L'accordo firmato d Israele e Hamas

La pace a Gaza ferma il genocidio, ma i crimini di guerra di Netanyahu macchieranno per decenni la bandiera israeliana

Che questo accordo segni la fine della guerra tra israeliani e palestinesi è molto improbabile. La strada della pace è lunghissima. Oggi però è il giorno della tregua che solo dieci giorni fa sembrava impossibile

Esteri - di Piero Sansonetti

10 Ottobre 2025 alle 12:00

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La pace a Gaza ferma il genocidio, ma i crimini di guerra di Netanyahu macchieranno per decenni la bandiera israeliana

Hanno festeggiato a Gaza. I superstiti. Hanno festeggiato, speranzosi, anche a Gerusalemme e a Tel Aviv, i parenti dei pochi ostaggi sopravvissuti a questi due anni di orrenda prigionia, di torture e di bombardamenti. La giornata di ieri è questo: festa. Giusto. Bisogna dare merito a Trump: non erano solo chiacchiere le sue. Poi, però, non facciamoci prendere dall’entusiasmo. Che questo accordo segni la fine della guerra tra israeliani e palestinesi è molto improbabile. La strada della pace è lunghissima.

Oggi però è il giorno della tregua che solo dieci giorni fa sembrava impossibile. E se la tregua sarà reale, e se i dettagli di questo accordo, che ancora non tornano, torneranno, vorrà dire che gli ostaggi ancora vivi, e che erano quasi certi di trovarsi nel braccio della morte, rientreranno nelle loro case. E che già oggi, e poi di nuovo nei prossimi giorni, cinquanta o cento palestinesi che erano destinati a morire non moriranno, e quelli che erano fuggiti di qua e di là, per salvarsi dallo sterminio, potranno immaginare di tornare alle loro terre. Non alle loro case, perché le case non ci sono più. Né le scuole, le chiese, né gli ospedali.

Allora facciamo qualche bilancio. Innanzitutto sull’iniziativa di Trump. È stato bravo, ha fatto prevalere le sue capacità negoziali, è riuscito a fare confluire in una spinta di pace tutte le condizioni politiche che si erano realizzate. La sconfitta militare di Hamas ma anche la sua vittoria politica e mediatica. La forza militare di Israele ma anche il tracollo della sua popolarità e della sua credibilità nel mondo. La fatica e la voglia di normalità dei paesi arabi e in particolare del Qatar. La spinta dell’opinione pubblica mondiale e persino la forza di milioni e milioni di persone scese in piazza, o in mare, in queste settimane, a fianco del popolo palestinese. Trump, che sa come si fa una trattativa, ha cercato di far avvicinare la forza delle due fazioni in campo. E in questo modo ha potuto convincere Netanyahu a invertire la rotta e obbedire agli ordini di Washington. E ha convinto anche i paesi arabi che era giunta l’ora sotterrare l’ascia e di puntare tutto sulla politica. Quei paesi, da sempre, conoscono bene la politica e anche la mediazione. Tanto che sono riusciti in breve tempo a ridurre alla ragione un gruppo terroristico fondamentalista come Hamas.

Cosa ci resta di questi due anni di follia?

1 – Un paese raso al suolo. Letteralmente annientato. Dalla ferocia del governo israeliano e dalla continua azione terroristica dell’esercito. È inutile negare la legittimità dell’uso di questa parola. Israele si è comportato da Stato impegnato in un’azione terroristica. Il terrorismo si distingue dalla lotta armata, e dalla guerra guerreggiata perché si basa non sull’attacco frontale al nemico ma sull’azione di strage o addirittura di sterminio della popolazione civile e delle infrastrutture fondamentali. L’attentato dinamitardo è questo: l’azione che vuole seminare morte tra gli innocenti per mettere in difficoltà le autorità. Israele ha adoperato esattamente questo metodo, moltiplicandolo per mille. Le stragi di bambini e i ripetuti attacchi agli ospedali avevano questo fine: mettere Hamas di fronte alla necessità di arrendersi per fermare il genocidio. Poi su questa seconda parola, genocidio, potremmo discutere per altri cent’anni. È stato genocidio? Forse, se davvero ci sarà pace, il genocidio sarà stato fermato. Impedito. E rendiamo atto a quel personaggio indecifrabile che è Donald Trump. Però mi pare che si possa dire che lo sterminio era programmato, e che quindi esistevano le condizioni per parlare di genocidio. Certamente si è trattato della più estesa realizzazione di crimini di guerra di un paese occidentale da quando è finita, cinquant’anni fa, la guerra del Vietnam. E questa realtà, purtroppo, macchierà per molti decenni la bandiera israeliana.

2 – Ci resta il ricordo della ferocia del 7 ottobre. Abbiamo visto decine di filmati che ci hanno raccontato quello che è avvenuto quella mattina. Il sadismo, la furia, il punto più basso dell’anima e del comportamento umano. E ci chiederemo per molti anni: come può una lotta di resistenza, un tentativo di risorgimento, anche una battaglia armata per la propria liberazione, per quanto giusta nelle cause e negli obiettivi, come può ridursi a questa barbarie che ricorda i nazisti?

3 – L’antisemitismo. Che cresce, in tutto l’Occidente e naturalmente nel resto del mondo. Ed è una bestia orrenda. È la madre o il padre di tutti gli altri razzismi. Il razzismo è uno dei fenomeni più infami prodotti dalla civiltà occidentale, e il suo rianimarsi, dopo tanti decenni e a sessant’anni dalla morte di Luther King, è una tragedia politica.

4 – Ci lascia però anche qualcosa di buono. La speranza. E la convinzione che il negoziato è possibile. Anche quando sembra impossibile. Che spes contra spem più vincere come pensava San Paolo e , più recentemente e meno religiosamente, Marco Pannella. E, appunto, si affaccia la speranza che il negoziato possa prevalere anche in Ucraina, e che si possa lavorare per un nuovo ordine mondiale che si fondi su qualcosa di molto simile all’articolo 11 della nostra Costituzione. Che esclude la guerra come strumento per risolvere controversie.

10 Ottobre 2025

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