anni di guerra e nonostante le sibilline rivendicazioni del suo governo, anche nel raggiungere la tregua. Per Giorgia e per tutti i suoi ministri l’importante è ora non essere tagliati fuori anche dalla pace. Tajani si augura che si arrivi a una “unità di intenti” di tutte le forze politiche sulla partecipazione alla già prevista missione di peacekeeping. Non che ci siano dubbi in proposito. La decisione spetta al Parlamento, ricorda Tajani, ma non c’è alcun dubbio sul fatto che la maggioranza approverà senza un attimo di esitazione la partecipazione alla Forza Internazionale di Stabilizzazione, come si è stabilito di battezzarla. Ma presentarsi all’appuntamento con alle spalle l’unanimità delle forze politiche darebbe al governo un peso e un’autorevolezza, dunque anche un ruolo effettivo, ben più rilevanti.
Il Pd non si sottrae. Non potrebbe in nessun caso: non è il M5s, che può permettersi di ringhiare perché questo si aspettano i suoi elettori. Sa di non poter e neppure voler apparire come chi intralcia la fine della mattanza. Provenzano non risparmia critiche, soprattutto sul ritardo del riconoscimento dello Stato palestinese, ma la risposta è positiva: “Se sarà necessaria una missione internazionale su mandato Onu non solo siamo pronti a discuterne ma diciamo subito che l’Italia deve esserci”. Avs si scosta solo un po’ dalla linea del Pd ma senza vere preclusioni. Il M5s invece spara a zero. “Questo piano non porterà alla pace: i palestinesi saranno costretti a vivere nelle riserve come i pellerossa”, martella il capo dei deputati Ricciardi ma senza dire apertamente no alla missione. L’obiettivo di un Parlamento unito, o almeno senza voti contrari grazie all’escamotage dell’astensione, è a portata di mano.
Nel pomeriggio lo stesso Tajani riunisce tutti i ministri interessati per mettere mano, come anticipato in aula dal ministro, a un progetto concreto soprattutto in termini di nutrimento, assistenza sanitaria e formazione. Il primo passo è l’ipotesi di una serie di abitazioni prefabbricate in grado di essere abitate anche per “un medio periodo” e dell’invio di personale medico per affrontare l’emergenza. Certo, la ricostruzione sarà anche un grosso affare e l’Italia mira a coinvolgere quanto più possibile il settore privato ma entrare sul serio in quell’affare bisogna prima essere stati protagonisti di primo piano sul fronte umanitario e del peacekeeping. La sfida del governo è questa e per farcela ha bisogno che almeno sulla missione militare l’opposizione non si metta di mezzo. Sempre che tutto vada bene e che il filo che fa sperare Tajani non si spezzi subito.