L'intervista

Intervista a Massimiliano Smeriglio: “Tifo Schlein, un’altra Italia è possibile”

“Se la posta in palio è la stabilizzazione a destra del Paese, dobbiamo agire con tempestività, responsabilità e spirito unitario, investendo su processi di partecipazione popolare. Affrontiamo i nodi della spesa pubblica, della sanità, del salario, del salario minimo e di cittadinanza. Gravi il fermo ad Anna Foglietta e a Laika e lo sgombero del Leoncavallo”

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

9 Settembre 2025 alle 14:30

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Intervista a Massimiliano Smeriglio: “Tifo Schlein, un’altra Italia è possibile”

Massimiliano Smeriglio, Assessore alla Cultura di Roma, già europarlamentare.

Quello che si preannuncia è un autunno politicamente e socialmente molto caldo. Eppure, la stampa mainstream sembra morbosamente concentrata sul “suk” delle candidature per le Regionali. Siamo messi così male?
Siamo in una situazione internazionale drammatica. Una scia di sangue che sfregia le nostre coscienze perché ci fa sentire impotenti di fronte alla continua strage degli innocenti a Gaza. Il clima di guerra, il dibattito di guerra, le scelte economiche e sociali che ne conseguono, la fine del diritto internazionale, il ritorno furioso della logica della forza rischiano di soffocare ulteriormente la dialettica democratica in Europa e nel nostro Paese. Il fermo di Anna Foglietta e di Laika a Venezia perché sventolavano la bandiera palestinese è di una gravità senza precedenti. Così come lo sgombero del Leoncavallo, un colpo di spugna su 50 anni di attivismo. Fortunatamente la città di Milano e tutto il Paese stanno reagendo adeguatamente. Sarebbe opportuno parlare di questo, anche per evitare ulteriori meccanismi di allontanamento e disincanto dalla contesa politica. Lo dico in generale: si vince non per furbizie elettorali o pattizie, si vince rientrando nel contesto popolare con progetti locali e nazionali capaci di convincere i ceti meno abbienti della società, quelli che subiscono l’offensiva furiosa della destra ideologica che sbandiera il nazionalismo mentre privatizza lo Stato, la sua natura socialmente utile, il suo vincolo a redistribuire risorse, servizi, opportunità.

Quando si vuole attaccare la segretaria del Pd Elly Schlein, l’accusa più ricorrente è di essere succube di Conte, di Landini, o troppo spostata a sinistra e dunque troppo prossima ad Avs.
Penso che dobbiamo disertare questo inutile chiacchiericcio e concentrarci sul profilo che deve prendere la coalizione progressista e del programma di cambiamento che dobbiamo mettere in campo. La sfida è troppo importante, la posta in gioco sono gli eventuali dieci anni di governo Meloni. Per questo spero e tifo per il successo di Schlein e degli altri leader. Se così stanno le cose, se la posta in palio è la stabilizzazione a destra del Paese, dobbiamo agire con tempestività, responsabilità e spirito unitario. Investendo su processi di partecipazione, perché senza popolo non c’è trasformazione sociale. Ad esempio, non si capisce perché non si possono mettere in pista meccanismi coinvolgenti, come le primarie delle idee e per la leadership. Evitando di chiudere le decisioni in piccole stanze, ma investendo con coraggio nella chiamata in correità del popolo della sinistra.

Altra accusa: la leader dem è priva di “cultura di governo”. Lo chiedo a lei che è assessore alla Cultura di Roma, e che in passato ha ricoperto ruoli importanti nel Consiglio regionale del Lazio: ma cosa diavolo è questa tanto brandita “cultura di governo”?
La cultura di governo quale sarebbe, quella di Salvini con le sue cianfrusaglie sbattute ogni giorno sui social? O quella della premier che non si pone adeguatamente il tema di tutelare i cittadini italiani imbarcati sulla Global Sumud Flotilla? Ritengo sbagliato subire l’egemonia culturale dei salotti buoni, pieni di cattiva coscienza. Dobbiamo disertare l’agenda mainstream proposta da chi non vuole affrontare le difficoltà economiche di gran parte della popolazione e la trasformazione necessarie al Paese. E che si accodano a Meloni, pur di tutelare l’esistente. Come quando usano la parola riformismo pensando solo a orizzonti moderati e di compatibilità atlantica e liberista. Diamo un nome alle cose, il Berni, cronista del ‘500, riferendosi a Michelangelo e agli altri artisti del tempo diceva: “Ei dice cose, voi dite parole”. Costruire una narrazione dell’altra Italia possibile, affrontare i nodi e le scelte della spesa pubblica, della sanità, del salario, del salario minimo e di cittadinanza, riaccendere la speranza di un Paese solidale, di una comunità cooperante, capace di contrastare paura, rancore, impoverimento e solitudine. Nel film coreano No other choice, bellissimo, si vede la vita senza lavoro e senza politiche pubbliche di sostegno, la drammatica parabola individuale che scatena la guerra di tutti contro tutti e precipita all’inferno gli individui. Un governo capace di cambiare i rapporti di forza tra chi ha possibilità e futuro e chi non possiede nulla, oltre la fatica quotidiana. Questa dovrebbe essere la nostra ambizione, la nostra cultura di governo. I brasiliani del Partito dei lavoratori del presidente Lula lo chiamano governo promotore, cioè governo non per amministrare l’esistente, ma per trasformare la società.

Molto si discute di “rigenerazione urbana”. Questa estate a tenere banco è stato il “caso Milano”. Parlando di politica e di governo del territorio, e non di manettismo, non crede che una metropoli per ricchi sia un po’ distante da una visione di sinistra?
Quando, subito dopo lo sgombero del Leoncavallo, ho sentito Daniele Farina, leader storico del Leo, mi ha spiegato bene quello che sta accadendo. Da un lato la voglia della destra giustizialista di mettere in campo una vendetta, una vera e propria rappresaglia, contro un presidio e un simbolo del binomio democrazia sostanziale e autogestione. Dall’altro le fauci del mercato immobiliare che ingoia tutto. Trenta anni fa, l’attuale sede del centro sociale non valeva nulla, ora lì davanti si vendono case a 7mila euro a metro quadro. La verità è che la sussunzione della metropoli da parte del capitale finanziario e dei grandi fondi di investimento internazionali si è mangiata Milano, producendo meccanismi violenti di espulsione dei ceti popolari, medi e degli studenti dalla città consolidata. Sappiamo che non esiste il socialismo in una sola città, anche se Milano è la patria del municipalismo progressista dal 1914, sindaco Caldara. Tuttavia, c’è bisogno di fermarsi a riflettere, perché questa modernizzazione senza cittadinanza è avvenuta sotto le nostre giunte. Come tenere insieme trasformazione urbana, capacità di attrarre investimenti e tutela degli abitanti? Come contrastare la vocazione a fare centri direzionali globali in ogni dove? Questo è il tema a cui dovremmo dedicare attenzione. E non solo a Milano. Delle inchieste non mi occupo, hanno la loro dinamica, spero, da vecchio garantista, che ognuno sappia dimostrare la propria estraneità ai fatti contestati.

Roma ha visto una moltitudine di ragazze e ragazzi partecipare al Giubileo dei giovani. Cosa raccontano quei giorni e che messaggio lasciano alla sinistra e alla Capitale?
È stato un momento forte per la città, un’ondata di positività, impegno, energia. Vedere migliaia di ragazzi e ragazze mossi da una idealità ed un impegno verso l’altro riempie il cuore. Prossima tappa, il Giubileo dei movimenti popolari, che troverà all’Esquilino uno dei suoi momenti più importanti. Il Giubileo per Roma è sempre un anno speciale, capace di mobilitare le migliori energie di chi arriva e di chi accoglie: la straordinaria rete parrocchiale, degli scout, dei gruppi cattolici di base, un patrimonio gigantesco di umanità e solidarietà. E la capacità di farsi ponte tra popoli, culture, confessioni religiose. Uno spettacolo bellissimo, il mondo al contrario, quello che piace a noi, rispetto alla brutalità del trumpismo applicato su scala mondiale. Una lezione di stile, una testimonianza concreta di come si può stare al mondo senza calpestare gli altri, e poi il pudore come chiave capace di dare coraggio al dialogo e alla curiosità. L’esatto opposto degli estremismi religiosi che hanno preso in ostaggio tutte le guerre, tutti i massacri in corso, di cui i ministri messianici di Israele, quelli che vogliono radere al suolo Gaza, sono il peggior esempio. Questa capacità di mobilitare le anime da parte del mondo cattolico pervaso dalla parola evangelica di Francesco interroga la sinistra. La sinistra dovrebbe investire massicciamente nella mobilitazione delle anime belle, delle anime giovani, delle anime libere, dei movimenti capaci di spezzare la narrazione dominante e abitare un altro presente, come abbiamo detto e fatto nella ottava edizione di “Visionaria urban fest”, che si è concluso domenica a Roma. Dovrebbe ripulire il campo da scorie e macerie burocratiche e far esprimere e supportare una critica radicale al modello di società che le destre e il liberismo hanno imposto in tutto il mondo. Abbiamo bisogno di parole, pensieri, narrazioni, conflitti capaci di rompere l’assedio che isola le persone, le spreme, le mette a valore quando lavorano, quando non lavorano, nel tempo libero, sempre. Questa la sfida più grande, rompere l’assedio disertando le loro guerre, i loro discorsi d’odio, le trasmissioni che fanno squadrismo mediatico. Per farlo c’è bisogno di tutte le generazioni, ma disporre della determinazione dei ventenni aiuta parecchio. Anche quando si tratta di governare e trasformare una città complessa, faticosa e bellissima come Roma. Il Campidoglio può e deve assumersi la responsabilità di indicare la direzione del cambiamento, ma abbiamo bisogno di una mobilitazione, una condivisione e una presa di coscienza diffusa da parte dei cittadini e le cittadine. Le cose si fanno insieme, a partire dalle borgate e dai quartieri più distanti dal centro storico. Funzionano meglio, attivano energie inespresse e riempiono il cuore.

9 Settembre 2025

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