La corsa verso le europee

Intervista a Eric Jozsef: “Mi batto per un’Europa federale e senza veti”

Corrispondente di Libération per oltre 30 anni, ha scelto di candidarsi alle europee con la lista Stati Uniti d’Europa. «Basta con l’unanimità, i Trattati vanno riformati. Serve una “Mare Nostrum” europea per salvare i migranti. Meloni non accetta i contropoteri, Pd confuso sull’Ucraina»

Interviste - di Umberto De Giovannangeli - 16 Maggio 2024

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Intervista a Eric Jozsef: “Mi batto per un’Europa federale e senza veti”

Ha raccontato per anni il Belpaese, le sue bizzarrie politiche, i momenti più dolorosi e quelli della speranza, sempre con onestà intellettuale e senza l’atteggiamento professorale di chi mette i voti. L’ha fatto su Libération, tra i più autorevoli quotidiani francesi, di cui è corrispondente dall’Italia dal 1992. Ora, Eric Mauritin Jozsef ha deciso di fare il “grande salto” in politica, accettando la candidatura per le elezioni europee dell’8-9 giugno per Stati Uniti d’Europa nella circoscrizione Centro.

Dall’Ucraina al Medioriente, passando per altri 57conflitti armati in corso. Il mondo è sempre più dentro una terza guerra mondiale a pezzi, per usare le parole di Papa Francesco. Tra meno di un mese si vota per le europee, ma il dibattito in Italia si concentra su alleanze, candidature, colpi bassi. Siamo fuori dal mondo?
Si, ma non solo l’Italia. In tanti paesi europei, l’appuntamento elettorale dell’8 e 9 giugno è più un sondaggio sulla politica nazionale che un vero confronto sul futuro dell’Unione. In questo, siamo dei sonnambuli. Non ci rendiamo conto che il mondo è cambiato e che si è fatto minaccioso. Prendiamo un pennarello e tracciamo i confini dell’Ue, e vediamo quasi ovunque dall’altra parte dei regimi autoritari o dei conflitti, Ukraine, Belarus, Turchia, Medioriente… Tra l’imperialismo di Putin, l’aggressività geopolitica e economica della Cina e il rischio serio che Donald Trump torni alla Casa Bianca, l’Europa rischia di essere schiacciata. Ma si preferisce parlare di “politique politicienne” come si dice in francese, cioè di piccola politica mentre la minaccia è anche interna. La destra estrema, illiberale, nazionalista avanza ovunque in Europa. In Germania, dove l’Afd cresce, due candidati sono stati picchiati mentre facevano campagna elettorale. In Francia, tutte le forze d’estrema destra insieme raggiungono il 40% nei sondaggi. Sono forze che hanno sempre odiato l’Unione europea. Volevano uscire dall’Europa, volevano uscire dell’euro. Oggi, fanno finta di adattarsi ma in realtà vogliono bloccarla. E se l’Europa non fa un salto in avanti in termini di integrazione, di unità e di capacità di decisione, rischia di essere travolta dalle crisi.

Da corrispondente di Liberation ha raccontato l’Italia in ogni salsa e sotto vari governi. Che destra è quella che oggi governa il Belpaese? E la sinistra?
Il governo di Giorgia Meloni è una destra che fatica ad accettare i contropoteri e che cerca dei capri espiatori facili. I ragazzi che manifestano, quelli che si radunano per i rave party, i militanti di Ultima generazione, i richiedenti asilo. Per ogni fenomeno di allarme sociale, reale o presunto, il governo tira fuori delle pene sproporzionate. C’è anche una volontà di controllare l’informazione pubblica, stigmatizzare gli intellettuali considerati ostili, riscrivere la storia e rimettere in discussione il patto di memoria della Repubblica fondata sull’antifascismo. L’Italia ha gli anticorpi per resistere a questi elementi che fanno temere una deriva verso un modello illiberale. Ma vedo ancora poche reazioni dopo un anno e mezzo di governo Meloni. Anche perché la sinistra, e in particolare il Pd, è confusa. La questione Ucraina è da questo punto di vista emblematica. Da una parte, Elly Schelin ribadisce il suo sostegno a Kyiv ma, dall’altra parte, mette in lista dei candidati che confondono la pace con la resa e la resistenza con l’ambiguità.

Cosa l’ha spinta all’impegno politico e perché in Stati Uniti d’Europa?
Mi ha spinto il sentimento d’urgenza di fronte alle crisi e le sfide che affrontiamo. Ho sempre vissuto il mio mestiere di giornalista, soprattutto in un quotidiano come Libération, come una forma di contributo civico e di partecipazione alla vita democratica. Continuo ad essere convinto che l’informazione sia fondamentale per il buon funzionamento dell’agorà democratica. Ma non basta, più. Perché le destre avanzano sebbene non abbiano soluzioni per risolvere i problemi dei cittadini se non quelle di trovare dei capri espiatori? Perché hanno un vantaggio. Hanno una narrativa. In un mondo che cambia così velocemente dal punto di vista geopolitico, economico, tecnologico ma anche ambientale, demografico, migratorio, le destre vendono l’idea illusoria di poter bloccare il cambiamento. Di poter tornare a un passato mitologico. E vinceranno finché non ci sarà una narrativa alternativa, una speranza, la possibilità cioè di avere un potere politico capace di governare il cambiamento. Questa alternativa sono gli Stati Uniti d’Europa.

Si dice: il Parlamento europeo conta poco, ha pochi poteri, tutte le partite che contano si giocano al Consiglio.
Il Parlamento europeo ha ancora troppo pochi poteri. Non è più accettabile che non abbia l’iniziativa legislativa che spetta alla Commissione. Ma negli ultimi anni, l’assemblea di Strasburgo si è ritagliata sempre più spazio. È grazie alla pressione del Parlamento, che ha minacciato di fare ricorso davanti la Corte di Giustizia, che la Commissione ha accettato nel 2022 di congelare i fondi destinati all’Ungheria di Orban. È il Parlamento europeo che ha lanciato l’idea dell’iniziativa che diventerà il Next Generation EU. Sempre di più, ha funzione di controllo e vigilanza sui funzionari e commissari. Detto questo, è vero che la partita si gioca prevalentemente al Consiglio, ed è questo che è urgente cambiare. Bisogna rinforzare i poteri del parlamento e mettere fine al voto all’unanimità nel Consiglio sulle grandi questioni. Il diritto di veto ritarda e troppo spesso paralizza le decisioni delle Istituzioni europee. Non è possibile che un paese di 10 milioni di abitanti che pesa l’1 del Pil europeo, l’Ungheria, possa ostacolare le decisioni dei 26 altri paesi, che sia su Hong Kong o sull’Ucraina. Non è possibile che il governo Meloni possa da solo bloccare la riforma del meccanismo europeo di stabilità approvato dagli altri paesi dell’Unione economica e monetaria. Nel novembre scorso, il parlamento ha approvato una domanda di revisione dei Trattati e chiesto al Consiglio europeo di convocare una Convenzione in tale senso. Sembra tutto molto tecnico e istituzionale, ma si tratta infine di dare all’Ue gli strumenti per potere agire, decidere, contare e difendere gli interessi e i valori dei cittadini.

Se eletto, su quali temi vorrebbe centrare il suo impegno a Strasburgo?
Quello della riforma dei Trattati è un tema essenziale. Non si può continuare così. È come se negli Stati Uniti, per prendere decisioni a Washington ci fosse l’unanimità dei 50 stati americani. Il futuro o la futura presidente della Commissione che si presenterà davanti al Parlamento dovrà garantire che una volta investito, convocherà una Convenzione. Da giornalista, penso che sia necessario spingere affinché l’Europa possa garantire ulteriormente l’indipendenza della stampa e dei media. Non riguarda solo alcuni paesi d’Europa centrale e orientale. L’informazione è pilastro della democrazia. Altro tema che sento molto, lavorando da anni in Italia, è l’immigrazione. A Strasburgo, mi batterei per una Mare Nostrum europea. Non è tollerabile che solo nel 2023, almeno 2500 persone, uomini, donne, bambini siano morte nel Mediterraneo. Ricordo troppo bene, i servizi a Lampedusa e in Sicilia con la testimonianza dei viaggi della disperazione. Sarebbe ora di immaginare un’agenzia europea delle migrazioni che lavorasse all’accoglienza direttamente con le autorità locali dei diversi paesi. Queste conoscono meglio i bisogni e la capacità d’accoglienza dei territori. Ad esempio, in Ungheria, Orban non vuole migranti, ma tante realtà locali ungheresi chiedono manodopera per le loro industrie. Dobbiamo cambiare il nostro approccio all’immigrazione e trasferire poteri all’Europa. Ma ripeto, la priorità è salvare le persone in mare.

Da francese: cosa pensa delle ultime uscite interventiste in Ucraina di Macron? Ci crede davvero o è politica interna anti-Le Pen?
Siamo in campagna per delle elezioni europee in cui Emmanuel Macron si gioca una buona parte della sua capacità di governare per i prossimi tre anni. Se la lista Renaissance esce sconfitta dalle urne, Emmanuel Macron sarà fortemente indebolito. Le sue posizioni sull’Ucraina possono avere una utilità nei confronti di un Rassemblement national di Marine Le Pen e Jordan Bardella che è stato a lungo allineato su Mosca e che rimane ambiguo verso Putin. Ma sarebbe sbagliato ridurre le dichiarazioni interventiste di Macron solo ad un calcolo elettorale. Dopo aver a lungo cercato di dialogare con Putin per presentarsi come mediatore il presidente francese ha capito non solo che non funziona ma anche che il Cremlino conduce una guerra ibrida contro la Francia: attacchi hacker contro le amministrazioni e gli ospedali, operazioni per fare salire la tensione politica (con l’affare delle stelle di Davide sui muri di Parigi), intimidazioni militari ai confini ecc. Nell’alzare i toni verso Mosca, Macron ha avuto ragione a mettere in rilievo la gravità della situazione sul fronte ucraino e ha ricordato che la cosa riguarda tutti noi europei. Ha invece sbagliato a evocare l’invio di soldati sul terreno perché, per il momento, l’Ucraina chiede armi, non uomini. In ogni caso, questo episodio dimostra ancora una volta la necessità di cambiare l’Unione europea in un senso federale, l’urgenza cioè di creare un governo europeo. Se continuiamo a parlare 27 lingue diplomatiche diverse e ad avere 27 eserciti distinti, non conteremo mai nulla in un mondo sempre più incerto e aggressivo.

16 Maggio 2024

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