Tra scandalo e tradizione

Storia del dossieraggio in Italia: da Ovra all’antimafia la schedatura come arma per azzoppare gli avversari

Ufficialmente si spia per controllare i nemici dello stato democratico. In realtà per regolare i conti all’interno delle sfere di potere. Da Scelba a Tambroni, a De Lorenzo, la schedatura come arma per azzoppare gli avversari, dentro e fuori gli apparati statali

Politica - di David Romoli - 6 Marzo 2024

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Fernando Tambroni Armaroli
Fernando Tambroni Armaroli

La guerra dei dossier è una costante nei giochi di potere inconfessabili della Repubblica. Ufficialmente si spiava, si spia, si è sempre spiato per tenere sotto controllo i nemici dello Stato democratico, a lunghissimo, dunque, i comunisti.

In realtà i preziosi fascicoli grondanti fango sono stati adoperati quasi sempre per regolare i conti all’interno delle sfere di potere, in particolare politico e militare.

Nonostante l’eredità dell’Ovra fascista, all’inizio degli anni ‘50 il servizio segreto della Repubblica democratica, il Sifar, parte al rallentatore. All’inizio del decennio contava appena un paio di migliaia di dossier: 15 anni dopo saranno almeno 157mila.

Merito in parte del ministro degli Interni Scelba che, secondo un rapporto Cia che avrebbe dovuto restare segreto, “concepì l’idea di mettere insieme una serie di fascicoli su personalità di primo piano nei campi politico, sindacale, degli affari e intellettuale”.

La vera spinta modernizzatrice arriva però dal suo successore al Viminale, Fernando Tambroni, più avventuriero che vero democristiano nonostante la tessera scudocrociata in tasca, animato da una fede assoluta nel potere delle informazioni: “Io a quello gli leggo la vita” era un suo modo di dire tanto tipico e ricorrente quanto minaccioso.

Tambroni si muoveva d’intesa con la Cia, senza peritarsi di tenere informato il governo di cui faceva parte. Su consiglio degli americani chiama a dirigere l’Ufficio affari riservati, il servizio segreto del Viminale in competizione con il Sifar, Domenico De Nozza, proveniente dalla questura di Trieste, città di frontiera dove metodi di spionaggio e adeguata strumentazione erano avveniristici rispetto a quelli in dotazione a Roma.

De Nozza si porta dietro tre stretti collaboratori, si installano in un appartamento segreto del Viminale al quale se ne aggiungono poi altri due, la Cia le rifornisce della strumentazione moderna e dei fondi necessari.

Raccolgono informazioni, poi Tambroni le diffonde per azzoppare gli avversari attraverso una rete di giornalisti amici ma anche tramite l’agenzia stampa da lui stesso creata.

Al Sifar quella concorrenza sleale piaceva pochissimo. L’occasione per reagire arriva per caso, quando le comunicazioni con un agente provocatore spedito da Tambroni in Sicilia con il compito di far apparire il Pci vicino alla mafia finiscono per errore nelle mani del questore di Roma, nel luglio 1959.

Il questore coglie l’occasione, spedisce la polizia nella principale fra le sedi segrete delle spie semiprivate di Tambroni. Le trova impegnate in inequivocabili attività di spionaggio, tira fuori per i piedi da sotto il letto dove si era nascosto uno dei quattro dirigenti arrivati da Trieste, il futuro questore Attilio Mangano e spedisce tutti in questura mettendo così fine alle “attività parallele” di Tambroni.

L’anno seguente il ministro degli Interni arriverà comunque a Chigi, con i voti determinanti del Msi. Abbattuto dalla rivolta popolare del luglio-agosto 1960 con piena soddisfazione dei leader Dc, che lo temevano e lo detestavano,

Tambroni si portò a casa i dossier nella speranza di usarli per salvare la sua carriera politica. Non ci riuscì e i fascicoli finirono nell’archivio Sifar, che a quel punto, peraltro, si era già riempito di suo. A partire dal 1958 il capo del Sifar, generale De Lorenzo, aveva avviato una schedatura di massa senza precedenti.

Come Tambroni, il generale era fedele solo alla sua carriera e al suo potere, dunque si spostava a seconda del vento da destra a sinistra senza mai perdere di vista il Colle. All’inizio i fascicoli di De Lorenzo si erano limitati ai politici e alle loro attività.

Poi si erano allargati a chiunque potesse avere un ruolo pubblico, concentrandosi sulle abitudini private e sessuali, comprovate o sospettate ma anche solo oggetto di calunnia. Tornavano utili, anzi utilissime, anche quelle del tutto infondate.

Solo su Fanfani, secondo il generale Beolchini che nel ‘67 indagò sullo scandalo delle schedature illegali “c’erano quattro volumi, ciascuno gonfio come un doppio dizionario”.

Nel 1962 De Lorenzo fu promosso a comandante dei Carabinieri ma fece in modo di mantenere il controllo sul Sifar piazzandone alla guida due uomini di sua strettissima fiducia, i generali Viggiani e Allavena.

Nel ‘64 De Lorenzo spalleggiò il presidente della Repubblica Segni nel minacciato golpe che spuntò per sempre le unghie ai socialisti appena arrivati al governo.

Dopo il fattaccio, però, il generale si riavvicinò alla sinistra, diventò l’uomo su cui puntava il Pci come “generale democratico” e in questa veste entrò in conflitto, anzi in guerra con il capo di Stato maggiore Aloja, che invece era sensibile alle suggestioni della “guerra non convenzionale”.

Cioè al cavallo di battaglia, in quella fase, della destra in divisa e senza divisa. La promozione di entrambi i contendenti, con Aloja asceso al ruolo di capo di Stato maggiore della Difesa e di De Lorenzo a quello di capo di Stato maggiore dell’Esercito in sua sostituzione rese la guerra senza esclusione di colpi tra i due inevitabile.

Fu una battaglia di dossier fatti pervenire alla stampa su scandali vari legati alla corruzione nelle Forze Armate. Di mezzo per primo ci andò Allavena, l’uomo di De Lorenzo, che fu costretto alle dimissioni e anche lui, come Tambroni, si portò a casa, come polizza d’assicurazione, i fascicoli più nevralgici.

Il colpo da ko lo sferrò Aloja: fece uscire la notizia delle schedature del Sifar. Il Parlamento nominò la commissione d’inchiesta presieduta da Beolchini.

Il ministero della Difesa cercò di mettere a tacere lo scandalo chiedendo a De Lorenzo, in un incontro con il capo di gabinetto della Difesa Lugo nell’aprile 1967, di dimettersi discretamente in cambio di una nomina ad ambasciatore. De Lorenzo rifiutò.

Il colloquio segretissimo fu debitamente registrato. Fu dimesso d’autorità il giorno dopo. Meno di un mese più tardi sull’Espresso diretto da Eugenio Scalfari uscì il primo articolo sul golpe minacciato e organizzato nel ‘64.

I due scandali legati al generale De Lorenzo tennero banco negli ultimi anni ‘60 con processi, insabbiamenti, colpi di scena come quando Cossiga impedì all’ultimo momento che i parlamentari ascoltassero la registrazione del colloquio tra Lugo e De Lorenzo.

Si concluse solo nel 1974, quando il 9 agosto il ministro della Difesa Andreotti presenziò per ore all’incenerimento di 33mila dossier. Forse erano davvero tutti quelli principali. Forse no.

Ma lo spionaggio non è stato, e come si vede in questi giorni non è, solo attività a cui si dedicano gli apparati dello Stato. Il 24 settembre 1970, nella pretura di Torino, andò in scena una sequenza da classica commedia all’italiana, in questo caso però reale.

Era in discussione la causa di lavoro intentata contro la Fiat da un dipendente, ed ex carabiniere, Caterino Ceresa, licenziato dopo 17 anni dall’azienda torinese.

Nel corso del dibattimento l’avvocato della Fiat definì Ceresa “un fattorino”. Quello la prese malissimo, rivendicò la propria ben più alta professionalità di spia dipendente dai “Servizi generali” dell’azienda sin dal 1953.

Il suo compito, chiarì in effetti di fronte al giudice il capo dei Servizi generali Mario Cellerino, era stato, in quei 17 anni, indagare sugli altri operai, spostandosi nell’intera provincia con una macchina aziendale. Proprio la revoca di quell’auto era all’origine del contenzioso, nel quale a Ceresa fu dato torto.

Il dibattimento arrivò però alle orecchie della pretura, che dispose un’ispezione a sorpresa negli uffici dei servizi generali, nell’estate del 1971. Il pretore Guariniello trovò in quella sede 345mila schede sui dipendenti Fiat, ma anche su sindacalisti e politici vari, con dentro di tutto: dalle appartenenze politiche ai gusti sessuali, alle abitudini quotidiane. Insomma, lo scandalo di oggi tutto è tranne che una novità. In Italia il dossieraggio è quasi una tradizione.

6 Marzo 2024

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