L'anniversario della scomparsa

Intervista a Francesco Cossiga su Enrico Berlinguer: “Fu il Dossetti dei comunisti”

A quarant’anni dalla morte vi raccontiamo Berlinguer attraverso 10 interviste raccolte dall’Unità 20 anni fa. Che restano attualissime. Oggi tocca all’ex presidente della Repubblica

Editoriali - di Piero Sansonetti - 28 Maggio 2024

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Intervista a Francesco Cossiga su Enrico Berlinguer: “Fu il Dossetti dei comunisti”

“Mio padre era un repubblicano acceso, e un sardista. Mio nonno era un massone radicale, anche lui repubblicano e anti­ giolittiano. La mia educazione però è stata cattolica, perché la famiglia di mia madre era cattolica. Andavamo in una Chiesa dove c’era un parroco rigidamente antifascista; anche il vesco­vo era antifascista, si chiamava Mazzotti: il 10 giugno del 1940, il giorno della dichiarazione di guerra, si rifiutò di andare al palazzo del governo ad ascoltare la dichiarazione. Mio padre era una persona mite: mi rifilò uno schiaffo solo in due occasioni. La prima fu nel ‘39, quando si concluse la guerra civile in Spa­gna. Io dissi: “Hai visto papà, i rossi sono stati sconfitti… “ Lui saltò in piedi, mi colpì in faccia e mi gridò: “non sono rossi, figliolo, sono repubblicani, ed erano il legittimo governo della Spagna… “ La seconda volta che mi diede uno schiaffo fu per­ ché avevo lasciato una ragazza e lui pensava che mi fossi comportato male… Berlinguer? I ragazzi Berlinguer sono un punto fermo della mia gioventù sassarese. Loro erano più grandi, ma non molto. Enrico aveva sei anni più di me, Giovanni quattro”.

Francesco Cossiga, ex deputato, ex ministro, ex presidente del Consiglio, ex presidente del Senato, ex presidente della Repubblica, ex esponente di punta della sinistra Dc, oggi loqua­ce senatore a vita, accetta volentieri di parlare di Enrico Berlin­guer.

È una persona che stima, e poi è un amico di infanzia e quasi un cugino. Dice che Pajetta, ogni volta che parlava con lui del segretario del Pci, non diceva “Berlinguer”, diceva: “tuo cugino”.

Cossiga abita in un vecchio appartamento degli anni venti in Prati, a Roma. Mi riceve in un salottino abbastanza piccolo, arredato solo con un vecchio divano, una poltrona di pelle, un tavolo e un tavolino più piccolo, una credenza e una libreria.

Poi c’è la televisione col maxischermo, quattro telefoni cellula­ri e due fissi, una tastiera di computer senza computer, un paio di modem – credo – scollegati, sei videoregistratori, uno dei quali è grandissimo e probabilmente non è un videoregistrato­re, e dieci telecomandi. La stanza ha due porte.

Ogni tanto, men­tre aspetto Cossiga, da una delle porte entrano due signori, uno tiene in mano un computer portatile e l’altro un cellulare colle­gato al computer.

Dicono: “proviamo da qui, proviamo da qui… “ e intanto camminano ed escono dall’altra porta. Poi riap­paiono dopo 1O minuti. Nella libreria ci sono molti libri, dei più diversi. “La città di Dio” di Sant’Agostino, una storia della Sar­degna, libri di filosofia e di politica.

Anche i dischi sono mischiati: Mascagni, Rossini, Shuman, Elton John, Simon. Sul tavolino c’è uno stendardo sardo, quello coi quattro mori e la scritta “Forza Paris”.

Sul tavolo invece c’è un libro che si chia­ma ‘’manuale della guardia del corpo”. Alle pareti i quadri sono tutti stampe con i disegni di vecchi carabinieri in ricche uniformi.

Cossiga è pur sempre l’ex ministro dell’Interno, quello che alla fine degli anni ‘70 i ragazzi di sinistra scrivevano col K, per­ché il K è un simbolo di repressione.

Cossiga inizia la conversazione spiegandomi che quando lui era un ragazzino, più o meno a quattordici anni, un certo Mele­dina, che era un pittore sassarese, cercò di convincerlo a diven­tare comunista regalandogli dei libri di Stalin e di Lenin. Lui li lesse ma non diventò comunista perché in lui era salda la fede cattolica.

Quei libri però lo aiutarono a conoscere il comuni­smo e i comunisti. Cossiga era imparentato coi Berlinguer. Suo nonno e il nonno materno di Berlinguer erano fratelli. Mi mostra una foto degli anni trenta, è la foto di un gruppo di bam­bini di una scuola privata.

Uno è lui, e avrà tre o quattro anni. In terza fila, tra i ragazzi grandi, c’è un biondino di sette o otto anni che è Giovanni Berlinguer. Un ragazzino un po’ più alto di lui gli tiene affettuosamente una mano sulla spalla. Cossiga dice che quel ragazzino è un cero ingegner Serra.

Poi mi parla dello zio Mario, cioè del padre di Enrico e Giovanni Berlin­guer, e mi dice che fu lui, nel ‘57, ad assistere suo padre nel letto di morte. Quando Mario capì che il padre di Cossiga stava andandosene, fece uscire dalla stanza Francesco e la madre e restò solo col cognato, gli chiuse gli occhi.

Com’erano i ragazzi Berlinguer?
I due fratelli erano molto diversi. Uno era più bello e più studioso e l’altro era meno bello e meno studioso. Il più bello e più studioso era Giovanni. Enrico era un grande giocatore di poker, Giovanni di boccette. Non si conoscono fidanzate di Enrico, a quell’epoca, almeno, io non le conoscevo. Io avevo più confidenza con Giovanni, anche perché Giovanni era fidanzato con una marchesa. Non si sposarono perché lei voleva le nozze religiose e Giovanni no. Noi facevamo parte di tutto il grande clan di Sassari, antifascista e repubblicano. Questo clan faceva capo a quattro figure: Satta Branca, Garaveti, don Enrico Berlinguer e Zanfarino. I primi due finirono in parlamento, e i secondi due no perché non avevano i soldi. Allora se volevi fare il deputato dovevi avere i soldi per man­tenerti. Però erano i secondi due quelli più importanti, perché erano i grandi elettori dei primi due e quelli che davano le idee. Berlinguer era il nonno dei Berlinguer e Zanfarino era nonno mio. Quasi tutti in quell’ambiente erano massoni. Gli unici che non hanno mai messo piede in Loggia siamo stati io e i due fratelli Berlinguer. Loro perché comunisti, io perché cattolico. Forse neanche zio Mario ha mai messo piede in Loggia. Non ne sono sicuro, però. Essere radicali e repubbli­cani in una città come Sassari era quasi impossibile senza essere massoni. Così come nell’ottocento non si poteva essere di sinistra senza essere patrioti. Io e i fratelli Berlinguer avevamo questo in comune: l’educazione repubblicana e antifascista. Però c’erano anche differenze tra noi. L’educazione in casa Berlinguer era laicista, io ebbi una educazione cattolica. Mio zio Giovanni, cioè il nonno dei Berlinguer, quando si arrabbiava con me mi strillava: “Gesuita!” Per lui era un insulto. Però Giovanni Berlinguer ed io andavamo a una scuola privata. Quella che ha visto prima nella foto­grafia. Lo facevamo per evitare la scuola pubblica fascista. Nella nostra scuoletta la maestra era antifascista, repubblicana e modernista, la bandiera italiana era senza stemma, e quando si cantava la canzone nazionale non si cantava “Gio­vinezza” ma l’inno di Mameli. Enrico e Giovanni Berlinguer erano nel corpo e nell’anima degli aristocratici. Erano nati così, l’aristocrazia è una malattia genetica dalla quale si può guarire diventando comunisti, ma che lascia le cicatrici. Tanto è vero che Enrico Berlinguer non ha mai cessato di essere un gran signore, e Giovanni lo stesso, e così i figli, anzi­ i figli ancora di più dei genitori.

Come diventa comunista Enrico Berlinguer?
Enrico diventa comunista per antifascismo. Quando entra in politica ha l’innesco che abbiamo avuto tutti noi dell’antifascismo e del repubblicanesimo. Anche io ebbi la tentazione di diventare comunista e la tentazione nasceva dal fatto che il Pci era la risposta più radicale possibile al fascismo e alla monarchia.

Quindi anche lei subisce il fascino del Pci?
Certamente. Fortissimo. Ma guardi che ancora oggi io difendo persino lo stalinismo, perché senza Stalin proba­bilmente qui sotto a casa mia adesso ci sarebbe il passo chiodato delle SS. Capisce? E senza i gulag e senza il Kgb l’Unione sovietica non si sarebbe mai potuta creare. Que­sta è la verità vera. E io considero una fortuna del comuni­smo la prematura morte di quell’utopista che era Lenin, il quale credeva di poter realizzare la democrazia dal basso, e cioè lo stato dei sovietici un paese di semianalfabeti, e diceva che il socialismo è il soviet più l’elettrificazione Pura chimera …

E perché lei non diventò comunista?
Io non diventai comunista per via della mia educazione cattolica. E poi la Dc in Sardegna nel ‘44 non era ancora un partito nazionale di massa, era un partito piccolo e combatti­vo. Io mi iscrissi alla Dc nel’44, da ragazzino, avevo 16 anni. Però molti della mia generazione e di quella un po’ più vec­chia della mia diventarono comunisti perché liberali e antifa­scisti: penso a Paolo Bufalini, a Giorgio Amendola, a Anto­nello Trombadori. Berlinguer diventò comunista frequentan­do la biblioteca universitaria e leggendo libri. Poi si mise a cercare chi erano i comunisti di Sassari e entrò in contatto con loro ai tempi della clandestinità. Lui era un intellettuale che soffriva per non essere proletario. Non faceva parte della classe lavoratrice e questo gli pesava. Nella sua carta d’iden­tità e’ era scritto: “funzionario del partito comunista”. Ci tene­va. Era un intellettuale munito di una grandissima coscienza e di senso etico. Capisce cosa vuol dire senso etico? Un modo di vivere e di pensare. Lui per esempio non ha mai parlato di colloquio tra comunisti e democristiani. Mai. Ha sempre par­lato di colloquio tra comunisti e cattolici, E lo sa perché? Per il semplice motivo che considerava il comunismo un sogget­to etico-politico. Come la Chiesa. Mentre considerava la Democrazia cristiana un accidente puramente politico, senza· spessore etico. Era uno strumento. Non si può colloquiare con uno strumento, no?

Berlinguer era comunista?
Era certamente marxista-leninista. Credeva nel comunismo, nel proletariato, nella lotta di classe, nella dittatura del proletariato. Ma tutto questo declinato nella forma italiana, e cioè filtrato attraverso la mediazione di Gramsci.

Credeva nella dittatura del proletariato?
Ma guardi che a me la dittatura del proletariato non mi ha mai spaventato. Voglio dire: la dittatura del proletariato come la pensavano Marx e Lenin, non la dittatura di una burocrazia o addirittura di una persona sola. Io penso che il regime liberal-democratico si sia realizzato in Occidente attraverso la dittatura della borghesia. E così, non c’è dubbio: la borghesia ha realizzato la dittatura contro l’ aristo­crazia e contro la plebe. Ogni grande movimento popolare e democratico inizia in questo modo, inizia con il governo di pochi…

Quindi Berlinguer era marxista-leninista?
Sì, ma non stalinista. E non era comunista internazionali­sta. Per essere comunisti internazionalisti bisognava accettare la leadership dell’Urss. Lui non l’accettava. Altrimenti non avrebbe mai potuto dire che era esaurita là spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre. Non le pare? Io forse sarei stato uno stalinista, Berlinguer no. Una volta Aldo Natoli me lo disse. Disse: “Cossiga, se tu fossi stato comunista saresti stato sicuramente uno stalinista”. Berlinguer invece era un comunista nazionale.

Cosa voleva fare dell’Italia?
Voleva costruire in Italia un regime nazional-popolare nel quale ci fosse l’egemonia del partito comunista, ma nel quale ci fosse il pluripartitismo e una alleanza etica tra partito comunista e mondo cattolico. Questa era la sua idea del compromesso storico. Esattamente questo.

Era sbagliata?
Il disegno era giusto. Lui precipitò i tempi. Lo sbaglio fu lì. Era spaventato prima dai colonnelli e dal golpe in Grecia e poi dai fatti cileni. Questo forse fu l’errore. L’ossessione del golpe. Del resto devo dire che il grande merito del partito comunista, in Italia, fu quello di avere reso impossibile per­sino la tentazione di una svolta autoritaria e di un ritorno al fascismo. Negli anni quaranta e cinquanta la grande garanzia antifascista fu De Gasperi. E sa perché? Perché era austriaco. Era allergico al fascismo.

Cosa c’entra l’Austria?
Era una grande monarchia dove il rispetto per le libertà individuali era assoluto. I patrioti italiani anti-austriaci furono processati con tutte le garanzie, e quelli che furono condannati lo furono solo perché erano colpevoli e c’erano le prove. Altra cosa è il giudizio morale sulle loro colpe, che forse non erano colpe, e sulle leggi per le quali furono condannati, che forse erano ingiuste. Ma il verdetto, dal punto di vista legale e giuridico, era indiscutibile. E gli austriaci assicuravano tutte le garanzie ai prigionieri. E nessuno dei patrioti italiani è morto in carcere. De Gasperi viene da lì, dall’Austria, è vaccinato. Morto De Gasperi poteva esserci qualche tentazione golpista. Il Pci fu la garanzia che le tentazioni restassero tali.

Ma ci furono dei tentativi di golpe…
No, non ce ne furono. Ci furono tentativi di comprimere lo spazio politico del partito comunista. Quelli sì. Per esem­pio l’epurazione fatta da Taviani tra i militari a metà degli anni cinquanta, poi la milizia di protezione civile che voleva Scelba, ma che non si fece.

Ci fu De Lorenzo, il tentato golpe del ‘64?
No, il “piano Solo” di De Lorenzo era una cosa da ridere. Pezzi di carta. Messi insieme da De Lorenzo per accontenta­ re il presidente Segni. Non ci fu nessun progetto golpista.

Poi ci furono le stragi…
Le stragi furono di destra. Esclusa quella di Bologna. Quella fu un errore. Saltò l’esplosivo che probabilmente sta­vano trasportando terroristi internazionali. Le altre furono stragi fasciste. Non escluderei che in qualcuna ci sia stata una mano americana. Non della Cia: dei servizi segreti militari.

E dei servizi segreti italiani?
No, non c’entravano niente.

Neanche nella strage di piazza Fontana? .
No anche quella fu una strage, credo, fascista. Però anche lì ci fu un errore. Chi mise le bomba nella banca e regolò il timer era convinto che a quell’ora la banca fosse chiusa. Invece era aperta e piena di gente.

Torniamo al Pci e a Berlinguer.
Nel partito comunista del dopoguerra le figure più emble­matiche sono due: Cossutta e Berlinguer. Io considero loro due i simboli di un certo comunismo. Più di Amendola, di lngrao, di Pajetta. Pajetta era un ragazzo, lo è stato per tutta la vita. Mi ricordo di una volta che ci fu una discussione acce­sissima in una commissione parlamentare, e Pajetta attaccò violentemente il presidente del consiglio, che era Segni; e allora il presidente della commissione cercò di levargli la parola. E Segni interruppe il presidente e gli disse: “Senta, un ragazzo che a diciassette anni ha avuto il coraggio di andar­sene in galera per anni e anni per via delle sue idee, ha dirit­to di dire quello che vuole. Anche al presidente del Consi­glio… Lo lasci parlare liberamente … “ Quando Segni era moribondo, nel ‘62, Pajetta si precipitò al Quirinale a strepi­tare contro di noi: “maledetti, non lo state curando… “

Le era simpatico Pajetta?
Sì, però gli uomini simbolo del Pci sono quei due: Cossut­ta e Berlinguer. Cossutta sì che era un comunista internazio­nalista! Berlinguer era un comunista nazional-eretico. Le due facce del comunismo italiano. Enrico Berlinguer per la causa del comunismo non avrebbe mai fatto l’agente del Kgb. I gio­vani dell’aristocrazia inglese, comunisti, erano convinti che per servire la causa del comunismo internazionale bisognasse diventare agenti dei servizi segreti russi. La moralità di Enri­co Berlinguer, sulla scia di Gramsci, era nel mettere i principi davanti a tutto, non le tattiche. Perché, vede, non è che Cos­sutta fosse convinto della bontà di Stalin. No, affatto. Però diceva: “se Stalin è il capo dell’Urss, se l’Urss è lo strumento del Pcus, se il Pcus è il partito guida, non ha senso per un buon comunista non servire il Pcus, non servire l’Urss, nòn servire Stalin”. Questo era il suo ragionamento. Il comportamento politico non dipendeva dal giudizio di merito su Stalin ma da un ragionamento di opportunità. Invece in Berlinguer il com­portamento dipendeva da un giudizio di merito sulle cose.

Fu sconfitto Berlinguer?
Lui era fermo alla Costituzione. Al patto Togliatti-De Gasperi che ha garantito la pace civile in Italia. Guardi che in Italia c’erano tutti i presupposti per la guerra civile: politici, sociali e internazionali. La Costituzione fu un capolavoro di Togliatti e De Gasperi. Anche quella vicenda dell’articolo 7 fu un capolavoro. L’articolo 7 della Costituzione era quello che recepiva il concordato con la Chiesa. La mattina in cui si doveva concludere la discussione e si doveva votare, Togliat­ti si chiamò il giovane Andreotti e gli disse: “evitiamo che De Gasperi sbagli il discorso e produca danni irreparabili: gli dica che noi voteremo a favore dell’articolo 7, e dunque ne tenga conto… “ Andò tutto bene.
Berlinguer era fermo alla Costituzione italiana. Del resto la costituzione italiana fu l’inizio del compromesso storico. Da lì partiva Berlinguer. Poi però bisognava vedere quali fossero i tempi giusti per trasformare il compromesso stori­co in ipotesi di governo. Berlinguer sbagliò i tempi due volte. Prima fu troppo precipitoso ad avviare la solidarietà nazionale, e poi a uscirne. Lui si spaventò perché alle ele­zioni comunali che si tennero subito dopo la morte di Moro, nel 1978, la Dc guadagnò voti e il Pci li perse. Ma era logi­co che andasse così. Era evidente che la gente avrebbe votato di più il partito della vittima, cioè di Moro, e che avreb­be punito il Pci, perché quelle comunque si chiamavano “brigate rosse”. Rosse, rosse come era considerato rosso il Pci, non c’è niente da fare… I pregiudizi sono durissimi a morire. Quando io andai da Sclafaro, appena cinque anni fa, e gli proposi D’ Alema presidente del consiglio, restai lì due ore a discutere con lui. E certo Scalfaro non era un berlu­sconiano e non aveva niente contro D’ Alema. E però lui mi disse: D’ Alema? Ma tu lo sai che ci sono ancora i comuni­sti che tengono il ritratto di Stalin in casa? E tu lo sai che ci sono ancora i democristiani convinti che i comunisti, man­giano i bambini? Come si fa a dare l’incarico di formare il governo a D’ Alema? Non era contrario a dare l’incarico, ma non era convinto che fossero maturi i tempi.

Chi sono gli eredi di Berlinguer?
No, Berlinguer non ha eredi. In nessuno dei partiti di sinistra.

Berlinguer fa uno statista?
È stato uno dei più grandi uomini politici italiani. Statista non è una definizione politica. E’ una definizione tecnica. Churchil è stato un grande statista, ma un modesto politico. Diven­tò leader dei conservatori per caso. Gli uomini politici che sono stati anche grandi statisti sono pochi. In Italia ne abbiamo avuti solo quattro: Cavour, Giolitti, Mussolini e De Gasperi.

Anche Mussolini?
Certo. Ahimè. Fu uno statista e un politico. E’ convenuto a tutti noi antifascisti fare la caricatura di Mussolini, ma è chia­ro che non c’era niente da mettere in caricatura. Chi aveva capito bene il fascismo fu Togliatti, che lo definì un fenomeno reazionario di massa. E quando i socialisti italiani dissero a Lenin che avevano espulso Mussolini dal partito, Lenin gli rispose: “bei cretini che siete stati, lui era l’unico che sareb­be stato in grado di fare la rivoluzione … “

Quindi solo quattro?
Sarebbero stati cinque se il Pci fosse andato al potere. Togliatti era un grande uomo politico e sarebbe stato un grande statista. I grandi politici italiani del dopoguerra, oltre a Ber­linguer, sono Aldo Moro e Giulio Andreotti. A Moro del fun­zionamento dello Stato non fregava niente. Lui riteneva che la vita di un paese dipendesse dalle relazioni tra le grandi forze ideali. Invece ad Andreotti i meccanismi dello Stato interessavano molto, e li sapeva usare benissimo. La differenza tra Moro e Andreotti la si vede dalle loro origini. Moro partecipò ai littoriali, durante il fascismo, ma non li vinse. Li vinse Jaime Pintor, li vinse Mario Alicata, li vinse Pietro lngrao. Andreotti non partecipò ai littoriali, perché lui era stato educato nella curia romana, era fuori da quel mondo. Del tutto estraneo. Io sono sempre stato legato a Moro e non certo ad Andreotti. Però io credo che Moro se il fascismo fosse durato e si fosse libera­lizzato avrebbe trovato un suo spazio. Poteva diventare una specie di Bottai. Andreotti no. Lui era del circolo San Pietro e sarebbe diventato un impiegato di alto livello. Non si poteva mischiare col fascismo. Andreotti è un uomo senza complessi­tà, di una sola scelta: la Chiesa. Il commercio intellettuale tra Andreotti e Berlinguer non era possibile. Tra Moro e Berlinguer era possibile e ci fu. Quando Fassino dice che Berlinguer non sentiva il problema della riforma dello Stato, dice una cosa giusta ma anche sba­gliata. Berlinguer credeva alla riforma del sistema politico, non dello Stato. Per quel che riguarda lo Stato si accontenta­ va della Costituzione.

Dunque Berlinguer era così originale che non può essere paragonato a nessuno?..
Mi lasci pensare… Sì, può essere paragonato a Giusep­pe Dossetti. Il primato dell’etica sulla politica. Anche per Berlinguer era così. Non aveva senso la politica senza l’eti­ca. Per questo lui esaltò la figura di Maria Goretti…Una contadina che affrontò la morte per difendere la dignità e la libertà. Non si era convertito alla castità, Berlinguer, ma capiva che per Maria Goretti la castità era un valore vero, era libertà, autonomia, dignità.

Dossetti è stato importante per lei?
Certo. Una figura carismatica che ha pesato molto sulla mia formazione. Su quella etica e su quella religiosa. Meno su quella politica.

28 Maggio 2024

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