Il segretario di +Europa

“Sono un estremista delle libertà e voglio costruire il centrosinistra”, intervista a Riccardo Magi

«C’è un riflusso reazionario che è stato oggettivamente aiutato dall’immobilismo della sinistra sul terreno delle riforme nelle sue ultime esperienze di governo»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli

9 Agosto 2025 alle 08:00

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Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica
Photo credits: Sara Minelli/Imagoeconomica

Riccardo Magi, parlamentare, segretario di +Europa. Un’alleanza di centrosinistra che ambisca a sconfiggere le destre e a governare non può essere la sommatoria di sigle. Deve avere una visione, priorità, un programma condiviso. Su cosa puntare?
Sono convinto che il centrosinistra unito abbia la forza di sconfiggere questa destra e dare una alternativa di governo al Paese. C’è bisogno di confronto e di definire una piattaforma comune che contenga i pilastri dell’alleanza. Una alleanza che in parlamento di fatto già c’è, ma che però finora si manifesta solo come blocco contro le politiche scellerate del governo Meloni. Ora è necessario passare a una fase più costruttiva e dare prospettiva e slancio a una futura possibile coalizione di governo.
Il mondo è nel caos, dagli Stati Uniti al Medio Oriente, ma anche in Europa, penso all’Ucraina, e la democrazia sta dimostrando la sua estrema fragilità. Le sfide globali sono enormi, urgenti: oltre ai conflitti armati, ai crimini contro l’umanità e alle continue violazioni dei diritti, penso alla crisi demografica, alle diseguaglianze e alle concentrazioni di potere economico, al cambiamento climatico.

Rispetto a queste grandi e irrisolte questioni, qual è la ricetta della destra mondiale?
Il nazionalismo, quindi la guerra (secondo l’equazione netta e mai smentita dalla storia, che fece Mitterand davanti al parlamento europeo nel 1995) nella logica della prevalenza del più forte e dell’azzeramento di ogni forma di dissenso e di diversità, l’oligarchia, lo smantellamento del multilateralismo e lo svilimento del diritto e delle organizzazioni internazionali. Penso alla crisi delle Nazioni Unite, all’attacco alla Corte Penale Internazionale, ma anche all’Unione Europea, sempre più fragile e inadeguata così com’è, ostaggio dei veti e dei ciechi egoismi dei governi nazionali. Questa è anche la ricetta della destra italiana, che, al ritmo di tre decreti-legge al mese, persegue un’agenda politica fatta di compressione dei diritti individuali, in una logica di ultra-securitarismo che non risolve nulla ma crea ulteriore emarginazione sociale. In particolare, nei confronti dei più deboli, reprimendo le minoranze, perseguitando i migranti, i detenuti. Lo smantellamento delle garanzie costituzionali, il disinteresse, se non il fastidio, verso la democrazia che sempre di più si riduce a momenti di investitura plebiscitaria della leader, il negazionismo climatico. Questo è il Governo Meloni, in linea con il suo alleato Trump. Basti pensare a come ha ridotto il Parlamento, praticamente azzerato dai continui abusi dell’esecutivo che ha portato alle estreme conseguenze una degenerazione in atto da anni. Nel silenzio dei Presidenti di Camera e Senato.

Come contrastare questa degenerazione politica, sociale, istituzionale?
In questo contesto l’alternativa è necessaria, ma in Italia è tutta da costruire, e non può certamente ridursi ad una sfida per la leadership tra Schlein e Conte. Anzitutto serve un tavolo di confronto permanente che coinvolga tutti i partiti, le forze politiche e sociali, che si considerano alternative a questa destra. Lo chiedo, anche pubblicamente, a tutti i leader dei partiti di opposizione da oltre un anno. Finora non ho avuto risposta. Come si può pensare di costruire in questo modo una coalizione plurale, che sia unita anche nelle differenze? Senza un lavoro politico che, anziché nasconderle, le misuri provando a colmarle politicamente ove possibile?

Molto si disserta sulla “gamba centrista” del centrosinistra. Si avanzano candidature o autocandidature. Lei come la vede?
Noi non siamo mai stati centristi, né tipicamente di sinistra, tantomeno moderati. Siamo radicali, libertari, estremisti delle libertà, quindi liberali nell’accezione meno conservatrice del termine. Interloquiamo anche con partiti di centro, non c’è dubbio. E valuteremo, quando sarà il momento, in quale forma e in quale modalità presentarci alle elezioni. Rispetto a tutto questo dissertare sulla “gamba centrista”, però, la mia impressione è che ci sia molta fuffa. Se ne parla più nei giornali che nel Paese. Noi non siamo mai stati particolarmente interessati alla dimensione geometrica della politica. Più che una gamba centrista, sarebbe utile a una credibile coalizione per l’alternativa di governo una federazione di forze laiche, per la libertà individuale ed economica, per il rinnovamento della democrazia anche attraverso il rilancio dell’integrazione europea, un’area con una forte carica riformatrice e di innovazione: insomma, tutt’altro che moderata.

Pace, inclusione, diritti sociali e di cittadinanza, una giustizia giusta…La sfida alle destre si qualifica su questo?
La destra meloniana vive di sola propaganda: dall’economia, alla giustizia, al lavoro, al terreno dei diritti ha bisogno di indicare continuamente dei nemici e di alimentare i conflitti per nascondere la mancanza di soluzioni. Lo fa cercando lo scontro con le giurisdizioni a tutti i livelli, lo fa utilizzando il diritto penale come una clava contro i più fragili (il decreto Sicurezza da questo punto di vista è un manifesto ideologico), lo fa con le misure corporative in economia, lo fa contrastando l’innovazione e la ricerca. Ma questo riflusso reazionario è stato oggettivamente aiutato anche dall’immobilismo della sinistra sul terreno delle riforme nelle sue ultime esperienze di governo, confermando la fotografia di un Paese destinato a continue controriforme, senza che vi siano mai state le vere riforme. Lo sappiamo perché eravamo in prima linea con le nostre proposte e abbiamo vissuto i rifiuti e le occasioni mancate durante i governi di centrosinistra. Da anni, ad esempio, si sarebbe potuto e dovuto fare una riforma della legge Bossi-Fini – che continua a produrre irregolarità e marginalità – istituendo un sistema legale di accesso al nostro Paese su grandi numeri, in modo da rispondere alle esigenze di dignità umana e alle richieste del nostro sistema produttivo. Non si è voluto fare e oggi persino la destra riconosce che la politica migratoria nazionale per quanto riguarda gli ingressi in Italia per lavoro va cambiata, ma è prigioniera della sua stessa retorica avvelenata e non ci riesce. Si sarebbe potuta e dovuta fare una legge sul fine vita, ma il centrosinistra ha subito condizionamenti illiberali che hanno negato ai cittadini italiani l’effettiva libertà di scelta nel fine vita, pur di fronte alle pronunce della Consulta. E oggi la destra di governo propone una legge restrittiva rispetto alle indicazioni della Corte e, alla faccia dell’autonomia regionale, impugna persino la legge regionale toscana. La fase di confronto serrato tra le opposizioni che chiediamo deve servire a fissare obiettivi comuni di riforma, per evitare di perdere ancora occasioni e per ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini sulla chiarezza degli intenti.

+Europa ha l’Europa nel suo Dna già nella sua denominazione. Dalla Palestina ai rapporti con l’amministrazione Trump (dazi e non solo) esiste ancora una Europa politicamente viva?
Purtroppo, questa Europa è esattamente l’Europa delle piccole patrie che piace a Meloni, Orban e ai sovranisti. Bloccano ogni decisione e poi accusano l’Europa di essere bloccata. È il paradosso su cui si basa tutta la loro retorica antieuropea. Colpa del diritto di veto, che noi proponiamo da anni di abolire e della mancata riforma dell’assetto istituzionale europeo. Un esempio è il Medio Oriente: tutti i principali paesi europei, compresa la refrattaria Germania, hanno dichiarato il riconoscimento dello Stato di Palestina come forma di pressione su Netanyahu per fermare la carneficina di Gaza; l’Italia di Meloni no. Come potrebbe esserci una posizione europea se le decisioni devono essere prese all’unanimità? La destra va sfidata anzitutto sul terreno della democrazia, quindi del federalismo europeo, perché l’Europa, che ci piaccia o meno, al momento è l’unico spazio al mondo in cui lo stato di diritto ha un valore ed è solo in una maggiore integrazione politica europea che potremo trovare una risposta alle grandi questioni sociali e geopolitiche del nostro tempo. Ma l’Unione europea è in crisi, in uno stallo, è incapace di progredire e di svolgere la funzione per cui è nata: che è, anzitutto, la pace. Per Meloni l’Unione europea va bene così com’è, e a volte le torna utile, come alibi. Per noi no, non va più bene così. Ci chiamiamo +Europa perché riteniamo che serva un’Europa più politica, federale, dotata di una politica estera comune (premessa di una difesa comune), affinché possa esercitare una diplomazia comune ed essere all’altezza di occuparsi delle grandi questioni globali della nostra epoca e delle enormi sfide sociali prodotte dai conflitti e dalla crisi industriali.

Per la vulgata politologica che va per la maggiore, centrista è sinonimo di moderato. Lei che viene dall’esperienza dei Radicali, si ritiene un moderato?
Mi considero un riformista (meglio ancora un riformatore) nel significato pieno e nella prassi intransigente che Matteotti dava a questa parola, negando proprio che fosse sinonimo di “moderato”. Per lui il riformismo doveva avere una portata rivoluzionaria per non degenerare in moderatismo. E, pur criticando duramente e instancabilmente i massimalisti, li voleva al suo fianco nella diversità e nella tensione dialettica continua, come antidoto rispetto ai rischi di conformismo e scivolamento proprio nel moderatismo o nell’isolamento del moderatismo. Ci pensi, se oggi ci sono un governo di destra nazionalista in Italia e una coalizione progressista che stenta a riconoscersi e proporsi chiaramente ai cittadini in quanto tale e al suo interno è cresciuto il peso delle componenti più populiste, ciò è anche la conseguenza della scelta di isolamento dei riformisti alle elezioni del 2022. La tradizione di sinistra democratica che va da Matteotti a Gobetti, da Rosselli al Partito d’Azione a Pannella, che è la tradizione dell’antifascismo intransigente e antiretorico, antipopulista e radicalmente europeista, non può non ispirare in modo ancora più vivo e forte nell’epoca del ritorno dei nazionalismi.

9 Agosto 2025

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