Il festival Popsophia

Da Dante a Dylan Dog, riflessioni sparse su una domanda cruciale: c’è qualcosa oltre la vita?

Da Dante a Dylan Dog, sono tante le incursioni dell’arte e della letteratura nel non visibile. Dal pessimismo di Satta nel “Giorno del giudizio” alla visione beffarda di Leopardi, attraversare la soglia, per noi esseri precari, è un modo di rendere infinito ciò che finisce

Cultura - di Filippo La Porta

14 Agosto 2025 alle 18:00

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Foto da Facebook/Popsophia
Foto da Facebook/Popsophia

Cos’è una soglia? Crediamo che esista? Verso dove ci porta? In che modo ce l’ha rappresentata la letteratura? Ho provato a rispondere a questo interrogativo al festival di Popsophia di Pesaro.

Partiamo da Giorgio Manganelli, spirito profondamente laico, dotato di ironia corrosiva e intelligenza sulfurea. Una volta ha provato a immaginare Dio. Come lo ha immaginato? Come un luogo. Era appena morto suo fratello, e lui scrive una lettera alla cognata per consolarla, per impedirle di cedere interamente al dolore. Così le scrive: “Noi non sappiamo che significhi questa parola terribile e antica, Dio…”, e prosegue “possiamo pensarlo come un luogo, l’unico luogo dell’universo in cui noi tutti siamo da sempre a sempre, noi, i vivi e i morti insieme”. Non so come gli rispose la cognata ma certo dentro di me, che sono non credente come Manganelli (o meglio mi considero un ateo incoerente), queste parole hanno subito fatto risuonare qualcosa. Mi sono chiesto: ma dove si trova quel luogo misterioso, apparentemente inaccessibile (che per Manganelli coincide con Dio stesso), dove da sempre e sempre convivono i vivi e i morti? Dove possiamo cercare la soglia, il passaggio invisibile che ci permette di entrarci?

Innumerevoli sono le discese agli inferi nel mondo antico: Ulisse, Enea, quella narrata da Lucano e poi Orfeo, che vi scende per riportare in vita l’amata Euridice. Ma tutte ci indicano una verità: l’unica soglia che riusciamo, laicamente, a immaginare, è la letteratura stessa, la letteratura come passaggio simbolico e rito sociale. Una storia puntuale delle catabasi letterarie, dall’antichità a oggi, sarebbe sterminata. Ho scelto allora di soffermarmi, velocemente, solo su quattro immagini celebri di catabasi, Dante, Leopardi, Salvatore Satta e Dylan Dog.
Nella quinta cornice del Purgatorio, tra gli avari e i prodighi – canto XXI –, Dante incontra il poeta latino Stazio, il quale ignora che la persona accanto a Dante sia proprio Virgilio, di cui è un discepolo devoto. Qui avviene una messinscena straordinaria che fa pensare a Dante come possibile autore di teatro. Prima Virgilio fa capire a Dante che non vuole che la propria identità sia rivelata (tacendo gli intima di tacere), poi però Stazio lo scopre, e allora preso da commozione, si genuflette “ad abbracciar li piedi” dell’amato maestro, e questi: “… Frate, / non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi”. Ma Stazio replica che lo ama così tanto da trattare l’ombra come cosa salda.

I morti secondo Leopardi

Nella Batrachiomachia di Leopardi, poema satirico in ottave del 1831, la discesa agli inferi del liberale Leccafondi (un topo), il quale vuol sapere quale sarà il futuro della città e lo chiede ai morti, che rispondono con una risata spaventosa che fa tremare tutto l’oltretomba. I morti sono grottesche figure semi-imbalsamate: “Seggono i morti in ciaschedun sedile / Con le mani appoggiate a un bastoncello, /Confusi insiem l’ignobile e il gentile….” Il protagonista del poemetto, il conte Leccafondi, intellettuale progressista in esilio, scende nell’oltretomba dove il per rivolgersi ai defunti chiedendo loro un consiglio. Qui troviamo il vero colpo di genio della Batracomiomachia: i morti rispondono a Leccafondi con una sonora e irrefrenabile risata che scuote l’intero oltretomba. Non riesco a immaginare una scena più agghiacciante. Di cosa ridono a crepapelle i morti? Quella risata fragorosa – piena di irrisione e indifferenza, priva di qualsiasi pietà – è la risata dei morti su di noi, sulle nostre pene quotidiane e sui nostri poveri ideali, sulle nostre richieste di aiuto nei loro confronti, sulla vita stessa, che ai morti deve apparire sommamente ridicola.

Dalle Marche di Leopardi trasferiamoci nella Sardegna di Satta

Nel Giorno del giudizio (1977) di Salvatore Satta non c’è niente di magico o di soprannaturale, però lo scrittore si impegna ad esplorare la sua città Nuoro – e dietro di essa la condizione umana stessa -, ricordando alcune persone che la abitano o che la hanno abitata (maestri di scuola, preti, notai, donne confinate nella loro dimensione domestica, medici, contadini e pastori, “i miseri e i ricchi, i savi e i matti”) salvandole dall’oblio. Questo è precisamente il compito morale della letteratura: sottrarre all’oblio cose e persone, rievocare tutti coloro che hanno vissuto un’esistenza apparentemente incolore, e che sembrano stare al mondo “soltanto perché c’è posto”. La soglia che intravediamo nel suo romanzo ci convince di una verità preziosa: ogni esistenza umana è importante, per la sola ragione che contiene l’infinito.

Infine escursione pop

Il primo novembre del 1995 esce un albo di Dylan Dog intitolato “I vivi e i morti”. Nella storia – scritta da Luigi Mignacco e disegnata da un giovanissimo Luigi Siniscalchi – un signore, Jimmy Randall, si risveglia non sappiamo bene perché nel mondo delle ombre, negli spazi sterminati dell’inferno, e ha il compito di tornare a casa prima che quella soglia scompaia, prima che il confine tra i vivi e i morti si dissolva del tutto. Fortunatamente sulla Terra c’è un suo vecchio amico, l’ex agente di Scotland Yard Dylan Dog che potrà aiutarlo. In questo caso, come in Leopardi, percepiamo una fondamentale inimicizia tra i vivi e i morti. E, come Leopardi, Dylan Dog è più illuminista che gotico. Il suo mondo esoterico rimanda a noi, alle nostre paure e angosce. E alla fine ritiene che solo la ragione – benché sia una ragione fragile, e in qualche modo divergente – è in grado di liberarci dai nostri demoni. La soglia è un passaggio, un transito, un ponte, però non sta lì, da qualche parte, bell’e fatta. Dobbiamo costruirla noi, attivando il dialogo con il passato. È un rito negromantico di evocazione. I morti non parlano da soli, parlano perché noi li leggiamo, li interpretiamo e attualizziamo. I defunti hanno bisogno della nostra attenzione, del nostro ascolto e del nostro amore, altrimenti non si materializzano.

Vorrei però concludere tornando a Stazio che abbraccia invano il suo maestro Virgilio. Noi tutti siamo ombre tra le ombre (“sogno di un’ombra” è l’essere umano per Pindaro), fatte della sostanza dei sogni. In Dante però l’amore scalda, e tratta ciò che è immateriale come una cosa stabile. Un calore che vivifica e dà sostanza alle ombre. Ecco, quando noi nella vita quotidiana abbracciamo i nostri cari in fondo abbracciamo corpi effimeri, mortali, proprio come il nostro, abbracciamo appunto delle ombre fugaci – dimentichiamo la loro precarietà – , eppure in quel momento gli diamo consistenza, li rendiamo eterni – anche solo nella durata dell’abbraccio – . Forse ogni giorno sfidiamo un limite, sfioriamo una soglia senza saperlo. Oggi ci resta solo quel presentimento di eternità, poiché dalla nostra civiltà è scomparsa qualsiasi idea condivisa di trascendenza.

14 Agosto 2025

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