L'europarlamentare Pd

Intervista ad Annalisa Corrado: “Pace? È un’altra cosa, Meloni vassalla di Trump, la mobilitazione deve continuare”

«Festeggiamo il cessate il fuoco», dice l’eurodeputata Pd, «ora bisogna vigilare perché il piano non diventi solo spartizione di un territorio. Il popolo palestinese chiede di vivere, certamente, ma da libero e non più sotto occupazione»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

14 Ottobre 2025 alle 09:00

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Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica
Photo credits: Giuliano Del Gatto/Imagoeconomica

Da Strasburgo al mare di Gaza. Il lungo viaggio di Annalisa Corrado, europarlamentare del Partito democratico. Una esperienza politica e di vita che Corrado racconta a l’Unità con l’umanitarismo radicale che è il tratto distintivo del suo percorso politico.

Oggi (ieri per chi legge) Donald Trump celebra a Gerusalemme prima e a Sharm el-Sheikh poi, l’accordo su Gaza. Cosa rappresenta per chi ha fatto parte di una esperienza così importante come quella della Global Sumud Flotilla, questo spiraglio di vita per i gazawi?
Una duplice sensazione. La prima è un grande sospiro di sollievo, una grande gioia. Sembra che le armi abbiano cessato di mietere vittime innocenti e questa è fonte di speranza, che tutti gli ostaggi vengano rilasciati, che si riaprano corridoi umanitari. Un primo pezzo dell’accordo che se realizzato pienamente porterebbe dei cambiamenti vitali per le persone coinvolte. Questo sicuramente è un dato positivo, a cui si accompagna una grande preoccupazione…

Quale?
Altri precedenti cessate il fuoco sono saltati. Ma la preoccupazione più grande è sulle prospettive. Si tratta di un piano costruito totalmente ortogonale rispetto ai classici canali della diplomazia, e che al momento è passato completamente sopra le comunità palestinesi. Per questo c’è bisogno di mantenere occhi vigili sullo sviluppo di questo piano perché quel piano non diventi semplicemente la spartizione di un territorio ma la base per una pace solida e duratura. Una pace che, come giustamente ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella passa per la fine dell’occupazione israeliana e per la realizzazione del diritto del popolo palestinese a vivere in uno Stato indipendente, sovrano su tutto il proprio territorio, a fianco dello Stato d’Israele. Festeggiamo il cessate il fuoco. Ma la pace è altra cosa ed è per questo che la straordinaria mobilitazione di questi mesi deve continuare. Il popolo palestinese chiede di vivere, certamente, ma di vivere da donne e uomini liberi e non più sotto occupazione.

In Italia si è subito innescata una polemica politica, con Giorgia Meloni che ha rivendicato a sé e al Governo che guida, l’assunzione del “Piano Trump”, tacciando l’opposizione, in particolare il Pd, di essere rimasto fuori, dimostrando, dice Meloni, di essere più estremista di Hamas.
Nel risponderle, mi viene in mente la gaffe fatta da Tajani che posta un ragazzo palestinese tra le macerie di Gaza con la bandiera italiana, con il ministro degli Esteri che commenta l’Italia è a Gaza e ci ringraziano per il nostro fondamentale apporto. Invece quello era un ragazzo che manifestava il ringraziamento per le tante e i tanti che erano insorti nelle piazze contro il Governo italiano complice del genocidio. Provano a riscrivere la storia. Ma la realtà è che il Governo italiano non ha avuto alcun ruolo se non quello di dire sempre di sì a Trump. Il Governo italiano tutte le volte che avrebbe potuto spingere nella direzione giusta, non l’ha fatto. Non ha chiesto in Europa la sospensione degli accordi con Israele. Non ha fatto l’embargo delle armi, mantenendo il memorandum militare con Israele. Non ha mai spinto per la sospensione degli accordi commerciali. Ha continuato a chiamare Israele uno “Stato amico”, l’unica democrazia del Medio Oriente. Non ha fatto assolutamente nulla. L’unico momento in cui ha dovuto cedere, in qualche modo, alla pressione clamorosa dei milioni di persone scese in piazza, con sondaggi che dicono che l’80% degli italiani vuole il riconoscimento dello Stato di Palestina, Giorgia Meloni è riuscita a dire che è per un riconoscimento “condizionato”. Una cosa che non esiste, che si è inventata lì per lì. Questo vuol dire, però, che la pressione popolare per lo Stato palestinese è stata tale che persino un Governo come questo è dovuto scendere a patti con questa pressione. Una pressione che non ha avuto confini. Che ha unito l’Europa dei popoli, che ha coinvolto gli stessi Stati Uniti, e non solo nei campus universitari, gli stessi repubblicani hanno manifestato malessere per il sostegno indefesso di Trump a Netanyahu. Una pressione inedita che ha cambiato la postura di Trump. Ricordiamoci che il presidente americano è quello della “Riviera-Gaza”, della Striscia-resort. Non è che per miracolo è diventato un altro. Evidentemente si è reso conto, persino lui, che questa ostinazione genocidaria avrebbe causato danni indelebili, storici, per Israele per tanti anni a venire.

Per aver sostenuto con forza le istanze pacifiste, Elly Schlein è stata tacciata di tutto e di peggio: veteropacifista, sinistrorsa, subalterna a questo o a quello etc.
Elly Schlein è giovane, è donna, è molto progressista, femminista, addirittura ecologista e quindi è un’anomalia del sistema. È chiaro che ogni scusa è buona per attaccarne la leadership che invece, a mio avviso, è molto solida, pragmatica, cristallina su certi temi. Essere radicali non significa essere integralisti. Significa voler arrivare alle radici delle questioni e io credo che lei questa radicalità positiva la stia incarnando benissimo. Ma forse io sono molto di parte, perché sono considerata la più “gruppettara” e “sinistrorsa” del gruppo ristretto di Elly. La risposta popolare a quello che di tragico, di vergognoso stava accadendo a Gaza, ci ha visto schierati dalla parte giusta della storia. Con la nostra presenza nella Flotilla e con le richieste importanti e radicali di questi mesi di Schlein, che si è spesa tantissimo per portare tutte le forze di opposizione su queste richieste, ecco, io sono convinta che il nostro popolo ce ne sia grato di questo posizionamento.

L’Europa della Flotilla e l’Europa di Strasburgo. Lei l’ha vissute tutte e due. Queste due Europe sono inconciliabili tra loro?
Assolutamente no. Continuo ad esserne convinta. Sono comunque in stretta comunicazione. Nel senso che è vero che era un anno che noi provavamo a Strasburgo a fare una risoluzione su Gaza, sulla Palestina, perché trovavamo insopportabile il doppiopesismo rispetto alla situazione in Ucraina. Tutti, giustamente, al fianco dell’Ucraina, la popolazione palestinese può essere invece sacrificata. Questa era la dicotomia insopportabile. Però non riuscivamo a chiudere delle maggioranze. Ci siamo riusciti solo ed esclusivamente a seguito del progetto della Flotilla e della manifestazione di popolo più grande che la storia recente ricordi. Le istituzioni europee sono bloccate per il fatto che in questo momento storico la maggior parte dei governi nazionali sono di destra, sovranisti, alcuni molto nazionalisti, e le istituzioni europee, per come funzionano e per come sono regolate, dipendono ancora moltissimo, troppo, dagli Stati nazionali. Nonostante questa ingessatura, le istituzioni europee sulla Palestina hanno cambiato passo, dando conto che alla fine è il popolo sovrano che riesce a spostare gli equilibri.

Cosa si prova per aver partecipato alla Flotilla e alle manifestazioni per la Palestina e contro il genocidio di Gaza, a sentirsi tacciare di antisemitismo?
Questa è una cosa che trovo, con tutta me stessa, veramente insopportabile. Io sono cresciuta con i racconti di mia nonna partigiana che insieme ai suoi compagni e alle sue compagne hanno rischiato la vita anche al fianco della comunità ebraica, per proteggerli dalla deportazione, dallo sterminio nazifascista. Che adesso qualcuno con la fiamma nel simbolo, ci venga a dare lezioni su come essere contro l’antisemitismo, è qualcosa di raccapricciante. Noi siamo sempre stati dalla parte degli oppressi. E questo lo rivendico con fierezza. Ma la critica legittima, sacrosanta, al governo Netanyahu per la politica genocidaria messa in atto a Gaza, contro i palestinesi, non ha nulla ma proprio nulla a che vedere con l’antisemitismo. È una vergognosa bugia detta e ripetuta da chi sa di mentire. Salvini che ci accusa di antisemitismo e ha Vannacci che inneggia alla X Mas! Tra l’altro noi siamo al fianco della popolazione israeliana che lotta strenuamente contro il governo di Netanyahu e di ministri razzisti come Ben-Gvir e Smotrich. Le famiglie degli ostaggi hanno guidato la rivolta contro Netanyahu, perché si è avuto il sentore, sempre più forte e provato, che lui non aspettasse altro per radere al suolo Gaza e che degli ostaggi gliene importasse poco o niente. C’è poi una intellettualità diffusa nel mondo che è insorta. La religione in tutto questo non c’entra nulla. C’entra restare umani.

Che cosa le ha dato sul piano personale l’esperienza della Flotilla?
Forse è presto per fare un bilancio. Prima di tirare una linea credo che ci siano ancora delle ferite che si devono rimarginare. È stata una esperienza molto dura, soprattutto nella sua parte finale, molto violenta sia per quello che abbiamo subito direttamente, che pure è un milionesimo rispetto a quanto patiscono i palestinesi a Gaza come pure in Cisgiordania, gli ostaggi… È stata comunque una esperienza di contatto con una violenza cieca, con un desiderio di vendetta, di prevaricazione, che visto da lontano è un conto, visto da lì è un’altra storia. Come ci hanno diviso, come hanno picchiato alcuni di noi, ci hanno preso in giro tutto il tempo, le denigrazioni, le torture psicologiche, la privazione di sonno, la negazione di qualsiasi contatto, la chiusura dentro i furgoni-carcere. Insomma, dal punto di vista psicologico, per me, e dal punto di vista fisico, per alcuni dei nostri compagni, è stata una esperienza molto violenta. C’è stato un prima e un dopo nella mobilitazione della società civile, rispetto alla Flotilla. Sono molto fiera e onorata di aver portato il mio corpo, le mie paure, la mia boccetta di ansiolitici della quale mi hanno privato durante la detenzione. Io l’ho raccontata la mia fragilità. Niente più lontano da voler fare l’eroe. Ma in certi momenti della storia, anche sulla base del ruolo che si ricopre, si deve decidere da che parte stare. E io ritengo di aver fatto molto bene a scegliere di stare su quelle barche insieme alla società civile e a tutti i movimenti che sono rimasti a terra ma che con il cuore sono stati lì con noi. Mi sono sentita molto onorata anche di rappresentare le istituzioni, soprattutto nel momento in cui il Governo che avrebbe potuto fare tantissimo e non l’ha fatto, ha posizionato l’Italia dalla parte sbagliata della storia. Con Arturo Scotto, Benedetta Scuderi, Marco Croatti, eravamo lì non solo come liberi cittadini ma come rappresentanti eletti dal popolo.

Da madre, cosa può raccontare ai suoi figli di questa esperienza in rapporto anche ai 64mila bambini palestinesi uccisi o amputati a Gaza?
Loro sapevano tutto. I miei figli sono grandi, hanno 20 e 17 anni, prima che decidessi di partire abbiamo parlato a lungo della situazione. Sono tra quei ragazzi, tantissimi, che hanno animato i cortei, riempito le piazze, occupato scuole e università, mostrando uno straordinario risveglio delle coscienze. La cosa che mi sono sentita di dire ai miei figli quando sono partita, è stato che se fosse successo a noi, io avrei voluto che qualcuno ce la mettesse tutta per venirci ad aiutare. È vero che stavo correndo un pericolo, è vero che stavo mettendo loro in una situazione di angoscia, ma ci sono dei momenti storici in cui vale di più il dolore degli altri che la propria paura. E questo credo che sarà qualcosa che anche loro si porteranno dentro.

14 Ottobre 2025

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