Il racconto dell'inviata

La Humanity1 salva 70 persone, ma l’Italia ne ostacola il rientro

Portiamo bambini, lattanti, ragazzi, una donna incinta. Erano alla deriva, sarebbero morti. E ancora avevano il terrore di essere catturati dai libici. Ma le autorità italiane ci hanno detto: non sbarcherete in Sicilia, avanti, navigate fino all’alta Toscana

Cronaca - di Angela Nocioni - 18 Maggio 2024

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Foto: Pietro Bertora
Foto: Pietro Bertora

Dalla nostra inviata a bordo di Humanity1

Per venire in Italia s’è vestita elegante. Il lungo abito di cotone ocra stampato in grandi cerchi rossi e neri le sfiora la punta dei piedi. È intriso di carburante e acqua di mare. La mistura brucia, mangia la pelle fino all’osso. Ha sabbia nei capelli raccolti sulla nuca.

Dal gommone di salvataggio due braccia la spingono in alto. Dalla nave due mani si sporgono, la afferrano. Ce l’ha fatta. Si getta a terra in ginocchio, piange, grida, un urlo di gioia. Sua figlia, di pochi mesi, già a bordo, la guarda in silenzio, non piange.

Il suo sguardo si muove serissimo dalla mamma, con la fronte bagnata sul deck, al mare là fuori. Osserva tutto zitta con le braccia allacciate al collo di Iza, l’ostetrica di bordo, trent’anni, basca. È stata lei un’ora fa di turno al binocolo sulla prua a vedere quel puntino nero sul filo dell’orizzonte. 28 persone, 2 bambini di 4 e 6 mesi, una di due anni, una donna incinta, persi tra le onde in una barca di legno blu di 5 metri. Sono partiti la sera prima dalla costa libica. Il piede del motore s’è staccato, sono rimasti senza elica. Alla deriva.

La ragazza in abito lungo bagnato è seduta sui talloni, faccia a terra, singhiozza e ride. Immobile, sembra lontana da tutto, fisicamente svuotata. Alza gli occhi, ripete in francese: “non immaginavo mai, Libia, non immaginavo mai”.

Infine si lascia tirare su, cammina scalza fino al grande spazio riservato a poppa a donne e bambini. Poggia un piede incerto oltre la soglia, guarda le pareti dipinte, il fasciatoio, i pannolini. Guarda la porta, esita.

Poi entra: il lavandino con l’acqua potabile, lo specchio, i grandi letti a castello, le coperte, lo shampoo. “Pour moi”? (Per me?). Si siede, accarezza il materasso blu con la mano, si alza, cammina, si risiede, si rialza, si spoglia, entra nella doccia. Spalanca il box, fa cenno di avvicinarsi. Sotto l’acqua che scende, dice “merci” con una risata che strazia.

Nico, tedesco, medico, governa uno uno dei rhib di salvataggio: “Quando ci siamo avvicinati l’odore di carburante era molto forte. Ho visto una selva di mani, qualcuno pregava, qualcuno rideva, tutti strillavano. Più forte di tutti il pianto dei bambini. Ho una distanza professionale da tutto nei rhibs per agire, ma il pianto dei bambini in mezzo al mare lo senti cadere duro in mezzo al cuore”. Dice: “C’erano cinque delfini sotto il nostro rhib, uno ha fatto un salto alto a prua mentre ci avvicinavamo”.

Una donna robusta e pesante all’improvviso s’è lanciata con le braccia e s’è afferrata a una cima del gommone per passare da sola, non voleva aspettare il trasbordo. Un’onda s’è alzata, ha allontanato il gommone dalla barca, è rimasta col corpo fuori, stava per cadere in acqua. L’ha ripresa F. romano, siriano, che con uno strattone l’ha ributtata dentro. “Tanto vomito dentro la loro barca ho visto – dice – tanto vomito e tanta urina”.

***

Le tre di notte di venerdì 17 maggio. Da dietro l’alta parete buia dei bagni a poppa arriva il rumore del mare. Un fascio di luce da bordo tiene illuminato nel buio un gommone sgonfio stracarico. L’aveva segnalato giovedì Alarmphone. Un grande mercantile, Fairchem Blade, l’ha visto e s’è fermato ad aspettare.

Troppo grande per avvicinarsi senza rischi, inadatto al soccorso, l’ha tenuti sott’occhio finché otto ore dopo sono partiti dalla Humanity1 i gommoni con i life jacket. Arriva dal Centro di comando delle capitanerie di porto di Roma l’autorizzazione al salvataggio: trasbordo.

Sono 42 persone, 22 minori, 19 dei quali viaggiano da soli. In mare da tre giorni, questa è la seconda notte alla deriva. Il motore s’è rotto. La linea di galleggiamento a poppa è molto bassa, soffia vento forte, entrano ondate di acqua salata. Sono storditi dalle esalazioni di carburante. Hanno tutti freddo, sono disidratati, fradici. Uno per uno vengono issati a bordo.

Sotto la luce tremolante del neon, una fila di volti giovanissimi in sfacelo. Tariq è magrissimo, un viso da bambino murato nella paura. Non parla, non parlerà per tutta la notte, trema. Dalla fila per le coperte esce barcollando un ragazzo con occhi sbarrati.

Ha fame, le mani secche di salsedine non tengono la presa del kit di salvataggio. Non riesce ad arrivare da solo in bagno. Ha paura a chiudere la porta. Sale un quindicenne con la maglia azzurra della nazionale di calcio dell’Italia.

Si siede abbracciato a uno più piccolo con il giacchetto acetato rossonero del Milan. Un ragazzino alto alto magro magro gira a piedi nudi in cerca di un coltello per aprire lo scotch in cui è avvolto il suo cellulare. “Maman, maman” sussurra ridendo, vuole dire alla mamma che lui è vivo, che ce l’ha fatta. Mostra la tshirt bianchissima sotto il giubbotto: “Venice”. Altro ragazzino, altra maglia da calcio: Ozil 8.

Si siedono sulle panche in silenzio, guardano la spuma bianca delle onde sullo scafo di poppa, il più grande indica due alte fiamme arancio all’orizzonte, piattaforme petrolifere, qualcuno dice: Libia. Un istante di panico. Il terrore di essere riportati indietro.

***

Nella poppa deserta prima dell’alba Sami non ha pace. Nascosto sotto il cappuccio della felpa si siede, si alza, si siede, si alza. Lui era nella barca di legno rimasta alla deriva senza il piede del motore. Senza elica, senza propulsione in mezzo al mare è morte certa.

Lui l’aveva capito ed è ancora dentro quel terrore. Ha quasi 30 anni, viene dal centro Africa, ha studiato Management e finanza all’università. Parla bene inglese e francese. Le mani liscissime, sempre in movimento: “Ho visto il motore spezzato e ho capito: I’m over”. È finita.

“Ho pensato: moriamo tutti”. Per essere abitabile la disperazione deve avere dei livelli, dei gradi successivi, lui stava sfiorando l’ultimo, quello in cui impazzisci di terrore. “Non ne posso più di non andare da nessuna parte – dice – mi sarei buttato. Quando vi abbiamo visto da lontano abbiamo pensato che erano i libici che ci portavano in prigione. Invece no, eravate voi”.

Trema. Non riesce a tacere, lui vuole raccontare della Libia, dell’ultimo anno passato a Tripoli. “Questa è la mia quinta volta. Le altre quattro mi hanno catturato quelli della Guardia costiera libica. Dicevano: animali, voi animali. Ho vomitato quando mi hanno preso su dal gommone. Uno con quella cosa lì mi frustava, gridava: ora mangi tutto, mi ha fatto mangiare tutto il vomito”.

Indica la cima, la mano gli trema, la voce gli schizza in alto. Al ragazzo che viaggia con lui, se gli dici “ora sei al sicuro, andiamo in Italia” per un attimo lo sguardo gli si illumina. A Sami no. Ha paura.

Sembra affacciato a un abisso, tra la paralisi e il salto. Dice: “Non so cosa c’è lì, cosa succede lì, non so com’è”. Lui sa, intuisce, che questo deck di legno, questa nave blu, sono una breve tregua tra due inferni, come una sigaretta tra due checkpoint.

***

Durante la traversata verso sud, giorni fa, mentre scendevamo verso le acque internazionali al largo di Tripoli abbiamo visto dal ponte più basso una piccola tartaruga. Poi un’altra, un’altra ancora, poi altre due. Viaggiavano insieme.

Galleggiavano a fior d’acqua trasportate dalla corrente. Se le avessimo raccolte, curate a bordo e il capitano avesse fatto indietro tutta chiedendo aiuto per loro a terra, avremmo trovato gente esperta pronta ad accoglierle in un porto vicino, di certo siciliano, forse Lampedusa.

Abbiamo continuato a navigare, abbiamo tirato su dall’acqua esseri umani, una settantina di essere umani fradici, pieni di paura e di sogni: due bambini di 4 e 6 mesi, una di due anni, alcuni con i sintomi di una infezione respiratoria, con scabbia, una donna incinta, adulti e ragazzi con segni di torture. Porto assegnato dal Centro di comando delle capitanerie di porto di Roma: Massa Carrara, solo 1300 chilometri da dove li abbiamo sottratti al fondo del mare.

 

18 Maggio 2024

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