Il nuovo saggio

Dall’odore della terra al sangue, la Sicilia perduta di Cerasa

Ho conosciuto Giuseppe quando dirigeva le pagine romane di Repubblica: un cronista vero che sa andare all’osso dei fatti. Cosa che accade anche nei racconti della sua Sicilia, bella e martoriata dalla mafia

Cultura - di Goffredo Bettini

18 Luglio 2025 alle 16:30

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Dall’odore della terra al sangue, la Sicilia perduta di Cerasa

Da qualche tempo è nelle librerie Sipario siciliano. Storie di donne, passioni, segreti, mafia ed eroi senza gloria, fatica letteraria di Giuseppe Cerasa. L’autore è un giornalista di talento. Precisamente un cronista. Va al sodo, indaga, cerca il sale della notizia, mai si ferma alla superficie del racconto; e poi del “francobollo” di cui parla, fa capire il contesto. Non è una fotografia che scorre veloce; è quasi sempre una storia.

L’ho potuto conoscere assai bene nel lungo periodo durante il quale ha diretto le pagine romane della Repubblica. Ebbero con lui una indiscussa leadership, tra tutte le altre testate. Allora ero impegnato nel sostegno a due formidabili sindaci, Rutelli e Veltroni. Cerasa li aiutò, contro la destra romana, senza fare sconti a qualche loro errore o debolezza. Sapeva essere di parte con l’eleganza e la misura del grande giornalista. E tanto più si sentiva di parte, tanto più suggeriva, sottolineava, interpretava, naturalmente dal suo punto di vista, le soluzioni per lavorare meglio. Per non tornare ai tempi della Roma immobile e corrotta. Ma se di un cronista stiamo parlando (e dunque della durezza degli accadimenti politici, sociali e di cronaca nera, che sempre ha voluto guardare in faccia), dal materiale dolente della vita, sapeva trarre una dimensione poetica, sentimentale e valoriale. Credo derivasse dalla sua passione infinita per la vita. Per l’energia vitale della cultura, della musica, del cinema, dell’arte (soprattutto di Roma) e della curiosità del libero pensiero che egli tanto ammirava. Tale passione includeva la venerazione dell’arte culinaria. L’equilibrio tra gli ingredienti che, nelle diverse regioni d’Italia, porta a sapori contrastanti e indimenticabili, da lui così ben conosciuti.

Sipario siciliano, dedicato alla sua terra natia, cammina, appunto, tra cronaca e storia intrisa di dolore e di sangue e la poesia che emana la terra di Sicilia. Tra la presenza della mafia che tutto condiziona e distorce e le risorse immense umane e naturali dell’isola più bella e “ricca” del Mediterraneo. Un contrappunto che fa rabbia. E che mai si ricompone in modo stabile e definitivo. Le pagine di Cerasa raccontano, nella parte iniziale, i luoghi nei quali è cresciuto. Terre aspre e povere. Attorno a Corleone, la capitale della mafia, ma anche una comunità che custodisce tradizioni e umanità. C’è quasi un rimpianto pasoliniano. Di cibi semplici ma squisiti. Di corredi preparati lentamente, con rifiniture a mano preziose, tramandate da madri a figlie. Di paesaggi contadini tanto intensi da scolpire i corpi di chi li lavora. Degli uomini delle saline, “arrostiti” e rugosi per la loro dura attività, che dà il mangiare alle famiglie. È la Sicilia ancorata alla sua storia profonda che, nonostante tanti “invasori” (i greci, gli arabi, i piemontesi) resiste integra, profondamente umana e civile.

Cerasa racconta quanto questa Sicilia antica coltivasse in sé la prepotenza dei ricchi e la resistenza dei poveri. Eppure, i poveri erano ancora capaci di marcare la loro identità, le loro tradizioni, la loro civiltà contadina. Con il tempo, questa Sicilia in qualche modo si è modernizzata e, modernizzandosi, si è andata a sfarinare. Se c’era un ordine (seppure distorto e imperniato sul comando e lo sfruttamento), ora emerge (dagli anni Sessanta in poi) il disordine anarchico di una forza priva di contrappesi. Da un ceppo mafioso legato alla terra, al bestiame, al mercato dei prodotti agricoli, si passa alla mafia industriale, con risorse finanziarie immense che si accumulano, intrecciano e nascondono nei canali internazionali del crimine. Le attività diventano più grandi, la droga e gli appalti pubblici. Questa nuova mafia si intreccia con la politica, la grande politica e diventa tanto ambiziosa da voler controllare gli indirizzi del governo centrale. Il libro descrive (quasi nascondendo che l’autore è al tempo stesso il protagonista della storia) la lotta contro la mafia, diventata “piovra” economica e politica. Una battaglia che Cerasa conduce dall’Ora, il quotidiano di Palermo diretto da Vittorio Nisticò, un grande maestro del giornalismo che ha formato, non senza durezza, una generazione intera di cronisti.

È una Palermo che conosco bene, quella che descrive l’autore. Mio fratello Luan Rexha, infatti, fu per anni un inviato del Giornale di Sicilia. Un comunista convinto, che mi fece conoscere Palermo in tutte le sue pieghe, di dolore e di speranza. Mi capitò di portare lì, giovanissimo, un film, mai distribuito, dal titolo Il nero di Giovanni Vento; sui figli della guerra, a Napoli. Un film bello e innovativo. Fu l’associazione culturale “Aziz”, che tra i promotori principali aveva appunto Luan, a proiettarlo in una grande sala con mille persone. Era il 1967. Quegli anni che Cerasa descrive come di transizione, di fermento, di innovazione. Che dischiudono speranze, molte delle quali purtroppo rimaste in sospeso. Quella grande vivacità associativa e culturale si accompagnava a Palermo al dominio politico democristiano. Di una certa Democrazia Cristiana. Da ragazzo, negli anni Sessanta, avvertii precocemente l’apertura di Palermo: solare, mediterranea, ventosa, azzurra e rivolta, tramite il mare, al mondo. Contemporaneamente, tuttavia, ho impresso ancora il suono delle sirene richiamate dai morti ammazzati, depositati sul selciato, in mezzo al loro sangue, vittima di un potere spietato che sembrava eterno e invincibile. La mafia, che non dimentica mai di consumare, anche dopo anni, le sue vendette. Dal balcone della casa che mi ospitava, avvertii i colpi sparati durante la strage orrenda di Viale Lazio.

Cerasa racconta, incalzante, molte storie di violenza e di omicidi. Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Chinnici, Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa e tanti altri ancora. Dunque, povera Sicilia: splendente ed energica e poi inghiottita dalla melma da essa stessa prodotta. In un articolo assai bello, proprio mio fratello Luan scrisse come il piano regolatore di Palermo venisse disegnato a colpi di mitra. Cerasa nelle sue pagine non si apre a facili illusioni. Sottolinea, implicitamente, le insufficienze della sinistra; anche il Pci entra poco nel suo racconto. Nelle pagine finali affida a due figure democratiche, molto diverse fra loro, l’ambivalenza dei suoi sentimenti. L’incontro con Sciascia, che gli conferma la sfiducia nel cambiamento della terra che amava. E poi, proprio nel finale, l’incontro al Quirinale con Sergio Mattarella, che con le sue stesse mani aveva tentato di disincagliare il fratello Piersanti dai rottami della macchina su cui viaggiava: si era permesso di sognare alleanze e prospettive politiche diverse da quelle di sempre. Nell’incontro con Mattarella, assai commovente, sembra prevalere una fiducia che alla fine la lotta è utile, che le istituzioni, anche quelle più alte, possono essere occupate da persone integre, moralmente forti, coraggiose. Il rappresentante di una famiglia vittima della furia mafiosa, in questa nostra difficile democrazia, era arrivato, nonostante tutto, ad occupare la carica più alta della Repubblica.

Eppure, concludendo la lettura del libro di Cerasa, mi è rimasta impressa la cronaca violenta e sanguinosa della mafia e la poesia dei sapori e dei profumi della Sicilia. Il contrasto tra potenzialità e immobilismo. Tra speranze e delusioni. Tra progetti innovativi di cooperazione nelle campagne e il loro fallimento precoce. Mi è rimasto anche, molto, l’esito sospeso delle pagine di Cerasa. Per molti aspetti corrispondente alla realtà: perché non solo la Sicilia, ma l’intera democrazia italiana ha perso il filo di una connessione storica tra passato e futuro. E richiede ancora tanto impegno e tanta volontà di combattimento per chi vuole approdare finalmente ad una democrazia più partecipata, trasparente e giusta. Quell’impegno che Cerasa, ormai da tempo in pensione, continua ad onorare in tutte le forme possibili, con l’entusiasmo di un ragazzo ancora alla ricerca di un riscatto collettivo.

18 Luglio 2025

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