Parla il giornalista

“Israele rovinato da chi lo difende ad oltranza. Evacuazione forzata di Gaza è una distonia mostruosa”, parla Gad Lerner

«L’indulgenza che gli hanno manifestato ha convinto Netanyahu che gli alleati storici, gli Usa per primi, anche se protestano, continueranno ad andargli dietro. Temo che per mantenere la propria sicurezza, lo Stato d’Israele distrugga la cultura ebraica millenaria»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

30 Settembre 2025 alle 12:30

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Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica
Photo credits: Saverio De Giglio/Imagoeconomica

Per la sua storia personale e per quella professionale, Gad Lerner è una delle voci più importanti, autorevoli, libere, dell’ebraismo italiano. Lo testimonia il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le prese di posizione che gli hanno scatenato contro anche dolorose accuse dei vertici della diaspora. Ma Gad Larner ha mantenuto sempre la schiena dritta. Nel suo libro, di grande successo, Gaza. Odio e amore per Israele (Feltrinelli), Lerner scrive: “Noi, che siamo nati dopo la Seconda guerra mondiale e lo sterminio delle nostre famiglie, abbiamo visto in Israele la salvezza e una certezza che sono venute meno. È accaduto per l’idea che si potesse negare per più di mezzo secolo l’esistenza della questione palestinese. Che bastasse la superiorità militare e tecnologica per agire con la sopraffazione. E questo ha fatto sì che da una parte esplodesse il fanatismo, l’idea di una grande Palestina dal fiume Giordano al mare. Dall’altra l’idea di una grande Israele senza i palestinesi, perché è questo che vuole la destra israeliana che ci ha portato nel vicolo cieco”. Un vicolo che si è trasformato in un abisso di orrore, distruzione, morte.

A mente fredda, cosa ti è rimasto dell’intervento-show di Benjamin Netanyahu all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite?
Quella di Netanyahu è stata una sfida alle Nazioni Unite rivolta al suo pubblico, per ribadire agli israeliani che gli altri sono nemici, tutti. È il concetto di fondo da sempre, dall’homo hominis lupus del revisionismo sionista. I valori biblici piegati da questa lettura sono impregnati di un umanismo infantile. Soltanto imparando a difenderci da soli, sapendo di non poter contare sull’aiuto di nessun altro, gli ebrei potranno sopravvivere. Questa è la lezione tratta dalla Shoah dalla destra revisionista, già teorizzata prima della Shoah da Zeev Jabotinsky, che del revisionismo sionista è stato il padre fondatore. In questo c’è una totale coerenza, alla quale si è aggiunta, nel calcolo di Netanyahu, la convinzione che per quanto gli alleati storici d’Israele, Stati Uniti per primi ma poi anche gli altri Paesi occidentali, possano mugugnare, protestare, addirittura arrabbiarsi e temere le continue violazioni del diritto internazionale, la spericolatezza dei suoi attacchi, le forzature rispetto a quanto con essi concordato, alla fine saranno costretti a venire dietro a Israele. E questo ha portato ad un tragico paradosso…

Quale?
L’aver manifestato indulgenza, da parte degli alleati, nei confronti d’Israele, l’aver pensato, dopo il 7 ottobre, che Israele potesse e dovesse reagire duramente, fare il lavoro sporco, lo sta facendo anche per noi è stato detto da qualcuno d’importante a Berlino, chiudiamo un occhio, concediamogli una deroga perché ne ha legittimità morale, tutte queste cose che avrebbero voluto essere aiuti per Israele, secondo me sono la sua disgrazia.

Perché?
Perché hanno convinto Netanyahu che lui può scatenare una guerra con l’Iran, che lui può bombardare a Doha la sede dei negoziati con Hamas, che tanto gli altri solo a parole prenderanno le distanze, perché hanno bisogno d’Israele e gli verranno dietro. In fondo, anche la dinamica di quei tredici giorni di guerra con l’Iran lo hanno riconfermato in questo. Nei primi giorni di quella guerra anche i più critici, Macron, Starmer, gli hanno manifestato totale appoggio e solidarietà, e chi ne era rimasto spiazzato, cioè il presidente americano Trump, l’ultimo giorno ha voluto mandare anche i suoi bombardieri. Insomma, un effetto trascinamento. Il discorso all’Onu di Netanyahu questo era.

Un tema cruciale è quello dell’identità d’Israele. Su questo sei autore assieme al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, di un libro importante, da oggi nelle librerie e negli store online, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente. (Feltrinelli) A ben leggere, si rappresentano, al meglio, le due anime d’Israele e della diaspora. Anime inconciliabili?
Spero di no ma è lo stesso rabbino Di Segni, ricordando le guerre civili ebraiche del passato, a dichiarare esplicitamente che il pericolo esiste. Il pericolo di una esplosione, di una frantumazione del mondo ebraico, che già si manifestava prima del 7 ottobre 2023. La scelta di Hamas e della Jihad islamica di colpire Israele in quel momento sicuramente ha a che fare anche con la destabilizzazione provocata nella democrazia israeliana da quel governo di estrema destra e da quei tentativi messi in atto di involuzione autoritaria che, inevitabilmente, si rendono necessari se vuoi costruire uno Stato etnico, una etnocrazia. Questa è la preoccupazione comune che ci ha portato, con questo libro, a rompere l’embargo, mi viene da dire. Per essere più precisi, che ha portato il rabbino capo di Roma, che è la principale autorità religiosa ebraica in Italia, l’uomo che dialoga anche con il Vaticano, a violare un vero e proprio embargo, un vero e proprio ostracismo che i portavoce delle istituzioni comunitarie avevano stabilito nei confronti dei dissidenti. Io avevo scritto un libro che ha venduto decine di migliaia di copie, sto girando l’Italia come Anna Foa e come altri. Ha avuto un forte impatto l’appello “No alla pulizia etnica” firmato da duecento ebrei italiani, tutto questo per i portavoce ufficiali delle nostre comunità non esisteva, non andava nemmeno citato, quasi in una logica sovietica, all’antica, secondo cui qualunque voce critica doveva essere considerata tradimento all’interno di uno schieramento di guerra. Il rabbino Di Segni ha deciso di rompere questo embargo, e con mia piacevole sorpresa, mi ha proposto di rendere pubblico questo nostro dialogo. Una piacevole sorpresa che si accompagna ad una profonda inquietudine.

Quale?
Vedere anche lui asserragliato in una visione stupefatta e indignata nel constatare che Israele non riesce a riscuotere consenso e solidarietà. Il non rendersi conto che non si aiuta Israele, semmai lo si danneggia e si alimenta il suo isolamento e l’ostilità nel mondo, se non si ha la dolorosa ma necessaria determinazione nel non difendere più ciò che è indifendibile. Sarebbe già molto se seguissero la dialettica che c’è nella società israeliana. In Italia abbiamo il paradosso che le voci di una opposizione, che in Israele si è manifestata in piazza perfino nei momenti più difficili della guerra, sono state bandite, embargate, trattate con ostilità se non addirittura criminalizzate. Con questo atteggiamento, non hanno di certo contribuito né alla lotta contro l’antisemitismo né a dare a Israele una prospettiva, un futuro diverso che non sia quello che Netanyahu ha definito con la parola “Sparta”, dando così l’idea di quello che dovrebbe diventare Israele, cioè un luogo presidiato militarmente in cui gli ebrei vivano al sicuro. E noi della diaspora, cosa dovremmo fare? Andare lì, nella “nuova Sparta” ebraica? A parte il fatto che, come è noto, quello che doveva essere il Paese-rifugio degli ebrei dopo la Shoah, è diventato il luogo più pericoloso della terra in cui vivere per un ebreo.

Il tuo libro, a cui facevi in precedenza riferimento, un libro coraggioso e che ha avuto un grande successo, è Gaza. Odio e amore per Israele (Feltrinelli). A Gaza siamo all’atto finale?
No, perché è impossibile. Perché il piano di distruzione totale di Gaza ha delle implicazioni non realizzabili materialmente. Perché ci vivono due milioni di persone. È vero che dall’Ucraina, pochi anni fa, se ne sono volontariamente allontanate più di due milioni, ma con i treni e con i Paesi vicini che li accoglievano. L’evacuazione forzata di Gaza è invece una distopia mostruosa, così come lo sarebbe quella dei tre milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania. Nella mentalità dei guerrafondai siamo sempre al momento decisivo, stiamo sempre alla volta buona. Ma le guerre non riescono a chiuderle. Quello che temo è che per mantenere la propria sicurezza, lo Stato d’Israele distrugga la cultura ebraica millenaria. E questo non sarebbe soltanto un danno terribile per tutti noi, ebrei della diaspora e anche ebrei israeliani legati alla nostra cultura. Nel far questo, Israele non diventerebbe più sicuro. Questa Sparta, questo Stato che vive della guerra, non rimarrebbe un luogo sicuro a lungo. Distruggerebbe un ebraismo millenario senza dare un futuro agli ebrei.

A giugno, nella grande manifestazione dei 300mila a Roma, prendendo la parola a Piazza San Giovani, hai affermato, in quella piazza gremitissima, il tuo considerarti sionista. Quell’affermazione ha suscitato discussioni, anche accese. Cosa significa per te definirsi ancora oggi sionista?
È una definizione che riguarda le vicende della mia famiglia, intanto, per ciò che è il passato. Chi è fuggito laggiù da alcuni Paesi europei in cui era perseguitato e in cui incombeva il pericolo, l’ha vissuto come il luogo della salvezza. I pionieri sionisti avevano dato vita al focolare del popolo ebraico scampato alla Shoah: lo Stato di Israele. Ma questa è una discussione che riguarda il passato. La domanda che io pongo a chiunque voglia discutere se il sionismo sia una forma di colonialismo, se le Nazioni Unite abbiano sbagliato a proporre il piano di spartizione della Palestina nel ’47, dico che tutte le opinioni in merito sono legittime, ma la domanda che vi faccio è: quei sette milioni e passa di ebrei che vivono in Israele, dove li mandiamo? Esattamente come quei sette milioni e più di arabi-palestinesi che vivono dal Libano alla Striscia di Gaza, dal fiume Giordano al mar Mediterraneo. Non hanno nessun altro posto in cui andare. Per cui mi sembra una discussione terminologica del tutto insulsa quella sulle definizioni. Certamente io, sionista, non accetto che questo termine di per sé equivalga a criminalità o fascismo.

30 Settembre 2025

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